Attacco USA al Venezuela e cattura di Maduro: cosa è successo, cosa dice il diritto internazionale e cosa può succedere ora
di SKA su Notizie Commentate il 4 Gennaio 2026, 12:59
Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026, in Venezuela si sono sentite esplosioni a Caracas e in altri punti del nord del Paese. Nelle ore successive il presidente statunitense Donald Trump ha rivendicato un’operazione militare “su larga scala” contro obiettivi venezuelani e soprattutto la cattura del presidente Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores, poi portati fuori dal Paese e trasferiti negli Stati Uniti. (Reuters)
Quello che si sa con certezza, al momento, è che i raid hanno colpito infrastrutture militari e snodi operativi: le ricostruzioni convergono su attacchi nell’area della capitale, con blackout parziali, e su una componente di operazioni a terra o comunque di “exfiltration” (estrazione) che ha permesso agli statunitensi di prendere Maduro e Flores e di trasferirli prima su una nave militare, poi su un volo verso New York. (Reuters) Le autorità venezuelane hanno parlato di “sequestro” e hanno contestato che gli Stati Uniti possano definire l’azione un arresto; in parallelo, dentro il Venezuela, è iniziata una fase di incertezza istituzionale su chi eserciti il potere effettivo e con quali margini. Reuters ha riferito che, secondo la Costituzione venezuelana, in assenza del presidente subentra la vicepresidente Delcy Rodríguez come presidente ad interim, e che la Corte suprema venezuelana le ha ordinato di assumere l’incarico, mentre Trump ha affermato di voler “gestire” lui la transizione. (Reuters)
Sul costo umano dell’operazione, la situazione è più frammentata: alcune fonti mediatiche hanno parlato di decine di morti tra militari e civili nelle ore dei raid; sono numeri che possono oscillare perché derivano da comunicazioni parziali e da contesti in cui l’accesso indipendente sul terreno è limitato. Un punto però è chiaro anche dalle ricostruzioni più caute: non è stata un’azione “chirurgica” ridotta a un singolo blitz. È stata una sequenza di attacchi e movimenti militari dentro un Paese sovrano, con effetti immediati su elettricità, sicurezza e catene di comando. (Reuters)
Si può parlare di legittimità dell’attacco? Le regole di base sono note e non ambigue. La Carta delle Nazioni Unite vieta l’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di uno Stato (articolo 2(4)). Le eccezioni riconosciute sono sostanzialmente due: l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza ONU, oppure l’autodifesa individuale o collettiva in caso di “attacco armato” (articolo 51), con i criteri di necessità e proporzionalità. (The Guardian)
Nelle ore dell’annuncio Trump e la sua amministrazione hanno provato a sostenere un impianto diverso: non “guerra” ma “law enforcement”, cioè l’esecuzione di mandati d’arresto e imputazioni statunitensi legate a terrorismo, droga e armi; e, in parallelo, un’argomentazione di sicurezza nazionale che richiama l’autodifesa. Reuters ha riportato il giudizio di vari giuristi che contestano la coerenza del ragionamento: se dici che è un’operazione di polizia, non spieghi perché serva un’azione militare di quel tipo su territorio straniero; se dici che è autodifesa, le accuse per traffico di droga e criminalità organizzata non bastano da sole a integrare i requisiti di “attacco armato” o minaccia imminente tali da giustificare la forza armata contro uno Stato. (Reuters)
Anche il contesto istituzionale statunitense è entrato nel dibattito: Reuters ha ricordato che non risulta un’autorizzazione specifica del Congresso e che l’assenza di consenso locale (cioè del governo venezuelano) rende la cornice giuridica ancora più fragile. (Reuters) In altre parole: l’operazione appare difficilmente inquadrabile come uso lecito della forza secondo i criteri ordinari del diritto internazionale contemporaneo, ed è per questo che molti commentatori l’hanno descritta come una violazione della Carta ONU e un precedente pericoloso. Il segretario generale dell’ONU António Guterres, attraverso il suo portavoce, ha parlato esplicitamente di “precedente pericoloso” e il Consiglio di Sicurezza è stato convocato d’urgenza su richiesta della Colombia con il sostegno di Russia e Cina. (Reuters)
Si può parlare di “arresto” di Maduro? Dipende da quale ordine giuridico si assume come riferimento. Dal punto di vista del diritto interno statunitense, l’amministrazione sostiene di aver eseguito un arresto collegato a procedimenti e incriminazioni federali: Maduro è stato trasferito a New York, con immagini e ricostruzioni che lo collocano sotto custodia di autorità federali e destinato a comparire davanti a un giudice. (Reuters)
Maduro, che oggi è diventato il “nome proprio” di una crisi politica durata più di un decennio, è il dirigente chavista che ha raccolto l’eredità di Hugo Chávez nel 2013, dopo la sua morte, vincendo di misura le elezioni che servivano a completare il mandato presidenziale. (Encyclopedia Britannica) Da allora ha consolidato il potere in un contesto di collasso economico, proteste e repressione, e soprattutto dopo la tornata presidenziale del 2018, che una parte rilevante dell’opposizione boicottava giudicandola già segnata e che molti attori internazionali hanno considerato priva di garanzie sufficienti. (Encyclopedia Britannica) Nel 2019 la crisi istituzionale si è trasformata in uno scontro aperto anche sul riconoscimento diplomatico: l’amministrazione Trump dell’epoca ha riconosciuto Juan Guaidó come presidente ad interim e ha inasprito la pressione su Caracas con sanzioni mirate e poi più ampie, incluse misure sul settore petrolifero e su PDVSA, che era la principale fonte di entrate del Paese. (Congress.gov)
Sul piano giudiziario, gli Stati Uniti avevano già impostato da anni la cornice che ora dicono di aver “eseguito”: nel marzo 2020 il Dipartimento di Giustizia ha annunciato incriminazioni contro Maduro e altri funzionari venezuelani per narco-terrorismo, traffico di droga e corruzione, sostenendo che avessero cooperato con le FARC per far arrivare cocaina negli Stati Uniti. (Ministero della Giustizia) Parallelamente, a livello internazionale, il Venezuela era già sotto scrutinio per violazioni dei diritti umani: la Corte penale internazionale ha aperto e mantiene un’indagine (“Venezuela I”) su presunti crimini contro l’umanità legati alla repressione delle proteste e alla condotta delle forze di sicurezza. (Corte Penale Internazionale) Questo è il contesto in cui si è arrivati al sequestro di Maduro su territorio venezuelano all’inizio del 2026: Washington ha presentato l’operazione come una combinazione di “law enforcement” e sicurezza nazionale, ma nelle dichiarazioni pubbliche Trump ha anche parlato di un cambio di gestione del Paese e di accesso alle risorse energetiche venezuelane, cioè di obiettivi politici ed economici che vanno oltre la sola esecuzione di un’indagine penale. (AP News)
Ma nel diritto internazionale, la parola “arresto” non basta: conta la legalità del modo in cui una persona viene catturata su territorio straniero. Se manca il consenso dello Stato territoriale e manca un meccanismo di cooperazione (estradizione, consegna, mandato concordato), la cattura forzata può essere qualificata come violazione della sovranità e, in molti casi, come “abduction” o sequestro di persona in senso internazionale. È lo stesso nodo che rende l’operazione difficile da ricondurre a una semplice attività di polizia: lo strumento ordinario per portare un imputato davanti a un tribunale straniero è la cooperazione giudiziaria, non un’azione militare. (Reuters)
C’è poi un ulteriore livello, ancora più delicato: l’immunità personale dei capi di Stato in carica davanti alle giurisdizioni straniere. In generale, il diritto internazionale riconosce ai capi di Stato, di governo e ai ministri degli Esteri un’immunità “personale” durante il mandato, proprio per evitare che un Paese possa neutralizzare un altro attraverso procedimenti giudiziari unilaterali. Qui entra in gioco un elemento politico-giuridico: gli Stati Uniti, in passato, hanno provato a negare immunità piena a leader che non riconoscevano come legittimi, e il caso viene già paragonato a Manuel Noriega a Panama, anche se le condizioni storiche e diplomatiche non sono sovrapponibili. Reuters, nel suo pezzo sulla legalità della cattura, insiste proprio su questa ambiguità: Washington parla insieme di “arresto” e di “controllo del Paese”, e questa doppia natura rende più difficile difendere l’operazione come applicazione ordinaria della legge. (Reuters)
Quali sono i “reali motivi”, documentati, dell’attacco, evitando sia speculazioni sia la propaganda ufficiale statunitense? Qui l’unico modo corretto è distinguere tre livelli: ciò che gli Stati Uniti hanno detto, ciò che hanno fatto, e ciò che osservatori indipendenti considerano coerente con quella sequenza di decisioni.
Gli Stati Uniti hanno motivato per mesi l’escalation con la lotta al narcotraffico e al “narco-terrorismo”, arrivando a intensificare operazioni in mare contro imbarcazioni che Washington sosteneva trasportassero droga e a intercettare navi vicino al Venezuela. Reuters aveva raccontato già tra ottobre e dicembre 2025 un crescendo di azioni marittime e di discussioni interne negli Stati Uniti sulle prerogative presidenziali. (Reuters) È un fatto, documentato, che l’amministrazione Trump abbia costruito una cornice pubblica “drug enforcement” prima dell’operazione di gennaio. Ma resta il problema: quella cornice, da sola, non spiega perché passare a bombardamenti su territorio venezuelano e alla cattura del presidente.
Il secondo livello sono i fatti e le dichiarazioni collegate all’operazione. Nella conferenza e nelle comunicazioni successive, Trump non ha parlato soltanto di giustizia penale: ha detto che gli Stati Uniti avrebbero “gestito” il Paese per un periodo e che grandi compagnie petrolifere statunitensi sarebbero entrate in Venezuela per rimettere in piedi infrastrutture energetiche degradate. Questo è un dato verificabile, perché riportato da Reuters: l’elemento petrolio non è un’interpretazione altrui, è stato inserito dal presidente degli Stati Uniti nella motivazione politica dell’azione. (Reuters)
Il terzo livello riguarda le analisi indipendenti e le letture dei costi-benefici. Reuters, in un pezzo di contesto politico, ha sottolineato che la scommessa sul regime change in Venezuela è una deviazione rispetto alla retorica “non interventista” tipica di una parte dell’agenda MAGA e che si inserisce anche in dinamiche di politica interna statunitense, incluse le elezioni di medio termine e il bisogno di mostrare un risultato netto su sicurezza e immigrazione. (Reuters) Reuters e altre fonti hanno inoltre ricordato che la crisi venezuelana ha da anni un impatto diretto sulla regione (migrazioni, instabilità, criminalità transnazionale) e che la mossa statunitense è stata letta da alcuni governi latinoamericani di destra come un taglio del nodo, mentre per molti governi di sinistra è un ritorno alla logica interventista del Novecento. (Reuters)
Sulle risorse minerarie diverse dal petrolio (oro, coltan, ecc.), oggi il punto più solido e documentato, senza forzature, resta quello energetico: Trump ha collegato pubblicamente l’operazione a un progetto di gestione e rilancio dell’industria petrolifera venezuelana, e Reuters ha riportato che gli impianti di PDVSA non risultavano danneggiati dai raid, segnalando implicitamente che l’obiettivo non era colpire la produzione ma preservare la capacità di estrazione e raffinazione in vista di un assetto politico diverso. (Reuters) Questo non dimostra, da solo, “il petrolio come movente unico”. Però è una delle poche componenti che non dipende dalla propaganda di Washington né da supposizioni: è un elemento dichiarato e coerente con scelte operative.
Le reazioni internazionali sono state rapide e polarizzate. Il Brasile di Lula ha parlato di “linea inaccettabile” e violazione della sovranità venezuelana, chiedendo una risposta delle Nazioni Unite. (Reuters) Il Messico ha espresso preoccupazione per la stabilità regionale; Russia e Cina hanno condannato l’intervento; Cuba lo ha definito “terrorismo di Stato” e ha legato la crisi alla propria fragilità energetica, dato che una parte rilevante del petrolio cubano arriva dal Venezuela. (Reuters) In Europa la reazione è stata più prudente ma non neutra: l’Unione Europea, per bocca dell’Alta rappresentante Kaja Kallas, ha ribadito che Maduro “non ha legittimità” ma ha anche chiesto rispetto del diritto internazionale e della Carta ONU, cioè ha separato il giudizio politico sul regime dalla legalità dell’uso della forza. (euronews)
All’ONU, come detto, il segretario generale ha espresso allarme e il Consiglio di Sicurezza ha convocato una riunione d’emergenza. Il dato politico che pesa, in queste situazioni, è quasi sempre lo stesso: anche se una parte significativa della comunità internazionale considera l’azione illegale, gli strumenti sanzionatori contro una potenza con diritto di veto sono limitati. È uno dei motivi per cui molti commentatori parlano di “precedente”: non perché la norma non esista, ma perché l’applicazione è selettiva e dipende dai rapporti di forza. (Reuters)
Cosa succederà ora. Ufficialmente, gli Stati Uniti dicono due cose: Maduro e Flores saranno processati negli Stati Uniti, e Washington guiderà una “transizione sicura” in Venezuela. (Reuters) Ufficialmente, il Venezuela (o quel che resta della catena di comando chavista) dice l’opposto: Maduro è stato rapito, la vicepresidente Rodríguez assume la guida ad interim secondo la Costituzione e l’operazione è un atto di guerra. (Reuters)
Le ipotesi più accreditate, leggendo le principali analisi e i dispacci più solidi, ruotano attorno a tre fattori: controllo interno delle forze armate e dei servizi venezuelani; tenuta economica (soprattutto energetica e valutaria); e posizione dei Paesi vicini, perché confini e corridoi umanitari possono amplificare o contenere la crisi. Reuters ha già segnalato che, nonostante la cattura di Maduro, “i suoi alleati di vertice” restano in posizioni chiave e che la transizione non è automatica: la presenza di Delcy Rodríguez e di apparati che hanno retto anni di sanzioni e isolamento indica che il potere può riorganizzarsi anche senza Maduro, almeno per un tratto. (Reuters)
Sul petrolio, nel breve periodo le fonti Reuters dicono che le strutture PDVSA risultavano operative e non colpite: questo riduce il rischio immediato di collasso produttivo, ma non risolve il problema politico di chi firmi contratti, chi controlli la sicurezza degli impianti e quali aziende straniere siano disposte a investire in un contesto percepito come instabile e giuridicamente contestato. (Reuters)
Sul piano internazionale, la riunione del Consiglio di Sicurezza è un passaggio obbligato ma non necessariamente risolutivo: può produrre una condanna simbolica, può irrigidire le posizioni, può aprire canali di mediazione regionali, ma difficilmente porterà a misure coercitive contro gli Stati Uniti per il semplice motivo dei veti e degli equilibri. (Reuters) La variabile più concreta è invece latinoamericana: se Brasile, Colombia e Messico provano a costruire una cornice diplomatica comune (anche solo per evitare escalation e flussi migratori incontrollati), la gestione della crisi può spostarsi dalle grandi dichiarazioni a tavoli negoziali più pratici. Reuters ha mostrato quanto il continente sia diviso, e questa divisione è già un dato operativo: rende più complicato un fronte unico contro Washington ma anche un sostegno regionale compatto a un eventuale governo “di transizione” sponsorizzato dagli Stati Uniti. (Reuters)
In sintesi documentata, oggi si può dire questo: l’operazione americana ha ottenuto un risultato immediato (Maduro in custodia), ma ha aperto un problema più grande di legittimità e stabilità, perché la forma dell’azione mette in crisi la norma cardine del sistema ONU sul divieto dell’uso della forza, e perché la governabilità del Venezuela non dipende solo dal destino personale di Maduro ma da una rete di apparati, alleanze e interessi che può sopravvivere alla sua uscita di scena. (The Guardian)














