La psicologia della disinformazione: perché è difficile correggere le false convinzioni – Valigia Blu

di SKA su ControInformazione, Cose dette da altri, Notizie Commentate il 24 Luglio 2020, 14:21

L’effetto dell’influenza continua (continued influence effect) si manifesta quando la disinformazione continua a influenzare le persone anche dopo essere stata corretta. È il fallimento del fact-checking.

Questo è il concetto psicologico più importante quando si tratta di correzioni. C’è consenso sul fatto che una volta che sei stato esposto alla disinformazione è molto difficile liberarsene.

Il fact-checking spesso fallisce perché la disinformazione, anche quando spiegata nel contesto di un debunk, può in seguito essere ricordata come un fatto. Se ripensiamo alla teoria del doppio processo, un pensiero più facile da processare è anche più facile da ricordare, nonostante siamo già a conoscenza della sua correzione. Ad esempio, se leggiamo un fact-check su un politico che sembrava ubriaco (ma non era vero) in un video manipolato, potremmo a distanza di tempo ricordare semplicemente l’idea che quel politico fosse ubriaco, dimenticando il fact-checking.

Anche le correzioni efficaci (come quelle che si soffermano sui fatti piuttosto che ripetere la disinformazione) possono svanire dopo solo una settimana. Nelle parole di Ullrich Ecker, uno scienziato cognitivo dalla University of Western Australia, “l’effetto dell’influenza continua sembra resistere alla maggior parte dei tentativi di eliminarlo”. Quando si tratta di disinformazione, è sempre preferibile prevenire piuttosto che curare.

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L’intrattenimento online: sempre più ludico

di SKA su Notizie Commentate il 6 Maggio 2020, 16:06

In particolare in quest’inizio 2020 l’intrattenimento online è sempre più legato al “gioco”. Sul podio ci sono anche serie TV e film e ricette di cucina oltre allo shopping, che sembra un’altra pratica a cui gli italiani sono affezionati.

iGaming e giochi di carte su tutti: il gioco è il re indiscusso del digitale

Non che ci sorprenda, la storia dell’uomo è scandita dal concetto di gioco e questo ambito si è ancor più ampliato con la proliferazione del digitale e di internet. Il re indiscusso dell’intrattenimento su internet non è Netflix, o Amazon, che pure ricoprono delle posizioni importanti, bensì proprio lui, il gioco! Da quando quasi tutti gli operatori di scommesse e di giochi d’azzardo hanno dovuto far fronte alla smisurata richiesta di gioco digitale, possiamo trovare in rete davvero di tutto, dai più classici “rubamazzetto”, “asso piglia tutto” o scopa e briscola, al più sofisticato bridge per ciò che concerne i giochi di carte, ma troviamo anche veri e propri giochi da casinò che ci fanno compagnia in queste lunghe giornate primaverili. Un dato che conferma a pieno la tendenza è la crescita globale avuta nel Dicembre 2019 sulla spesa media per utente su giochi di gambling e di casinò online, ben il 120% in più, fra i giochi più amati ci sono le slot machine, fra cui book of dead slot e tanti giochi di carte, come poker e baccarat. Non soltanto scommesse e giochi per soldi, ma anche tanti e tanti videogiochi, fra cui spiccano sparatutto, giochi di strategia e di sport, ma la corona del gioco più giocato dall’inizio 2020 ad ora va sicuramente a League of Legends, ancora una volta, mentre il re in assoluto dei giochi indipendenti più giocato al mondo va a Minecraft, attualmente di proprietà della Microsoft.

 

Serie TV, film, ma anche tanta formazione

Come dicevamo all’inizio dell’articolo, non soltanto serie TV e film, con gli abbonamenti a Netflix che hanno toccato il picco e il suo titolo in borsa ha addirittura triplicato il suo valore, ma anche tanto shopping e tanta cultura. Amazon, l’azienda di Jeff Bezos, ha visto aumentare del 23% i propri ricavi, anche con la geniale intuizione di aggiungere intrattenimento multimediale con Prime Video e Music alla sua già enorme offerta di shopping. Ma uno dei dati più interessanti è quello legato alla formazione online, ad esempio, il sito Cornerstone OnDemand, ci rivela che dall’inizio del 2020 ad oggi, gli impiegati hanno trascorso ben 27,5 milioni di ore sul sito per lo sviluppo personale, in numeri esattamente sei volte in più rispetto al tempo che dedicavano in precedenza alla propria formazione. Le nazioni in cui questa tendenza sembrerebbe ancora più forte sono Paesi Bassi, Spagna e Germania, che hanno visto triplicare gli accessi ai siti di e-learning nei propri paesi. Valutando anche i dati per ciò che concerne le parole chiave delle ricerche su Google, questi ci danno piena convalida del fatto che la domanda per nuovi tipi di formazione online è in netta crescita, sono infatti molto frequenti le ricerche come “apprendimento a casa”, “studiare a casa” e Google Classroom, il programma studio offerto da Google.

Il mondo di internet ci regala davvero un ventaglio di possibilità impensabili ed è sempre più una risorsa di sapere e di intrattenimento apprezzata anche dai meno giovani. In questo periodo particolare, inoltre, sta diventando uno strumento di unione grazie alla possibilità di video chiamate tramite Skype o altri strumenti di comunicazione live.

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I due mesi che sconvolsero la Lombardia – Il Post

di SKA su Cose dette da altri, Notizie Commentate il 5 Maggio 2020, 15:12

Il primo caso di contagio da coronavirus in Italia venne identificato all’ospedale di Codogno, in provincia di Lodi, lo scorso 20 febbraio. Nel giro di due settimane l’intero paese venne sottoposto a misure di quarantena tra le più dure adottate fuori dalla Cina. Oggi, dopo due mesi di fatiche, sacrifici e morti e con la fase più acuta dell’emergenza alle spalle, sempre più persone iniziano a chiedere risposte su quanto è accaduto. Decine di migliaia di figli e nipoti che non hanno potuto salutare i loro parenti, morti nei reparti di terapia intensiva, nella propria abitazione o in una casa di cura, si domandano se sia stato fatto tutto il possibile per salvarli. Da nessuna parte queste domande sono così pressanti come in Lombardia, la regione più ricca del paese, la più popolosa e quella che è stata colpita per prima e più duramente dall’epidemia.

Ognuna delle storie di questa grande tragedia nazionale merita di essere raccontata, ma la Lombardia più delle altre. In Lombardia oltre 14 mila persone sono morte a causa del coronavirus, un numero soltanto parziale e certamente inferiore al dato reale. Sopraffatte dalla violenza del contagio, le autorità sanitarie non sono riuscite nemmeno a tenere un conto esatto del numero dei decessi causati dal virus, né a gestire i corpi. Le immagini dei convogli militari che trasportavano le salme fuori della regione per essere cremate sono diventate un simbolo eloquente di come la pandemia in Lombardia abbia travolto tutto.

Il Post ha parlato con decine di medici, infermieri, politici, virologi, esperti e persone comuni per fornire una prima ricostruzione di quanto sia accaduto in Lombardia, dalla preparazione per far fronte alla pandemia fino al culmine della crisi. È un quadro necessariamente parziale e incompleto, ma è un primo necessario passaggio per ricostruire un evento le cui conseguenze ci porteremo dietro a lungo.

 

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Internet e Coronavirus

di SKA su La dimanche des crabes, Notizie Commentate il 25 Marzo 2020, 11:59

Non è agosto. Anche se può sembrarlo per alcuni aspetti peculiari: fatture non pagate, pagamenti e lavori rinviati, scuole chiuse ed uffici pubblici a mezzo servizio. Strade vuote, città vuote. Tutto avvolto in una strana coltre di attesa e sospensione per riprendere la nostra martellante routine di sempre.

Ma non è così. La situazione di emergenza ci ha portato a rinunciare ad alcune nostre libertà fondamentali in un tempo troppo breve per essere digerito. Ci siamo ritrovati ad essere quello che siamo: vulnerabili, nonostante fossimo convinti del contrario. Isolati come non lo eravamo mai stati ed impreparati all’evenienza. Nonostante a molti piaccia dire che la propria condizione ideale di vita sia l’eremitismo ed il distanziamento sociale. Ma le città deserte sono belle ad agosto, adesso sono solo desolanti ed infondono un senso di inquietudine.

Ci troviamo nella miglior condizione sanitaria e sociale di sempre – nella storia umana – per affrontare uno sconvolgimento di questo tipo, ma è pur sempre la più grande epidemia globale da almeno un secolo. In questa depersonalizzazione imposta, nella negazione coatta della socialità fisica c’è qualcosa che ci tiene uniti senza che quasi ce ne rendiamo conto: internet.

La facilità con il quale ci appoggiamo alla rete per continuare a comunicare, a lavorare, a sentire vicine le nostre famiglie, significa che internet ha trascritto le sue funzioni connettive direttamente all’interno del nostro codice genetico. Lo riconosciamo come un supporto sostanziale e naturale alla nostra socialità negli ambiti affettivi, lavorativi e di intrattenimento.

Interfacce e rapporti mediati. Nella società più intrattenuta di ogni epoca umana il conforto proveniente dai servizi internet che utilizziamo nel quotidiano ci aiuta a superare il momento, quale che sia la nostra fascia demografica di appartenenza. Chi non ha un device connesso ad internet, oggi? La risposta è: pochi.

Quando scelsi la frase contenuta nella foto qui sotto stavo rileggendo “Being Digital” di Nicholas Negroponte ed alcune sue considerazioni relative ad internet, in particolare quando nel 2010 decise di sostenere il movimento che voleva dare ad Internet il Nobel per la Pace. Poi fortunatamente quel premio andò a Liu Xiaobo, attivista per i diritti umani in Cina. Dico fortunatamente perché il 2010 fu proprio un anno spartiacque tra il mondo dell’internet libero – il World Wide Web inventato da Tim Berners-Lee – iniziò a diventare un altro strumento al servizio delle grandi corporazioni.

Negroponte proprio in quel periodo definiva la rete come “arma di istruzione di massa” – nella frase sul muro abbiamo barato un po’ la sostituimmo con “strumento” per smorzarne la violenza verbale – ma lo definì anche “arma di costruzione di massa”. Istruzione e costruzione tramite la rete internet sono in gran parte le basi che stanno sorreggendo questa crisi. Senza la rete probabilmente non esisterebbe tutta la vasta diffusione ed il successo delle campagne – in alcuni casi un po’ stucchevoli e retoriche – Io Resto a Casa e Distanti Ma Uniti. E senza la rete non saremmo stati in grado di affrontare il “nemico invisibile” con una risposta così rapida ed efficace.

Istruzione perché tra i tanti mondi che si sono ritrovati a doversi reinventare un metodo c’è quello della scuola e dell’università. Migliaia di insegnanti e docenti, dalla scuola dell’obbligo, alle accademie, all’università, si sono ritrovati ad imparare in maniera forzosa il linguaggio del digitale spesso senza conoscerlo. Spessissimo con serie difficoltà dal lato degli studenti. Perché in quel caso didattica digitale non significa soltanto avviare piattaforme di e-learning e conferenze di gruppo, ma comprendere i bisogni di chi c’è dall’altra parte. Non tutte le famiglie hanno dei pc, delle buone connessioni o semplicemente gli strumenti educativi adatti a comprendere come interagire con le piattaforme. Quindi si fa quello che si è sempre fatto in Italia: ci si arrangia e ci si adatta al meglio possibile.

Come sempre: gli strumenti ci sono, ma il sistema scuola si è trovato impreparato all’evenienza perché non aveva avuto la necessità di farlo prima. Da oggi, probabilmente, cambierà molto di quello che conosciamo.

Oggi, proprio in queste settimane, la rete si sta riscoprendo di nuovo come perno centrale per l’attività umana, che ci tiene interconessi l’uno all’altro pur rimanendo a distanza ognuno nelle proprie case. In un mondo che ha capito finalmente il concetto di globalizzazione sulla propria pelle e che forse ritroverà in internet un alleato efficace per la propria crescita, anziché un mero servizio di svago a pagamento con delle pubblicità.

Internet non riceverà neanche stavolta il Premio Nobel per la Pace, ma forse si siederà al nostro fianco per spiegarci come funzionerà questo mondo nuovo che ci troveremo ad affrontare.

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Anche il gioco protagonista (indiretto) del nuovo decreto anti-Covid19

di SKA su Marketing, Notizie Commentate il 10 Marzo 2020, 17:58

Era nell’aria, ora è ufficiale la pubblicazione e l’entrata in vigore del nuovo Decreto di emergenza anti-Covid19, varato nella giornata di ieri dal Governo Conte per far fronte a quella che è una vera e propria emergenza nazionale. Il Coronavirus, proveniente dalla Cina, ha mandato in tilt l’intera penisola e l’Esecutivo è prontamente corso ai ripari.

Distanza di sicurezza, scuole e università chiuse su tutto il territorio, partite di calcio a porte chiuse e spazio anche per il gioco d’azzardo, indirettamente. La deadline ha scadenza, come per tutto, al momento al 15 marzo prossimo. Va preventivamente detto che l’industria del gioco italiano ha già in qualche modo subito gli effetti tangibili del virus: in Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, zone totalmente rosse e dove l’emergenza è più massiccia, le slot e le VLT hanno subito veri e propri crolli, ovviamente dovuti ai divieti di accesso ai locali adibiti a sale gioco.

E proprio l’articolo 1 del Decreto colpisce il gioco: inibiti tutti i luoghi, pubblici e privati, che creano affollamento, ivi comprese anche sale slot. Il tutto corredato dalla sospensione degli eventi e delle competizioni sportive, pubblici e privati, seppur resti consentito nei comuni diversi dalla zona rossa lo svolgimento di alcuni eventi e competizioni come allenamenti e aggregazioni in impianti sportivi. Ovviamente, nei luoghi sopracitati, associazioni e società predispongono preventivamente controlli idonei per contenere il rischio diffusione, comunque altissimo, del virus tra atleti, tecnici, dirigenti, accompagnatori e via dicendo.

 A livello fiscale, nel corso del colloquio con la Commissione Sanità, sono venuti meno i due emendamenti che tiravano in causa la lotteria degli scontrini, con la richiesta di una ulteriore diminuzione del fondo previsto, per far fronte all’emergenza del virus. Altresì, alla Commissione Bilancio del Senato è stato assegnato l’esame del disegno di legge che dovrebbe introdurre misure urgenti per il sostegno a famiglie, lavoratori e imprese compromesse dall’emergenza epidemiologica.

All’articolo 9, dal titolo “Procedimenti amministrativi di competenza delle autorità di pubblica sicurezza”, viene prevista “una sospensione di trenta giorni dei termini di conclusione dei procedimenti amministrativi riguardanti il rilascio dei titoli di polizia. Il Decreto è stato approvato con 234 voti favorevoli e cinque astensioni, senza nessun contrario.

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Nuove tendenze in ambito “mobile app” per il 2020

di SKA su Marketing il 4 Marzo 2020, 15:06

È innegabile che lo smartphone è diventato un oggetto imprescindibile nelle nostre vite e a livello praticamente mondiale, per questo è interessante restare al passo coi tempi e conoscere gli aspetti più rilevanti e le prossime tendenze del settore Mobile.

L’industria degli smartphone, più forte che mai

Per quanto sembrasse che la vendita di questi dispositivi stesse calando, l’arrivo di modelli innovativi, come quelli pieghevoli di Samsung o Huawei, ha dato nuova linfa al mercato.

Di conseguenza il settore delle applicazioni non smette di generare benefici nei principali mercati come App Store e Google Play; nel 2019 sono stati raggiunti i 105.000 milioni di dollari e si prevede che se ne generino 188.000 milioni nel 2020.

Questo dato riguarda soprattutto il settore dei videogiochi che è quello che genera più denaro.

Videogiochi 

Effettivamente molti utenti appassionati di gioco utilizzano i dispositivi mobile per non perdere occasione di giocare o per tentare la fortuna sui casinò online come Starcasinò. Chi conosce le regole del blackjack o di altri giochi da tavolo classici sa che questo è un ottimo passatempo per mettere alla prova le proprie strategie.

Per quanto riguarda l’industria dei videogiochi via app si prevede che nel 2020 i consumatori spendano 75.000 milioni di dollari grazie all’arrivo di servizi di abbonamento quali Apple Arcade e Google Play Pass. Basterà pagare una tariffa fissa mensile per poter accedere ad un’ampia varietà di contenuti e servizi, un’opzione interessante soprattutto per le famiglie dato che verrà incontro al bisogno dei genitori di ridurre gli acquisti in-app dei figli.

Abbonamenti

I servizi a cui si accede tramite un abbonamento stanno prendendo sempre più piede e sono i responsabili della proiezione che prevede guadagni intorno ai 188.000 milioni di dollari durante il 2020. Sono proprio i videogiochi i servizi più in auge in questa modalità di monetizzazione. Anche il “video entertainment” continuerà la crescita che è già decollata con app come Netflix e YouTube. Tuttavia, alte applicazioni in ambito video sono sul trampolino di lancio e non vedono l’ora di diventare concorrenti di questi colossi; basti pensare a Disney+, lanciato di recente e che rappresenterà solo uno dei molti concorrenti ben finanziati che accedono in un settore già ben nutrito da altre app come Apple TV+, HBO Max.

Tecnologia 5G

La tecnologia 5G sarà una delle principali tendenze di sviluppo e avrà un impatto importante nel 2020 e nei prossimi anni e in molte industrie oltre a quella mobile. La sua velocità sembra essere 100 volte più rapida che quella della rete 4G e ciò porterà grandi cambiamenti in ambiti come quello dei videogiochi multigiocatore.

Intelligenza Artificiale (AI)

Piano piano l’intelligenza artificiale verrà integrata agli smartphone per renderli ancora più “intelligenti” e far risparmiare tempo, soldi ed energie alle aziende che sviluppano app.

Che si tratti di assistenti personali virtuali (VPA), app intelligenti, sicurezza cibernetica o Internet of Things, ogni componente del settore tecnologico può utilizzare aspetti dell’intelligenza artificiale nei suoi processi. Google di recente ha presentato “Duplex”, un programma di Artificial Intelligence capace di effettuare chiamate ad aziende locali al posto di un umano.

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Non siamo mai stati così insoddisfatti della democrazia – Il Post

di SKA su Cose dette da altri, Notizie Commentate il 17 Febbraio 2020, 14:30

Secondo la più vasta e completa indagine di opinione realizzata negli ultimi anni su questo tema, la soddisfazione nei confronti della democrazia non è mai stata così bassa. La ricerca è stata realizzata dal Centre for the Future of Democracy dell’Università di Cambridge e a curarla è stato il docente di scienze politiche Roberto Foa con alcuni colleghi. Si tratta di un grosso lavoro, che prende in considerazione 154 paesi differenti e e 25 anni di rilevazioni statistiche sulla soddisfazione dei cittadini nei confronti della democrazia. In tutto, i ricercatori hanno esaminato e paragonato 3.500 indagini d’opinione differenti, provenienti da 25 fonti diverse per un totale di 4 milioni di intervistati.

Il risultato principale, ottenuto esaminando e paragonando i dati di tutti i paesi l’uno con l’altro, è che tra il 1995 e il 2019 il livello di insoddisfazione nei confronti della democrazia è cresciuto dal 48 al 58 per cento. Significa che negli ultimi 25 anni una persona su dieci in tutto il modo ha cambiato in peggio la sua opinione sulla capacità della democrazia di produrre risultati politici desiderabili.

Nonostante questo trend generale, lo studio rivela livelli di soddisfazione profondamente diversi da paese a paese. In alcuni il livello di soddisfazione è precipitato, in altri non è mai stato particolarmente alto, oppure è rimasto stabile, in altri ancora la soddisfazione è invece aumentata.

Una buona sintesi dei risultati dello studio è che i paesi sviluppati sono quelli più colpiti da questa crescita di sfiducia, soprattutto in seguito allo scoppio della grande crisi e alle sue conseguenze. Un esempio particolarmente rilevante di questo fenomeno, secondo lo studio, sono gli Stati Uniti, un paese che ha storicamente messo l’ordinamento democratico al centro della propria identità e del proprio orgoglio nazionale.

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Come muore il Mediterraneo, il più grande mare della storia – Peter Schwartzstein – Internazionale

di SKA su Cose dette da altri, Notizie Commentate il 10 Gennaio 2020, 16:18

La maggior parte dei mari del mondo soffre di qualche forma di problema ambientale, ma pochi si sono deteriorati velocemente e qualitativamente come l’estremità orientale del Mediterraneo. Nonostante abbia dato vita ad alcune delle più grandi civiltà della storia, il Mediterraneo orientale è diventato un triste simbolo degli attuali fallimenti degli stati litoranei. In quei luoghi dai quali gli antenati salpavano, molti oggi gettano rifiuti industriali. Le conquiste, tra gli altri, di greci, fenici, romani ed egizi dell’età dei faraoni non fanno altro che evidenziare la decadenza politica ed economica dei loro discendenti.

Negli ultimi anni il Mediterraneo orientale è diventato in un certo senso il palcoscenico nel quale salvare o distruggere, una volta per tutte, il mare: “ora o mai più”. Ingenti e nuove scoperte di gas al largo delle coste hanno messo i paesi che si affacciano sulle sue coste gli uni contro gli altri, nel tentativo di accaparrarsi una parte delle risorse. Il riaccendersi di giochi di potere strategici, in particolare a proposito della Siria, hanno trasformato ancor di più il mare in un campo di battaglia geopolitico. In alcune sue parti, navi da guerra e aerei militari provenienti da luoghi lontani come il Pakistan attraversano furtivi le sue acque.

Mentre buona parte dell’Europa si preoccupa dei flussi migratori provenienti dal confine meridionale del continente, aumentano più che mai anche gli ostacoli alla ricerca di una soluzione per i mali ambientali del Mediterraneo orientale.

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Internet libero per una società libera e democratica – Valigia Blu

di SKA su ControInformazione, Cose dette da altri il 9 Dicembre 2019, 12:03

Internet forma parte delle nostre vite e ha un ruolo di rilievo nella società moderna. Ed è per questo fondamentale che i diritti di cui godiamo nella nostra vita “offline” siano rispettati e protetti anche durante le attività che svolgiamo online.

Questo perché, a 30 anni dall’invenzione del World Wide Web, non ha alcun senso mantenere una separazione tra la nostra “vita reale” e la cosiddetta “vita online”, come se di due mondi impermeabili si trattasse. Per anni – e ancora oggi c’è chi cade in questo errore – Internet è stato raccontato dai media come un “mondo virtuale”, separato dalla realtà. Se questa narrazione dai toni fantascientifici poteva essere accettata negli anni 90 – quando ancora l’accesso alla Rete era limitato e il web era a tutti gli effetti un mondo nuovo ancora tutto da creare, da esplorare e da sfruttare – non è più ragionevole parlare in questi termini della Rete ai giorni nostri, quando ognuno di noi ha accesso immediato alla connessione e alla pubblicazione e fruizione di contenuti online, da molteplici dispositivi, in qualsiasi momento.

Le nostre attività online sono “vita reale”, per cui qualsiasi limitazione nell’utilizzo della Rete può avere un impatto severo sui nostri diritti. Motivo per cui la libertà di parola così come la libertà di informazione online devono essere tutelate e difese.

Dal 2009 Freedom House pubblica ogni anno il rapporto Freedom of the Net, che rileva in che modo i governi e altri soggetti non-governativi operano per restringere le nostre libertà online.

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L’hacker antisistema che vuole portare la lotta di classe online – Valigia Blu

di SKA su ControInformazione, Cose dette da altri, Notizie Commentate il 25 Novembre 2019, 11:40

La prima apparizione è stata il 3 agosto 2014. Su Twitter sbuca un account, @GammaGroupPR. Il riferimento (che allora pochissimi potevano cogliere) è a una azienda anglotedesca, GammaGroup, che vende uno spyware, un software spia, usato dai governi per infettare e intercettare tutto ciò che passa su uno smartphone o un computer di un indagato. All’epoca si tratta di un settore – quello degli spyware o trojan a fini di indagine, in Italia detti captatori informatici – ancora poco noto e discusso, anche se da un paio di anni erano iniziati a uscire alcuni studi da parte di ricercatori e attivisti proprio sulle aziende che vendevano tali strumenti, e sui loro clienti, inclusi Stati autoritari e accusati di violare i diritti umani. GammaGroup produceva una suite di spyware nota come FinSpy/FinFisher, che vendeva a vari governi.

L’attacco a GammaGroup e la nascita di Phineas Fisher

Il misterioso e neonato account Twitter @GammaGroupPR, che tutto è tranne un ramo del marketing dell’azienda, ha anche un nome curioso: Phineas Fisher. Un gioco di parole che allude allo spyware. Da quel momento in poi diventerà il nome (in verità poco apprezzato dal protagonista, e molto amato dai media) di uno dei cybercriminali più ricercati, ma anche politicizzati, di questi anni.

“Siccome qua a Gamma abbiamo esaurito i governi, apriamo le vendite al pubblico”, esordisce il primo tweet che, in una escalation, inizia a pubblicare brochure, listino prezzi e documenti confidenziali dell’azienda. Qualche ora dopo, l’account pubblica anche il link a un rapporto 2012 del Citizen Lab, centro di ricercatori dell’Università di Toronto, secondo il quale il software spia rinvenuto sui dispositivi di attivisti del Bahrein sarebbe stato prodotto da Gamma Group (report ripreso all’epoca da varie testate come Bloomberg e Wall Street Journal).

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Se ridicolizzi Greta Thunberg, c’è un 99,9% di possibilità che tu sia un cogl**ne – VICE

di SKA su Cose dette da altri, Notizie Commentate il 26 Settembre 2019, 12:49

Insulti alla sua “faccia di cazzo” e alla sindrome di Asperger, giovani “gretini” che vogliono saltare scuola, teorie del complotto e tutto il resto: i commenti su Greta degli ultimi giorni la dicono lunga su chi li scrive.

Ieri pomeriggio è iniziata l’assemblea dell’Onu sul clima, e anche questa volta—almeno a parole—i leader politici si sono detti d’accordo: bisogna portare le emissioni a zero, rivedere i piani climatici, ripensare ai nostri modelli di sviluppo. Bisogna fare qualcosa per invertire la rotta, insomma.

Il massimo dell’attenzione mediatica si è però concentrata sull’intervento di Greta Thunberg; un discorso molto duro e accorato, in cui l’attivista svedese ha ribadito quanto ormai dice da più di un anno: è inutile continuare a fare promesse, bisogna agire ora. Perché “siamo all’inizio di un’estinzione di massa e tutto ciò di cui parlate sono soldi e favole di eterna crescita economica.”

“È tutto sbagliato,” ha poi detto Thunberg. “Io non dovrei essere qui. Dovrei essere a scuola dall’altra parte dell’oceano. Eppure venite tutti da me per avere speranza? Come osate! Avete rubato i miei sogni e la mia infanzia con le vostre parole vuote.” Tuttavia, ha concluso l’attivista, “i giovani cominciano a capire il vostro tradimento: e se scegliete di deluderci non vi permetteremo di farla franca.”

Thunberg ha insomma ribadito ancora una volta quello che va ripetendo da più di un anno a questa parte—un assunto che sta alla base anche del movimento #FridaysForFuture: non spetta (solo e unicamente) ai singoli risolvere un’emergenza climatica certificata dalla scienza oltre ogni ragionevole dubbio, ma a chi detiene il potere decisionale e politico di cambiare le cose. Il che tra l’altro non è nulla di eclatante, perché storicamente ogni grosso movimento di protesta è partito dal basso per colpire l’alto.

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La gestione delle spese di trasferta: alcuni trucchi per non impazzire

di Camerata Stizza su Marketing, Notizie Commentate il 16 Settembre 2019, 16:19

Le spese di trasferta sono fra le voci di costo più importanti per un’azienda. Ma come si possono gestire in modo efficace? Ecco qualche trucco per non impazzire.

Cosa sono le spese di trasferta?

Le spese di trasferta sono le spese sostenute da uno o più dipendenti durante una trasferta di lavoro. Si tratta, fondamentalmente, di costi per il viaggio, per l’alloggio e per i pasti. Per quanto riguarda i costi per il trasporto, diversi aspetti rientrano in questa categoria: per esempio le spese sostenute utilizzando un’auto aziendale (pedaggi, rimborso a seconda dei chilometri e così via) o noleggiata, acquisto di biglietti aerei, della metropolitana o del treno. Questa classificazione generale è utile per farsi un’idea di cosa siano le spese di trasferta ma in realtà è indicativa, perché ogni azienda può inserire, in base alle proprie necessità, altre tipologie di spesa.

Deducibilità delle spese di trasferta: i tre sistemi in uso

Le spese di trasferta sono deducibili in base a tre diversi sistemi:

  1. il rimborso spese a piè di lista o analitico, dove il dipendente deve giustificare tutte le spese mostrando all’azienda i biglietti o le fatture e poi verrà rimborsato. Le spese per il viaggio sono totalmente deducibili, mentre quelle per il vitto e l’alloggio hanno dei limiti. Difatti, c’è un limite di 180,76 euro al giorno se la trasferta è effettuata fuori dal territorio comunale e 258,23 euro al giorno nel caso in cui la trasferta sia all’estero. Gli spostamenti nello stesso comune, invece, sono a carico del dipendente;
  2. rimborso forfettario, dove l’azienda paga una somma prestabilita al dipendente, a prescindere dalle spese effettuate. Il dipendente, in questo caso, non è tenuto a giustificare la spesa sostenuta, non dovrà quindi conservare né fatture né scontrini o altre prove di spesa;
  3. rimborso misto. Si tratta di un sistema di registrazione intermedio che unisce elementi di entrambi i modelli. Alcune voci seguono la modalità a piè di lista e altre il sistema forfettario.

Al di là del tipo di rimborso è necessario che la registrazione delle spese di trasferta sia fatta in modo adeguato. Solo in questo modo si rende efficiente e competitiva la propria azienda e si aumenta la produttività. Ma come si fa a gestire in modo corretto le spese di trasferta? Il consiglio è quello di avvarlersi degli strumenti tecnici a disposizione. A tal proposito sono particolarmente utili le carte prepagate aziendali ad uso individuale o intestate a centri di costo e funzioni che permettono sia di garantire ai dipendenti di registrare le spese sia all’imprenditore di controllarli, mettendo un tetto massimo specifico o flessibile in base alla tipologia di spesa, alla trasferta o al periodo. Questo tipo di servizio in genere è accessibile non solo da PC ma anche comodamente dallo smartphone o dal tablet attraverso una app. Attraverso le app è possibile trasformare la gestione della nota spese da manuale ad automatizzata. Con le app si elimina l’errore umano, si velocizzano i tempi e si semplificano i processi. Tutto questo fa sì che l’azienda sia produttiva, perché i dipendenti e lo stesso imprenditore potranno focalizzarsi sul proprio obiettivo di crescita, attuando un preciso piano di marketing ed eventualmente anche un’espansione al di fuori dei confini nazionali.

Ricapitolando, la gestione delle spese di trasferta non è per nulla semplice, specialmente se si fa tutto manualmente. C’è il rischio di fare errori e, oltretutto, si perde di vista l’obiettivo principale: far crescere la propria azienda. Con le moderne tecnologie, però, è possibile evitare questi errori e registrare e controllare le spese di trasferta comodamente attraverso carte prepagate ed applicazioni su smartphone.

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Il femminicidio di Elisa Pomarelli: quando i media oltraggiano la vittima – Valigia Blu

di SKA su Cose dette da altri, Notizie Commentate il 9 Settembre 2019, 14:03

Una particolare forma di vilipendio di cadavere cui purtroppo tocca periodicamente assistere è quella che alcuni media riservano ai casi di femminicidio. Meglio ancora se accompagnata con l’apologia dell’imputato o del reo confesso, e tutta una serie di aggettivazioni e attribuzioni tese a riconoscergli delle attenuanti che, se inesistenti in fase processuale, di sicuro funzionano sul piano culturale agli occhi dell’opinione pubblica.

È il caso dell’omicidio di Elisa Pomarelli, per il quale è stato arrestato Massimo Sebastiani, 45enne che ha confessato l’omicidio (si ipotizza lo strangolamento) e l’occultamento del cadavere, dopo essersi nascosto per circa 15 giorni, circostanza per cui il padre di una sua ex compagna è stato indagato e arrestato con l‘accusa di favoreggiamento – avrebbe aiutato Sebastiani a nascondersi. Un delitto che si inserisce in un quadro di atteggiamenti ossessivi e persecutori, quell’attrito pericoloso tra attenzioni insistenti e incapacità di accettare rifiuti, con l’uomo che continuava a considerare la vittima come propria fidanzata, a dispetto di resistenze e dinieghi, fino alla decisione di uccidere e poi di nascondere il cadavere. Come ricostruito sul Corriere da Martina Pennisi ed Elena Tebano, secondo un’amica la vittima era lesbica, perciò il quadro di pressioni, insistenze e persecuzioni maturato nel femminicidio avrebbe anche una componente omofoba.

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È tempo che la politica si occupi di clima – il Tascabile

di SKA su Cose dette da altri, Notizie Commentate il 6 Agosto 2019, 15:37

La crisi ambientale suscita un’apprensione diffusa, [ma] poco tangibile nei saperi, politicamente marginale, elettoralmente insignificante”. Siamo nei primi anni duemila e a scrivere queste righe sfortunate è l’allora ministro francese della pianificazione territoriale Yves Cochet, in un libro dal titolo programmatico come pochi: Sauver la Terre (2003). “Mai e in nessun luogo al mondo si sono visti imponenti cortei contro l’aumento dei gas a effetto serra, contro la perdita della biodiversità, contro l’accumulazione di molecole di sintesi nell’ambiente”. Solo qualche tempo fa la situazione non pareva granché mutata, almeno a leggere l’auspicio con cui Amitav Ghosh chiudeva La Grande Cecità (2016): “mi piacerebbe credere che un’ondata di movimenti laici di protesta in tutto il mondo possa farci uscire dal vicolo cieco e portare a cambiamenti decisivi. […] È difficile immaginare che dei movimenti popolari di protesta possano acquisire abbastanza slancio in un orizzonte così ristretto”.

C’è voluta un’altra manciata d’anni prima che gli scioperi mondiali della scuola per il clima, i die-in di protesta nei luoghi pubblici e le crescenti dichiarazioni di emergenza climatica facessero fallire alcune delle previsioni più calamitose. Il destino ecologico dell’umanità non si è accartocciato su se stesso, inerte e apatico come molti immaginavano, ma ha preso a dispiegarsi con rinnovato vigore sulle spalle di un attivismo che combina la crisi del clima a quella delle grandi narrazioni economiche e politiche, il riscaldamento globale al ritorno prorompente della contestazione giovanile.

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Dropshipping: cos’è e come avviare un’attività

di SKA su Marketing il 28 Giugno 2019, 15:44

Qualche settimana fa mi stavo occupando dell’aggiornamento di un piano marketing per un’azienda di e-commerce e durante la riunione conclusiva è saltata fuori l’idea Dropshipping. Dopo qualche sguardo incerto tra tutti i presenti è stato necessario studiare meglio l’argomento e valutarne la reale fattibilità aziendale. 

L’aspetto interessante del dropshipping – nel nostro caso per un segmento aziendale di riferimento – è la possibilità di creare un’attività senza bisogno di avere a disposizione capitali di partenza, magazzini o dipendenti dedicati.

Ma forse bisogna fare un passo indietro. Il dropshipping è più che altro un metodo di vendita tramite cui il venditore mette in vendita il prodotto senza però la necessità di possederlo materialmente in magazzino. In sintesi estrema: l’acquirente richiede il prodotto al venditore – con funzione da intermediario, in pratica –  che a sua volta trasmette l’ordine al fornitore (il dropshipper) che provvederò a spedire la merce direttamente all’acquirente finale.

Il venditore che sta in mezzo a questo schema si occupa del marketing e della pubblicizzazione del prodotto, rimuovendo tutte le spese di magazzino e logistica (imballaggio e spedizione).

Possiamo dire che avviare un’attività online con Dropshipping sia tutto sommato una cosa semplice e vantaggiosa. Esistono vantaggi sia per i venditori che per i fornitori: i primi non dovranno avere un capitale di merce di partenza, magazzini o dipendenti dedicati alla logistica, ma soltanto relativamente all’area vendita e marketing.
Anche per il fornitore è però un vantaggio: si può estendere la propria rete di vendita, potenzialmente in tutto il mondo, o comunque penetrando in mercati non ancora coperti, senza doversi insediare con la propria azienda. Sarà l’azienda del venditore ad occuparsi della parte istituzionale.

Gli svantaggi ci sono e di solito riguardano la marginalità sul prodotto, che implica la necessità di realizzare elevati volumi di vendita. Sia per il venditore che per il fornitore i margini di guadagno rischiano di abbassarsi notevolmente a causa dell’alta competitività del mercato, in particolare quello online, in cui è di solito il prezzo più basso a spuntarla.

Altro problema potrebbe essere quello relativo all’approvvigionamento: per il venditore non avere un magazzino di riferimento in tempi brevissimi, potrebbe comportare una difficoltà oggettiva nel trovare la merce o verificarne l’effettiva disponibilità. Sarà compito di entrambe le parti fare in modo che i sistemi di comunicazione siano impostati nel miglior modo possibile prima di avviare l’attività.

Il dropshipping rappresenta indubbiamente una modalità interessante da sfruttare nei casi in cui si vogliano esplorare dei mercati – in entrambe le direzioni – o si voglia un’attività di vendita sul quale si è particolarmente ferrati. Un metodo semplice e molto veloce per avviare un business online senza praticamente nessun investimento iniziale, a parte quello di: un buon sito web, una gestione adeguata di tutto il comparto del digital marketing ed un customer service. 

 

 

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Prodotti di consumo: ponti globali tra culture differenti

di SKA su Marketing il 21 Giugno 2019, 14:14

Nell’ultimo decennio la diffusione di nuove tecnologie digitali – in particolare con la diffusione penetrante e pervasiva dei servizi in streaming – ha innescato molte trasformazioni nel mondo della produzione ma soprattutto del consumo culturale.

Già dall’inizio del secolo la digitalizzazione aveva avviato una trasformazione sostanziale nel consumo di oggetti culturale come musica, film, libri, giornali quotidiani, ma nell’ultimo decennio – grazie ad infrastrutture internet più performanti ed attraverso devices portatili sempre meno costosi e più alla portata delle grandi masse – il flusso immateriale di dati è divenuto una costante imprescindibile, invertendo la tendenza (e i margini) del supporto fisico che l’ha fatta da padrone per tutto il secolo precedente.

Ma il punto non è tanto l’effetto diretto del processo di digitalizzazione degli oggetti culturali in sé ad essere interessante, quanto il suo effetto indiretto nell’aumento del consumo stesso di quei prodotti culturali – in particolare serie tv e film su internet – che hanno visto un’esplosione incrementale negli ultimi anni. L’osservazione delle dinamiche dei mercati e la traiettoria di penetrazione degli oggetti culturali digitali all’interno dei rispettivi settori, ma soprattutto all’interno dei singoli paesi. In questo contesto un po’ atipico per per le abitudini di consumo dal quale proveniamo, più aumenta l’offerta più aumenta la domanda all’interno dei mercati globali e a cascata nazionali.

Quindi con l’esponenziale riversamento di contenuti dal quale siamo inondati si è venuto a generare un nuovo mercato – o meglio, un nuovo impulso con rinnovate esigenze – riguardanti l’adattamento e la traduzione professionale della mole di contenuti che possano soddisfare al meglio la domanda e l’offerta sul piatto. Non si gioca più tra amatori, fan e sottotitolatori per hobby – se pur impavidi condottieri – ma il mondo dei produttori di consumo devono adattarsi a un mercato globale in costante espansione, ma soprattutto alle esigenze dei singoli consumatori affidandosi ad imprese professionale per la traduzione.

Che non si tratta più di mera traduzione: i traduttori in questi contesti, soprattutto su nicchie molto verticali, svolgono sempre di più il lavoro di mediatore culturale che di mera traduzione ed adattamento. Cosa significa essere mediatori culturali lo spiega bene Sergio Portelli, curatore del volume “Traduttori come mediatori culturali”

Essere mediatori culturali significa andare oltre l’aspetto meramente linguistico. Significa trasporre il testo da una cultura all’altra per permettere al lettore nella cultura d’arrivo di accedere il più possibile all’atmosfera, al significato e all’effetto del testo originale. Le culture non sono perfettamente sovrapponibili, perciò il traduttore deve trovare nella lingua di arrivo il modo per rendere gli elementi che caratterizzano il testo di partenza. Ciò non significa addomesticare l’originale, nel senso di eliminare ciò che è estraneo alla cultura d’arrivo. È un processo delicato che costituisce la sfida che il traduttore deve affrontare, nel rispetto sia del testo di partenza sia del lettore nella cultura d’arrivo

Non si tratta quindi di tradurre documenti o prendere parola per parola il testo dello script che si ha davanti in maniera acritica, ma sono necessari approfondimenti su entrambe le culture di riferimento, studio e comprensione per evitare bizzarrie o superficialismi. Pontieri tra le culture.

Il consumo culturale è, oggi ancora di più, la finestra tramite il quale ci affacciamo e facciamo affacciare culture diverse dalle nostre per osservarne la diversità o per migliorare noi stessi, è una delle principali frontiere di trasformazione simbolica e sociale del mondo contemporaneo. In un mondo che vuole essere veramente globale devono essere costruiti ponti, non ostacoli o barriere.

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Guida alle elezioni europee: come si vota, le candidature, i programmi, le alleanze – Valigia Blu

di SKA su ControInformazione, Cose dette da altri, Notizie Commentate il 17 Maggio 2019, 10:20

Le elezioni europee si avvicinano. Abbiamo preparato una breve guida per orientarsi al voto: quando bisognerà andare alle urne, come funziona le legge elettorale in Italia, quali sono le funzioni del Parlamento europeo e perché questa elezione è importante per la scelta della nuova presidenza della Commissione europea. Abbiamo anche riassunto i programmi elettorali delle maggiori forze politiche italiane, suddividendoli per tematiche.

Un grande classico delle tornate elettorali, soprattutto quelle più complesse come sono queste Europee: l’articolone di Valigia Blu, che resta sempre la fonte più autorevole cui affidarsi in ambito informativo.

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Ogni giorno muoiono 3 persone sul lavoro in Italia. E a nessuno interessa. – The Vision

di SKA su ControInformazione, Cose dette da altri il 6 Maggio 2019, 11:41

Lo scorso 28 aprile, nello stabilimento ex Ilva di Taranto, si è verificato un incidente che ha posto a serio rischio la vita dei lavoratori. Durante la fase di colata un’onda di acciaio incandescente ha investito tutta la linea coprendo il coperchio della lingottiera. Fino a qualche minuto prima gli operatori si trovavano in quel punto esatto per il cambio di un tubo; poi un boato li ha messi in fuga e così nessuno è rimasto coinvolto. “Questa tipologia di evento incidentale si è verificata diverse volte anche in passato, ogni volta i lavoratori escono incolumi per pura fortuna e ogni volta puntualmente denunciamo l’accaduto”, ha spiegato Francesco Rizzo, coordinatore provinciale del sindacato Usb. In effetti, lo stabilimento tarantino compare costantemente sulle pagine della cronaca locale e nazionale. L’8 aprile, la rottura delle funi di una gru ha causato la caduta di un rotolo di lamiera d’acciaio che per pura coincidenza non ha colpito nessun operaio. A marzo, la struttura adoperata al sollevamento di un tombino metallico ha ceduto, cadendo sul piede di un operaio a cui è stato amputato un dito. A febbraio un altro addetto è rimasto ustionato, dopo essere stato investito da un getto di acqua bollente.

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L’arresto di Julian Assange e quella minaccia al giornalismo e alla libertà di informazione – Valigia Blu

di SKA su Cose dette da altri, Notizie Commentate il 12 Aprile 2019, 14:17

Dopo 2487 giorni nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange, è stato arrestato dagli ufficiali della Metropolitan Police della capitale britannica intorno alle 10.30 del mattino, ora locale, dell’11 aprile.

Gli ufficiali di polizia stavano eseguendo un mandato spiccato dai magistrati della Corte di Westminster a cui se ne è aggiunto, due ore più tardi, un altro dovuto alla richiesta di estradizione di Assange negli Stati Uniti.

I casi che lo riguardano e che hanno portato all’arresto sono dunque due. Il primo, dicono le autorità, concerne la violazione compiuta da Assange della sua libertà cauzionale entrando nell’ambasciata, dove aveva trovato – sotto la precedente e ben più amichevole presidenza di Rafael Correa – asilo per fuggire a una richiesta di estradizione in Svezia. Lì avrebbe dovuto essere interrogato all’interno di un’inchiesta per un caso di molestie sessuali a lui attribuite da due donne. Assange aveva provato la strada del ricorso, perdendola – da cui il mandato spiccato, ed evaso, a giugno 2012. Il caso era stato archiviato dalle autorità svedesi nel maggio 2017, “dopo che la Svezia, per sette anni”, nota Stefania Maurizi, “ha mantenuto l’indagine alla fase preliminare senza incriminarlo né scagionarlo una volta per tutte”.

Il secondo riguarda una questione dalle conseguenze molto delicate per il giornalismo, la libertà di stampa e di espressione. Assange aveva sempre sostenuto che la richiesta di estradizione in Svezia ne celasse, in realtà, un’altra verso gli Stati Uniti, dove temeva di finire processato come “spia” secondo la durissima – e criticatissima – norma del 1917 chiamata “Espionage Act” per il materiale pubblicato da WikiLeaks tra il 2010 e il 2011.

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Scarpe, un mercato che cresce senza sosta: dal 2010 al 2025, il boom tra dati e previsioni

di SKA su Marketing il 10 Aprile 2019, 17:30

Il mercato delle calzature, dal 2014, ha cominciato a vivere un vero e proprio boom: oggi come oggi, ogni anno, si fabbricano oltre 23 miliardi di calzature, pari ad un valore di 216 miliardi di dollari, se si fanno i conti con l’anno 2016. Per il 2025 la crescita è stimata intorno ai 278 miliardi totali. I mercati di produzione sono quelli asiatici, nove-decimi del totale, ma in questo mondo c’è anche l’Italia, che si sta ritagliando un posto di assoluto rilievo. Dal 2010 la produzione è andata vieppiù crescendo, arrivando a contare 20 miliardi di paia di scarpe per soli, si fa per dire, 7 miliardi di esseri umani. Nel 2014 la produzione è aumentata, ha toccato i 23 miliardi, come nel 2016. Ma le previsioni per il 2025, poc’anzi anticipate, danno maggiori chiarimenti circa un fenomeno sempre più globale.

Le calzature oggi rappresentano il top della moda e poi sempre più persone fanno attività sportiva e indossano scarpe di ginnastica. Il mercato più grande è quello asiatico, in cui vengono prodotte scarpe di ogni tipo, per ogni età. Sei paia di scarpe su dieci arrivano dalla Cina che, però, negli anni ha perso un -2% a favore di India, Indonesia, Vietnam, Bangladesh, luoghi in cui il lavoro, come noto, costa molto di meno e le stesse aziende cinesi stanno trasferendosi via via in queste zone, arrivando però anche in Africa, Turchia e Brasile, paesi meno aggressivi economicamente e che però hanno appreso e affinato l’arte della produzione di calzature. In Europa, fieramente, si erge l’Italia che in questo particolare mercato ha un ruolo sempre più centrale: secondo il Footwear Market Yearbook il nostro Paese, nel 2016, era il terzo principale esportatore di calzature al mondo, capace di incassare, vendendo al di fuori dei confini nazionali, circa 10 miliardi di dollari, l’8% di un mercato di 122 miliardi di dollari per quel che riguarda le esportazioni mondiali. Significa che in 10 anni il nostro paese ha accresciuto il valore del 78%. La Cina, nel 2016 come oggi, si conferma il primo esportatore, capitalizzando il 36% del totale per quel che concerne il valore mondiale delle esportazioni. Al secondo posto c’è il Vietnam, col 17% dei ricavi totali. In questa classifica la Cina comanda anche per numero di persone che sempre più indossano scarpe quotidianamente: nel paese del dragone all’anno si vendono 4 miliardi di paia di scarpe. In Inda se ne vendono 2,2 miliardi. In Asia, se la matematica non è una opinione, vanno a finire il 40,5% delle scarpe prodotte e messe in vendita.

Chi spende di più? USA e Canada superano tutti: nel 2016 dall’America del Nord è stato speso circa il 36,5% del totale degli affari ma la crescita dell’Oriente sta decisamente soppiantando il dominio, ormai solo presunto, dell’Occidente. Chi domina, nel mondo delle calzature? Società con cui siamo a contatto tutti i giorni: Adidas, Nike, New Balance. Multinazionali più che aziende capaci di escogitare più sistemi per vendere in maniera vincente.

Le Sneakers la fanno sempre da padrone nella scelta dei modelli, ma anche i mocassini oltre ai modelli classici del passato rivisitati in chiave moderna sono presentati dalle aziende simbolo del lusso (controlla qui), come Bugatti che si distingue nell’ideazione e produzione di automobili di lusso da ben 110 anni.

Un altro must have delle collezioni moda primavera estate 2019 è l’utilizzo di indumenti e calzature pensate e prodotte per lo sport e poi utilizzate nella vita quotidiana e che grazie alle elevate prestazioni risultano superlative nella vita di tutti i giorni, come puoi constatare guardando qui. I negozi tradizionali si sono visti messi da parte in favore di quelli digitali, da colossi dell’e-commerce come Zalando, capace di chiudere il 2017 con un aumento dei ricavi del 23,4%. Quando si può avere tutto a portata di click. La crescita attuale è stata possibile soprattutto grazie al ramo del mondo delle calzature non propriamente sportivo: da scarpe casual fino agli stivali militari, scarpe da sera, sandali, prodotti che pesavano il 53% del fatturato complessivo, completato dalle scarpe sportive. Le calzature sono sempre più l’accessorio di moda per antonomasia, fatti in ogni modo: pelle, tessuti, plastica e gomma, che finora hanno pesato, da sole, per il 26% totale del mercato. Quelle più vendute sono le calzature da donna, grazie anche ai marchi specializzati sempre più proliferanti.

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WTF?

Giornalista, web designer e pubblicitario. Da blog di protesta negli anni in cui i blog andavano di moda, questo spazio è diventato col tempo uno spazio di riflessione e condivisione. Per continuare a porsi le giuste domande ed informare se stessi.