Contro la disinformazione l’unica vera arma è il pensiero critico – Valigia Blu

di SKA su ControInformazione, Cose dette da altri il 2 novembre 2017, 13:08

L’alfabetizzazione ai media e i progetti nelle scuole.

«La sfida è che i ragazzi diventino “cacciatori di bufale”, detective del web, in grado di capire, sempre, se una notizia è vera o è falsa, se un post su Facebook è semplicemente un post o invece una menzogna. Perché la Rete è una prateria dove spesso il più forte prevale. Per questo credo fortemente nell’educazione civica digitale e quindi nel progetto #BastaBufale rivolto ai giovani, che presenteremo domani insieme alla ministra Fedeli».

Non ha dubbi il presidente della Camera, Laura Boldrini, nell’illustrare in un’intervista a Repubblica il progetto #BastaBufale, programma di alfabetizzazione alle notizie, presentato però, come manifesto che vede nel web “una prateria dove spesso il più forte prevale”. Con pochi giri di parole, una giungla. L’iniziativa riguarderà 8mila istituti e poco più di 4 milioni di studenti che, secondo quanto descritto da un decalogo in 8 punti (gli ultimi due arriveranno dopo il coinvolgimento delle scuole attraverso una piattaforma online di prossima apertura, scrive Corrado Zunino su Repubblica), dovranno utilizzare gli strumenti, che questo luogo inospitale (Internet) mette a disposizione, per “cacciare le bufale”, le fake news, “gocce di veleno nella nostra quotidiana dose di web che infettano senza nemmeno accorgercene”, come aveva detto il presidente Boldrini al New York Times.

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Andare negli Stati Uniti: l’autorizzazione ESTA

di SKA su ControInformazione il 12 ottobre 2017, 08:05

Nei giorni precedenti alla scrittura di questo articolo ho avuto il piacere di scambiare qualche email con un lettore di vecchia data – Paolo – che ha letto con interesse il post in cui si parlava di Canada e le loro autorizzazioni di viaggio. Abbiamo scoperto una – inevitabile – passione comune per il Nordamerica tutto ed in uno degli scambi mi chiedeva: ma anche per andare negli Stati Uniti ci sono le stesse regole?

Negli Stati Uniti il processo è leggermente diverso, anche qua distinto tra viaggiatori ed immigranti – poi lo vediamo – ma assolutamente abbordabile per chiunque. Se stai pensando di andare negli Stati Uniti nel prossimo futuro, per un viaggio turistico, un viaggio di nozze, un colloquio conoscitivo d’affari o comunque con una permanenza breve e non lavorativa è bene continuare a leggere.

Cosa ti serve: ESTA
Innanzitutto serve il permesso ESTA, che sta per “Electronic System for Travel Authorization” ossia un’Autorizzazione al Viaggio elettornica. ESTA si tratta di un sistema automatizzato che viene utilizzato per verificare se i viaggiatori sono idonei o meno per andare negli Stati Uniti. Rappresenta il documento finale che viene rilasciato al seguito di un processo elettronico che consente di richiedere autorizzazione di ingresso negli USA attraverso Internet a tutti i cittadini che fanno parte del Visa Waiver Program (VWP).

ESTA è un livello di sicurezza ulteriore che consente a che permette al Dipartimento di Sicurezza Nazionale (Department of Homeland Security – DHS) di determinare se un individuo, prima del suo arrivo negli Stati Uniti, è idoneo all’ingresso nel Paese e se può rappresentare un rischio per la sicurezza.

Il VWP invece non è altro che un programma di Viaggio senza Visto dedicato ai cittadini di 38 paesi aderenti (tra cui l’Italia) e consente di andare negli USA senza il bisogno di un Visto non-immigranti.
Molto importante: il programma ESTA è diventato obbligatorio dal 12 gennaio 2009 e da questa data per tutti i cittadini appartenenti alle nazioni aderenti al VWP è necessario ottenere un’autorizzazione di viaggio ESTA prima di imbarcarsi per gli Stati Uniti. Nota bene: se pensate di partire nelle prossime settimane o mesi, avvantaggiatevi, meglio farlo con largo anticipo.

Differenze tra Visto USA e ESTA
C’è da fare una doverosa precisazione e distinzione: ESTA non è un Visto (nonostante venga comunemente anche chiamato Visto ESTA) in quanto non è in linea con i requisiti di un Visto USA regolare. ESTA però ci offre la possibilità – come abbiamo già detto – di volare verso gli Stati Uniti pur non avendo bisogno di un visto USA.

Alcuni casi esemplificativi che parlano da soli:
Viaggi negli USA per motivi di lavoro: devi richiedere un Visto USA tradizionale (visto per non immigranti)
Vuoi emigrare negli USA: anche qua dovrai richiedere un Visto USA standard (visto per immigranti)
Vai in Vacanza negli Stati Uniti e la tua nazione fa parte del VWP: devi richiedere ESTA

Se hai già un Visto – per lavoro, ad esempio – : non sei tenuto a fare richiesta dell autorizzazione ESTA. Potrai accedere negli USA in base alle condizioni presente sul tuo Visto.

Come ottenere l’autorizzazione ESTA
Presentare una domanda ESTA è un procedura molto semplice e si effettua compilando apposito modulo online attraverso agenzie autorizzate, come ad esempio https://application-esta.us/application

Si deve accedere al sito web in cui ci si ritrova direttamente nella versione in italiano e compilare tutti i campi direttamente on line. Se non si può o non si riesce può farlo tranquillamente qualcun altro al posto tuo, sia un parente, un amico o direttamente il vostro tour operator se state effettuando un viaggio organizzato. Bisogna indicare i soliti dati di base (nome, data di nascita, cittadinanza) con in più i dati del passaporto e recapiti di contatto. Andranno fornite anche indicazioni relative al viaggio: numero di volo e compagnia, città di partenza e indirizzo di alloggio negli Stati Uniti (l’albergo, la struttura ricettiva, casa della zia Maggie).
Verranno richieste anche stato di salute ed eventuali condanne penali (bisogna anche spiegare perché queste due informazioni sono fondamentali?).

L’autorizzazione ESTA è a pagamento, dal settembre 2010: costa 14 dollari e deve essere effettuata tramite carta di credito.

Validità dell’autorizzazione ESTA
ESTA è valida per 2 anni a partire dalla data di concessione, oppure fino alla naturale scadenza del passaporto (o revoca per altri motivi). Da quel momento si può entrare negli USA per viaggi illimitati senza richiedere ulteriori autorizzazioni ESTA: ogni singolo soggiorno non può però essere superiore a 90 giorni di permanenza.

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Italia prima in europa per il gioco d’azzardo

di Camerata Stizza su Notizie Commentate il 4 ottobre 2017, 23:59

Se l’Italia non può purtroppo vantare alcun primato nei settori occupazionali e di welfare sociale, vanta purtroppo un primato europeo tra i meno ambiti: abbiamo una slot machine ogni 143 abitanti, he è quasi la metà di altri paesi come la Spagna (245) o la Germania (261).
Si tratta di un report uscito proprio in questi giorni rilasciato da Osserva Italia, un’iniziativa de La Repubblica Affari&Finanza in collaborazione con Conad e Nielsen.
Ne abbiamo parlato spesso, purtroppo, in Italia un settore che tira tantissimo è quello del gioco d’azzardo, tanto che nel solo 2016 il gettito raccolto si aggira attorno ai 96 miliardi di euro ripartiti tra slot da intrattenimento (26,3 miliardi), videolotterie (23,1), giochi di carte (16), lotto (8) e pronostici sportivi (7,5). Tutto il resto viene ripartito tra le sempre minori scommesse ippiche, virtuali, bingo e giochi a totalizzatore (es. Superenalotto).

Le slot machine da intrattenimento e le videolottery sono attualmente le tipologie che, da sole, raccolgono il 51% da gioco d’azzardo; seguono i giochi di carte (17%), le lotterie e il gratta e vinci (9%), il lotto (8%) ed a seguire le altre attività.

I numeri delle sale fisiche attive: 206 sale bingo, 1.333 punti per effettuare scommesse sportive, 3.160 per le scommesse ippiche, 5 mila sale videolottery, 33.800 luoghi per giochi a totalizzatore, 34 mila ricevitorie del lotto, 63 mila punti di vendita per le lotterie, 85 mila esercizi commerciali con slot. E i tantissimi siti Internet di scommesse online e Siti casino gratis per vincere soldi veri, molti dei quali sono stati inibiti dopo la stretta dell’AAMS. Va sempre verificata l’effettiva autorizzazione del sito di riferimento.

I numeri delle macchinette mangiasoldi e del gioco d’azzardo legale sono legati anche alle perdite da parte dei giocatori: in questo senso l’Italia occupa il nono posto al mondo per perdite. Tanto interesse economica porta da una parte vere e proprie patologie – ludopatie – e al rischio di tracolli economici famigliari; dall’altra l’interesse delle criminalità organizzate è sempre più alto. Il rapporto della Direzione Investigativa Antimafia degli ultimi due semestri 2016, presentata al Parlamento, pone l’accento su quanto “permane l’interesse della criminalità verso il gioco d’azzardo, le scommesse e i videogiochi”.

Nella conferenza Stato-regioni sul riordino dei giochi d’azzardo si è raggiunto l’accordo che nei prossimi 3 anni verranno dimezzati i punti gioco, mentre vengono lasciate in mano ai sindaci le decisioni relative alle fasce orarie o alle distanze da tenere da scuole e zone di aggregazione giovanile per i luoghi di gioco.

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Vendita auto: internet nuova frontiera?

di SKA su Notizie Commentate il 21 settembre 2017, 22:59

Che internet abbia cambiato le carte per molti settori economici è sotto gli occhi di tutti: su internet facciamo transazioni, acquistiamo voli e prenotiamo alberghi, condividiamo momenti importanti della nostra vita, cerchiamo l’appartamento ideale o – perché no – facciamo perfino la spesa. Alcune pratiche però vengono dimenticate, e molti non sanno che su internet si può perfino vendere la propria auto.

Gli italiani sono un popolo di automobilisti, questo è chiaro. I dati del primo semestre 2017 del Ministero dei Trasporti mostrano vendite di circa l’8% superiori rispetto allo stesso periodo del 2016 – anno in cui si sono conclusi gli incentivi statali alle vendite e che già si era chiuso positivamente. La crescita però interessa anche il mercato dell’usato. Sempre più spesso gli italiani aggiornano il loro parco macchine rivolgendosi al mercato delle auto di seconda mano. Come mai? Anche in questo caso entrano in gioco le nuove tecnologie disponibili.

Il mezzo più conosciuto per rivendere la proprio auto usata è eBay Cars: grazie alla crescente specializzazione, il sito di aste offre tantissimi servizi, tra cui la compravendita di auto online. E anche qui il processo è facilissimo. Basta inserire il tipo di modello desiderato, il codice postale di riferimento e alcune informazioni aggiuntive per trovare subito gli annunci di auto usate nelle vicinanze. Una volta trovata l’auto che si vuole comprare, basterà contattare il venditore e fargli un’offerta; oppure si può decidere di acquistare l’auto senza contrattazioni al prezzo suggerito dal venditore, con eBay sempre a supervisionare la transazione.

Però a volte occorre rivendere la propria macchina, e non tutti vogliono rivolgersi ad un servizio di aste, né dedicare il proprio tempo ad acquirenti che si tirano indietro all’ultimo minuto. Tra i nuovi siti dove è possibile comprare auto usate c’è Noicompriamoauto.it, grazie a cui rivendere la propria auto è più facile del previsto. Basta inserire alcune informazioni nello strumento di valutazione in cima alla pagina per ricevere una prima stima del proprio mezzo. Ma il vero valore sarà determinato dalla perizia dal vivo, con cui un esperto analizzerà lo stato delle componenti e farà un’offerta. La stima è gratuita e l’offerta non vincolante: si può sempre decidere se accettare o meno.

E per chi vuole semplicemente piazzare un annuncio? C’è la classica contrattazione tra privati, su cui avanza qualche scetticismo. Internet è pieno di sezioni di annunci e forum dove i proprietari di una macchina possono piazzare la loro offerta liberamente. Quello che si guadagna in libertà si perde però in sicurezza: non è raro incappare in frodi o vendite deludenti, per non parlare delle auto di dubbia origine. Proprio per questo è sempre bene rivolgersi a canali dietro cui ci sono aziende dalla provenienza ben chiara. Inoltre, molte piattaforme online come quelle appena citate si occupano anche del disbrigo della burocrazia, rendendo la vendita facile come ci si aspetterebbe dalle nuove tecnologie.

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Andare in Canada: tutto quello che devi sapere

di SKA su ControInformazione il 29 agosto 2017, 13:58

Nei mesi passati ho preso in considerazione varie volte l’ipotesi di andare via dall’Italia, soprattutto a seguito di alcune allettanti proposte di lavoro – al quale mi ero candidato – provenienti sia dall’Europa che da oltreoceano. Per muoversi in Europa non ci sono più particolari problemi o burocrazie di sorta al quale attenersi (salvo casi specifici, tipo la Gran Bretagna), mentre per quanto riguarda le mete oltreoceano più interessanti lavorativamente parlando – Canada e Stati Uniti – le cose si fanno un filo più complicate, ma neanche troppo.

Avendo instaurato una lunga conversazione via mail e skype con un’azienda canadese, mi ero preparato una lunga serie di appunti in forma di lista su tutto quel che c’è da fare e da sapere per andare a vivere nel paese nordamericano. Poi il trasferimento non si è più fatto, ma gli appunti e le informazioni recuperate credo possano ancora essere utili per i lettori. Andare in Canada resta ancora un sogno, che prima o poi potrebbe avverarsi.

Partirei da alcuni dati recenti come premessa: il Country RepTrak 2017, è un indice che misura la reputazione globale dei 55 Paesi con il Prodotto interno lordo più alto. Ed in questa classifica il Canada risulta il paese con la migliore reputazione al mondo, dopo arrivano Svezia e Svizzera. Ovviamente l’Italia è fuori dalla top10. Il Canada si colloca poi al 6° posto nel mondo per indice di sviluppo umano, in cui si prendono in considerazione l’alfabetizzazione, le libertà civili ed economiche ed ovviamente la qualità della vita. Lonely Planet segnala il paese delle foglie d’acero come prima meta consigliata per il 2017.

L’indice di disoccupazione si aggira attorno al 7%, mentre in Italia siamo attorno al 12% (che sale al 40% se consideriamo la fascia di età più giovane fino ai 30 anni), è inevitabile quindi che il Canada sia considerarsi meta di attrazione sia per chi è in cerca di opportunità lavorative, ma anche per chi vuole godersi la pensione in un paese accogliente. Secondo i dati INPS infatti i pensionati italiani residenti in Canada sono circa 65mila.

Ora è venuta voglia anche a voi? Passiamo alle informazioni più concrete, allora. Sicuramente dovrete munirvi di un passaporto valido e documenti di identità. Nei casi in cui vi vogliate trasferire – o fare dei colloqui – per lavoro sarà necessaria la conoscenza della lingua inglese e francese, così come relativi curriculum e lettere di presentazioni in entrambe le lingue.

All’ingresso bisogna dimostrare di avere sufficiente denaro per il viaggio e di avere forti legami con il paese di origine (nel nostro caso l’Italia) che significa: famiglia e lavoro. Bisogna godere di buona salute, se viaggiate con un animale di compagnia bisogna avere tutti i certificati di vaccinazione ed è necessario dimostrare di voler tornare nel proprio paese di origine una volta terminato il viaggio (nei casi di turismo, nei casi di lavoro vedi sotto).

eTA – Autorizzazione Elettronica di Viaggio

Dal 15 marzo 2016 (prorogato poi al 30 settembre 2016) è diventato obbligatorio fare richiesta della eTA – Electronic Travel Authorization per gli stranieri che non necessitano di una visto per entrare in Canada e per i residenti negli Stati Uniti che entrano per via aerea. L’autorizzazione serve alle autorità canadesi per identificare e controllare i viaggiatori e verificare se il viaggio possa comportare rischi alla sicurezza nazionale. Per ottenere maggiori informazioni sull’eTA si può andare su https://eta-canada.it/faq/ che approfondisce la tematica in maniera dettagliata e consente di avviare la pratica di richiesta autorizzazione. Si fa online in poco tempo ed ha validità di 5 anni. Si collega elettronicamente al vostro passaporto (che ovviamente dovrà essere lo stesso con il quale viaggiate)

L’autorizzazione consente di verificare l’idoneità del passeggero che non ha bisogno di visto d’ingresso, quindi praticamente tutti i passeggeri che vogliano arrivare in Canada per via aerea. Nei casi relativi alla ricerca di lavoro invece avrete bisogno di un’autorizzazione di lavoro temporanea. Gli studenti e i lavoratori temporanei provenienti dai paesi che necessitano di un’eTA e che hanno ricevuto permessi di lavoro o di studio prima del 1° agosto 2015 e che pensano ritornare in Canada via aerea, avranno comunque bisogno di un’eTA.

Fate eTA prima di acquistare i biglietti dell’aereo.
All’arrivo troverete un ufficiale d’immigrazione che vi farà una breve intervista per accertare l’idoneità in base ai requisiti di cui sopra ed in caso positivo confermerà l’ingresso scrivendo sul passaporto il limite di tempo concesso per restare in Canada, che di solito è di 6 mesi.

Prima di pensare ad un trasferimento definitivo consiglio di prendersi del tempo per fare un bel viaggio e scoprire le bellezze del Canada, conoscere le persone e magari parlare anche con qualche ufficio. Qualora non dovesse fare al caso vostro, avrete fatto comunque un’esperienza indimenticabile.

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Perche un ricercatore universitario italiano é stato torturato e ucciso in Egitto? – The New York Times

di SKA su ControInformazione il 24 agosto 2017, 10:25

Quel giorno di novembre 2015 l’obiettivo della polizia egiziana erano i venditori ambulanti di calze, occhiali da sole da 2 dollari e gioielli finti, raggruppati sotto i portici degli eleganti edifici secolari di Heliopolis, un sobborgo del Cairo. Blitz come questo erano di routine, ma questi venditori occupavano una zona particolarmente sensibile. A solo una novantina di metri di distanza si trova il palazzo riccamente decorato nel quale il Presidente dell’Egitto, l’autoritario leader militare Abdel Fattah el-Sisi, accoglie i dignitari stranieri. Mentre gli uomini raccoglievano in fretta le lore cose dai tappetini e dai portoni, preparandosi a fuggire, avevano tra loro un’assistente improbabile: un ricercatore universitario italiano di nome Giulio Regeni.

Giulio era arrivato al Cairo pochi mesi prima per condurre ricerche per il suo dottorato a Cambridge. Cresciuto in un piccolo paese vicino a Trieste da un padre rappresentante e da una madre insegnante, Regeni, un ventottenne di sinistra, era rimasto affascinato dallo spirito rivoluzionario della Primavera araba. Nel 2011, quando erano esplose le manifestazioni di Piazza Tahrir che condussero alla caduta del Presidente Hosni Mubarak, stava finendo il suo corso di laurea in arabo e scienze politiche all’università di Leeds. Si trovava al Cairo nel 2013, lavorando come stagista per un’agenzia delle Nazioni Unite, quando una seconda ondata di manifestazioni portarono le forze armate a cacciare il presidente egiziano recentemente eletto, l’Islamista Mohamed Morsi, e a mettere al potere al-Sisi. Come molti egiziani divenutiti ostili al governo troppo invadente di Morsi, Regeni apprezzò questo sviluppo. “Fa parte del processo rivoluzionario,” scrisse a un’amico inglese, Bernard Goyder, nella prima parte di agosto. In seguito, meno di due settimane dopo, le forze di sicurezza di al-Sisi uccisero 800 sostenitori di Morsi in un solo giorno, il peggior massacro voluto dallo stato nella storia dell’Egitto. Fu l’inizio di una lunga spirale di repressione. Regeni presto partì per l’Inghilterra, dove cominciò a lavorare per Oxford Analytica, un’azienda di analisi e ricerca.

>> Continua a leggere la traduzione italiana dell’articolo del New York Times

Sorgente: Perche un ricercatore universitario italiano é stato torturato e ucciso in Egitto? – The New York Times

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Salute e Sicurezza sul lavoro: la BS OHSAS 18001 e lo stato attuale

di SKA su ControInformazione il 16 agosto 2017, 18:40

Nel 2008 Marco Rovelli pubblicò per BUR un saggio intitolato “Lavorare uccide”, titolo quanto mai esplicativo per un tema in quel momento caldissimo e centrale: le vittime sul lavoro. Rovelli in quel momento ed in quel contesto decise di non limitarsi soltanto ai freddi dati statistici – spesso frastagliati o poco accurati – ma decise di raccontare le storie che si trovavano alle spalle di quegli incidenti, raccogliendo testimonianze e facendosi raccontare il vissuto di chi non c’era più. Il libro raccontava una serie molto ampia di testimonianze, distribuite su tutto il territorio nazionale, ma che avevano come trait d’union un unico tema portate: le morti erano (e sono ancora) da addebitarsi alla mancanza di elementi base di sicurezza sui luoghi di lavoro.

La spinta di quell’epoca arrivò da due tragici eventi avvenuti uno alla fine del 2007 a Torino, negli stabilimenti della THYSSEN-KRUPP e a breve distanza al Truck Center di Molfetta, in una piccola azienda dove morirono sia datore che altri 5 giovani lavoratori. In quell’anno persino il MIUR decise che il tema era talmente importante tanto da portarlo sui banchi di scuola per la maturità con il titolo “Il lavoro tra sicurezza e produttività”. Venne aspramente criticato a causa di quel pruriginoso assioma che il lavoro – ossia prestare le proprie energie a fronte di una retribuzione – debba soppesarsi tra la propria sicurezza personale e quella di essere produttivi e funzionali. La costituzione recita infatti, e non a caso, “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. 

Questo diritto a ben vedere è stato e purtroppo è ancora ampiamente negato a causa di un’anomalia prettamente italiana come quella degli incidenti sul lavoro e che dal quadro rappresentato nel 2008 da Rovelli sembra non essere cambiato poi molto. A guardare le statistiche dell’Inail ad esempio possiamo scorgere che da Gennaio-Dicembre 2015 le denunce d’infortunio con esito mortale sono state 1172, mentre nel 2016 sono scese a 1.018. Una diminuzione sostanziale? Forse. Perché se andiamo invece a prendere un range temporale differente, come ad esempio da Gennaio-Giugno 2016 le morti sono 461 e nello stesso arco temporale, ma nel 2017 sono già a quota 473. E i dati vanno rivisti a dicembre 2017 per tirare le somme, ma già così le cose non sembrano andare benissimo per l’Italia sul tema.

Il 2008 però è una data importante anche a livello legislativo sul tema della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro, è di quest’anno infatti il Decreto legislativo 81/2008 in cui viene rafforzata la necessità di adottare ed attuare modelli organizzati nella gestione della salute e della sicurezza sul lavoro.

Sul “Testo Unico della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro” ci sono già i primi cenni legati al comportamento responsabile nella gestione della salute e della sicurezza, ma il vero e proprio sistema di gestione è la norma BS OHSAS 18001:07 del quale si possono leggere cenni generali su Wikipedia.

OHSAS sta per Occupational Health and Safety Assessment Series e può essere adottata da qualsiasi azienda in qualsiasi settore di attività, ha lo scopo di prevenire, monitorare e migliorare continuamente le prestazioni in materia di sicurezza sul lavoro.

Il British Standard OHSAS 18001:2007 è il principale riferimento normativo esistente sul tema ed è da considerarsi il principale strumento organizzativo che consente di gestire in “modo organico e sistematico” la sicurezza dei lavoratori “senza sconvolgere la struttura organizzativa aziendale”, puntando su una serie di requisiti molto stringenti che si possono leggere ad esempio sul sito del Gruppo Maurizi, tra i leader italiani del settore nell’implementazione della normativa nelle aziende.

Una normativa non obbligatoria, ma che se adottata consente una riduzione drastica degli incidenti, infortuni e malattie; aumento dell’efficienza; miglioramento costante dei livelli di salute dei lavoratori e non per ultimo varie agevolazioni economiche per le aziende. Soltanto con l’adozione sempre più costante della OHSAS 18001 da parte delle aziende, assieme ad una vera cultura della sicurezza che possa diffondersi nella società a partire dalle scuole, stimolando consapevolezze su diritti e doveri in primis dei lavoratori, sarà possibile abbattere quelle statistiche che fanno tremare i polsi soltanto a guardarle. Magari in un futuro, speriamo non così lontano, Rovelli scriverà un altro saggio in cui racconterà di cittadini che amano il proprio lavoro.

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Investire con pochi rischi è possibile?

di SKA su Notizie Commentate il 25 luglio 2017, 18:07

L’evoluzione tecnologica, oltre che a regalarci innovazioni hi–tech in grado di semplificare la nostra vita, ha partorito nuove figure professionali capaci di generare guadagni dalla rete. L’investimento in Borsa esiste ormai da diversi decenni, ma fino a pochi anni fa sembrava essere un qualcosa destinato ad una cerchia di poche persone. Con l’evoluzione di internet, invece, investire in Borsa sembra essere diventata quasi una delle priorità degli italiani. Il web ha, infatti, contribuito a rendere questo strumento utilizzabile da tutti, indistintamente, facendo crescere a dismisura l’interesse degli utenti della rete per il mondo delle azioni. Con questa crescita, però, aumenta anche la necessità di capire le dinamiche degli investimenti in Borsa, e quindi la formazione diventa indispensabile. In tal senso diventa importante dare una lettura approfondita alla guida sugli investimenti sicuri per guadagnare con il minimo rischio di E-Investimenti.

Conoscere la Borsa, poi investire

Perché sì, come in ogni ambito professionale, riuscire a comprendere ciò di cui si sta parlando è il primo passo verso un corretto utilizzo dello strumento che può generare guadagni impensabili fino a qualche tempo fa. Fino a qualche decennio orsono per investire nel mercato borsistico ed accedere ai mercati azionari, era necessario rivolgersi a banche o soggetti privati che fungevano da intermediari. Le nuove generazioni di investitori, invece, possono fare tutto autonomamente tramite web e grazie a piattaforme nate appositamente per questo scopo.

L’investimento in Borsa in modalità 2.0 va studiato e capito, perché si ha a che fare con tutta una serie di strumenti assolutamente unici, non fruibili nelle modalità di investimento tradizionali. Con il trading online si possono effettuare operazioni di compravendita di azioni, ma anche acquisizione di prodotti finanziari assolutamente nuovi quali contratti per differenza e opzioni binarie. Strumenti cosiddetti derivati che devono la loro proliferazione proprio alla rete visto che la loro essenza è totalmente differente dai prodotti finanziari soliti. Se, infatti, questi ultimi vengono spesso utilizzati per investimenti nel lungo periodo, ai prodotti nati in seno al trading online si rivolgono soprattutto investitori interessati al cosiddetto short, ovvero al breve periodo. Quindi investimenti a stretto giro.

Alcuni di questi strumenti, poi, specie le opzioni binarie, hanno una incredibile facilità di utilizzo, così da diventare appetibili per gli utenti della rete. Spesso vengono paragonate alle scommesse, visto che tutto ciò che si deve fare è andare a effettuare una previsione sull’andamento di un asset stabilendo se questo andrà ad aumentare o diminuire il proprio prezzo nel breve periodo.

La rete offre, quindi, tante opportunità per gli amanti degli investimenti. Ciò, però, non è sinonimo di guadagno sicuro. Perché, come in ogni aspetto, il trading online presenta i suoi rischi. Innanzitutto bisogna stare attenti alle truffe online. Vero è che le autorità si sono organizzate per tutelare gli utenti del web e metterli al riparo dalle truffe, ma è anche vero che esistono diverse piattaforme che lucrano sull’inesperienza degli investitori e li truffano. Il consiglio è di rifarsi alle piattaforme di trading online più conosciute e col marchio CONSOB.

Altro aspetto da non sottovalutare è il rischio di perdita. Una volta depositato il proprio capitale presso un broker autorizzato bisogna evitare di sciuparlo, investendo in modo oculato. Secondo alcuni dati, circa l’80% dei traders perde tutto il proprio capitale nel giro di poco tempo. Questo accade perché i principianti sottovalutano il rischio di perdita e molto spesso lo fanno anche coloro che hanno un certo grado di esperienza. C’è da capire che l’investimento può andare bene, ma anche male. Quindi niente crisi isteriche in caso di perdite, piuttosto è importante operare una gestione sapiente e consapevole del proprio capitale. Potrebbe essere utile imparare tecniche di gestione del rischio sul capitale ed agire razionalizzando il tutto. Il trading online va pianificato in ogni dettaglio ed è quindi meglio cominciare con una serie di operazioni a basso rischio. Bisogna imporsi di non rischiare mai più del 2-5% del proprio capitale in modo da potersi risollevare in breve tempo in caso di perdita.

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Giovani e Gioco d’Azzardo: cosa fanno gli Young Millennials

di SKA su Notizie Commentate il 23 luglio 2017, 11:02

Quando si parla di gioco d’azzardo ci si riferisce ad una tipologia di persone composte di solito da giocatori adulti. Esiste però un’ampia fascia di gioco coperta da giovani giocatori, in una fascia di età che ricomprende anche i non maggiorenni. La maggior parte dei giochi sono dedicati agli adulti e solo chi ha almeno 18 anni può legalmente usufruire di software e servizi messi a disposizione dalle piattaforme che operano sul mercato con regolare licenza. Ma ovviamente anche i minorenni, di fatto, giocano.

A tal proposito la società di studi economici Nomisma ha creato un osservatorio, in collaborazione con Unipol, chiamato Young Millenials Monitor dedicato allo studio ed al monitoraggio di stili di vita, attitudini ed approccio dei giovani tra i 14 ed i 19 anni al gioco d’azzardo.

Il monitoraggio è stato effettuato durante l’anno scolastico 2015/2016 in collaborazione con l’Università di Bologna (Dipartimenti di “Scienze Economiche”, “Sociologia e Diritto dell’Economia” e “Scienze Mediche e Chirurgiche”) ed ha raggiunto un campione di oltre 11.000 ragazzi.

I dati presentati il 23 gennaio 2017 mettono in luce alcune cifre indubbiamente interessanti. A partire dal campione si possono stilare delle percentuali distribuite su tutto il territorio nazionale, da qui emerge ad esempio che il 49% dei giovani studenti ha giocato almeno una volta (circa 1.240.000 di ragazzi). Anche se poi una buona percentuale di questi ultimi – il 32% – pensa che giocare d’azzardo sia principalmente una possibile perdita di denaro. Le regioni con più alta affluenza al gioco sono quelle centrali (54%) e quelle al Sud (53%).
Sono variegati i motivi per il quale si inizia a giocare, a partire dalla semplice curiosità (il 21%) o al normale divertimento (18%). Minore la percentuale di chi spera realmente di vincere delle somme di denaro (11%).

Ma a cosa giocano i giovani italiani?

Inseguendo un po’ il trend nazionale degli adulti i giochi privilegiati e provati partono dal semplice Gratta & Vinci (35%), poi si passa alle scommesse sportive in agenzia (23%) e le scommesse sportive online (13%), seguiti da Totocalcio (12%).
Nomisma segnala un calo di appeal da parte dei giochi considerati più tradizionali come il Lotto ed il Superenalotto, favorendo tutto ciò che possa essere a tema sportivo e soprattutto giocabile online, è un trend in crescita che i giovani giochino sempre di più online; in ascesa anche l’utilizzo – per i maggiorenni – delle piattaforme di Casinò Online legali ed autorizzate da AAMS, come ad esempio quella di Netbet Italia, che garantiscono sicurezza ed affidabilità sulle transazioni. Per circa il 72% dei giovani giocatori infatti la spesa media settimanale non supera quasi mai i 3 euro, segno di un comportamento pressoché responsabile e controllato.

Dal rapporto emerge che in maggioranza sono i ragazzi (59%) rispetto alle ragazze (38%) a dedicarsi al gioco, poi arrivano altri fattori legati all’area geografica, il tipo di scuola frequentata – maggiore l’incidenza per gli istituti tecnici e professionali – e l’area geografica: minore al nord, maggiore a centro e sud.

Nomisma pone l’attenzione su una percentuale di giocatori, circa il 36%, che potrebbe assumere comportamenti a rischio e diventare causa di problemi familiari: una buona percentuale degli studenti ha infatti nascosto le proprie abitudini di gioco ai genitori, mentre percentuali – anche se più piccole – ha incontrato difficoltà in ambito scolastico per giocare o avuto discussioni in famiglia.

L’obiettivo del rapporto Young Millenials Monitor e dell’Università di Bologna è proprio quello di sottolineare e prevenire eventuali effetti negativi derivanti dal gioco d’azzardo sulla stabilità emotiva e relazionale dei giovani. Secondo i dati raccolti l’osservatorio nota che circa il 5% dei giocatori è considerato “problematico”, quindi con disagi psicologici ed a rischio ludopatie. Un 9% è considerato “a rischio”.

Questi dati sono assolutamente preziosi per comprendere e prevenire comportamenti a rischio, già in giovane età, che possano compromettere la stabilità emotiva ed economica dei giovani che saranno padri e madri di famiglia tra pochi anni ed in gran parte non hanno ancora la giusta protezione per comprendere i rischi del gioco non responsabile.

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Cosa nostra non è mai stata così debole – Lorenzo Tondo – Internazionale

di SKA su Antimafia, Cose dette da altri il 22 luglio 2017, 12:40

Era una mattina come tante altre, a Palermo. E come ogni mattina, intorno alle 7.50, il boss Giuseppe Dainotti era uscito di casa e si era messo in sella alla sua bicicletta, con tanto di cestino per la spesa e portazainetto. Ogni giorno, infilando via d’Ossuna, nel cuore del quartiere Zisa, pedalava fino al suo bar, poco distante da lì. Una pedalata di 500 metri che, da quando aveva messo piede fuori del carcere, poco più di un anno fa, era diventata una salutare consuetudine, interrotta da due colpi di pistola, uno al torace e uno alla testa.

Ancora assonnati, i residenti faticavano a capire cosa fosse successo. Il corpo senza vita di Dainotti giaceva da dieci minuti in una pozza di sangue e in tanti avevano confuso l’eco dei colpi di pistola con i fuochi d’artificio che i ragazzi del quartiere fanno scoppiettare a qualsiasi ora del giorno. Mai avrebbero immaginato che cosa nostra fosse tornata a colpire impugnando una calibro 44, proprio come ai vecchi tempi. D’altronde, a Palermo la mafia non premeva il grilletto da tre anni, due mesi e dieci giorni.

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Gioco online e modelli di regolamentazione

di SKA su Notizie Commentate il 18 luglio 2017, 13:01

Sono alcuni anni che si sente parlare sempre più spesso di gioco d’azzardo, che sia online od offline, collegando la questione ad una sorta di emergenza sociale e sanitaria. Le ludopatie esistono e sono un fattore da tenere sotto controllo con tutte le dovute accortezze, ma vorrei guardare la questione da punti di vista differenti. Nel 2016 il giro d’affari collegato al gioco ha raggiunto la cifra di 95 miliardi di euro, una crescita dell’8% in più rispetto alle cifre del 2015. Questo succede in un contesto normativo sempre più attento ed anche in un contesto in cui si è cercato di fornire strumenti che rallentassero l’ascesa del mercato irregolare.

Secondo i dati forniti dall’Osservatorio Gioco Online del Politecnico di Milano in collaborazione con Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (ADM) e Sogei, la spesa riservata al gioco online regolamentato con vincite in denaro in Italia, nel 2016 è stata di circa 1,03 miliardi di euro ed ha un’incidenza del 5,4% sul valore complessivo del gioco. Contemporaneamente le azioni a contrasto del gioco irregolare, una tassazione basata sulla spesa e l’introduzioni di regole a tutela dei giocatori, hanno portato ad un maggiore recupero del sommerso e contemporaneamente ad un conseguente aumento del flusso di gioco, come abbiamo sottolineato nell’introduzione.

Tra le tipologie di gioco in crescita ci sono il settore del Casinò Games (+35%) e quello delle Scommesse sportive e delle scommesse sportive online, che valgono circa 350 milioni di euro. In calo il poker (-5%).
Altro dato significativo che viene sottolineato dall’Osservatorio è che la diffusione capillare degli smartphone ha consentito una crescita del gioco da mobile: nel 2016 è cresciuta sia l’offerta di gioco, sia la spesa generata tramite dispositivi mobili (un +50%, che equivale a 233 milioni). Per le casse dello Stato sono comunque tutti effetti benefici, perché con la tassa diretta si è riusciti ad incassare circa 250 milioni di euro, con un’incremento del +21% del gettito nelle casse dello stato.

L’Osservatorio e ADM sottolineano come la crescita sia provenuta dal contrasto al gioco irregolare, attraverso azioni dirette con la creazione di una lista nera di oltre 6000 siti web, azioni di persuasione nei confronti dei fornitori di software di gioco online a negare i servizi a chi opera sul territorio italiano senza concessione o autorizzazione; adeguamento della tassazione.

Sebbene l’identikit del giocatore italiano resta pressoché invariato il comportamento dei giocatori italiani ha subito qualche mutamento e può essere quantificato in un +15% dei giocatori totali rispetto allo scorso anno: si passa da 1,56 milioni del 2015 a 1,79 del 2016 che hanno effettuato almeno una giocata. Anche l’incremento delle giocate secondo l’Osservatorio è ascrivibile in gran parte agli effetti di contrasto contro il gioco irregolare, consentendo una progressiva migrazione – e relativo incentivo – sui domini con estensione italiana (.it) e quindi più controllati e certificati dall’Agenzia.

L’osservatorio e Adm sottolineano come le azioni di regolamentazione non possano essere un insieme di regole immutabili ed uguali tra loro nell’arco di decine di anni, ma che devono essere oggetto di controlli e revisioni continue per proseguire nell’ottica dell’innovazione e del miglioramento, soprattutto in un settore digital come quello del Gioco Online in rapidissima ascesa ed espansione che non si ferma mai.

 

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Propaganda fascista: la proposta Fiano, il dibattito e le criticità. “Un pasticcio senza senso” – Valigia Blu

di SKA su Cose dette da altri il 13 luglio 2017, 12:23

Il disegno di legge che introduce il reato di propaganda del regime fascista e nazifascista è al centro di un’accesa polemica. Cosa prevede il Ddl, il dibattito e quali sono le criticità del provvedimento secondo alcuni esperti: “Un pasticcio senza senso e in parte incostituzionale”.

Sorgente: Propaganda fascista: la proposta Fiano, il dibattito e le criticità. “Un pasticcio senza senso” – Valigia Blu

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Scegliere la carta di credito aziendale: qualche consiglio

di SKA su Notizie Commentate il 17 giugno 2017, 16:18

Da libero professionista e consulente per le aziende mi trovo spesso ad affrontare problematiche che spesso esulano dai consueti temi del marketing – digitale e tradizionale – e delle strategie di comunicazione online. Talvolta, sia essendo un manager d’azienda o un semplice libero professionista, può capitare di trovarsi in difficoltà con questioni ordinarie come ad esempio la scelta della carta di credito aziendale.

La carta di credito aziendale può essere richiesta ed utilizzata tranquillamente sia essendo dei liberi professionisti – titolari di partita iva, ovviamente – piccole ditte individuali che, come nei casi più comuni, essere titolari di un’azienda di piccole o medie dimensioni con dei dipendenti. La carta di credito aziendale diventa lo strumento più comodo ed utile per tenere sotto controllo le spese dei dipendenti, ma anche per consentire loro di avere autonomia per le transazioni quotidiane soprattutto se si hanno alle dipendenze responsabili commerciali, account, buyer o in generale dipendenti che escono dall’azienda spesso. Poter effettuare e tenere sotto controllo ogni voce di spesa, ad oggi è abbastanza semplice.

Esistono comunque due tipologia di carte aziendali, che bisogna prendere in considerazione per poter scegliere, che hanno funzioni ed obiettivi differenti. Esiste la possibilità di intestare la carta direttamente al dipendente, oppure mantenere l’intestazione direttamente all’azienda.

Nel primo caso – con intestazione diretta al dipendente – si intende la carta aziendale come un benefit da parte dell’azienda: gli importi vengono addebitati direttamente sul conto del dipendente, ma a pagare i costi di gestione (ad es. canoni) sarà l’azienda.

Nel secondo caso la carta aziendale viene concessa al dipendente da parte dell’azienda, che ne rimane comunque l’intestataria. Questo è l’utilizzo più comune nei casi di trasferte dei dipendenti, sia per consentire di effettuare delle spese che sarebbero comunque a carico dell’azienda, sia per controllare adeguatamente tutte le transazioni.

Tra le carte esistenti ci sono le carte di credito a saldo o le prepagate, ma consiglio sempre le prime perché con le prepagate ci sono troppi costi di ricarica a causa delle continue transazioni (al contrario: se siamo una piccola azienda con dipendenti che escono raramente, la carta di credito prepagata potrebbe essere la scelta più giusta.)

Se abbiamo scelto la carta di credito a saldo possiamo iniziare a comparare alcuni fattori per scegliere la soluzione migliore. I parametri più importanti da prendere in considerazione ci sono: i costi di commissione, l’imposta di bollo, l’ammontare del canone, il costo per l’invio dell’estratto conto (ad esempio, spesso con il solo invio elettronico il costo è zero).

Ovviamente questa è solo la prima parte del consiglio: la prima analisi da effettuare è quella relativa alle caratteristiche della carta, i benefit specifici di cui abbiamo bisogno in base alle peculiarità dell’azienda stessa (o del libero professionista). Si fanno molte trasferte? Si fanno molti pranzi di lavoro? Il reparto logistica ha bisogno della massima libertà negli spostamenti, quindi pagamento dei caselli autostradali o del rifornimento di carburante? In base a tutta questa serie di domande avrete la possibilità di scegliere quale carta aziendale scegliere tra le proposte esistenti.

Ad oggi praticamente tutte le società che offrono carte di credito aziendali, come ad esempio le carte di credito Diners, consentono di poter controllare le spese e gestire la disponibilità di fondi direttamente online.

Da consulente dei sistemi comunicativi consiglio in tal caso, per strano che possa sembrare, di effettuare un’analisi interna tra i dipendenti dei settore contabilità – saranno coloro che avranno più a che fare con la questione – per comprendere il grado di abilità con i sistemi online e secondo poi scegliere quali sono le interfacce online più usabili e performanti. Uno studio di usabilità e di architettura della comunicazione fatto a priori sulle interfacce online, con la collaborazione dei dipendenti, limiterà di molto le frustrazioni quotidiane nell’uso del gestionale nonché un’ottimizzazione della tempistica lavorativa. In soldoni: un’interfaccia intuitiva, agile e facile da comprendere consente di risparmiare tempo e denaro (ad esempio il dipendente non sarà costretto a chiamare il servizio clienti così tanto, come succede invece spesso). Quindi scegliete e fate scegliere con la massima attenzione.

Una volta scelto sarà sufficiente recarsi nell’istituto di credito che riteniamo più affidabile – o contattare un responsabile, qualora sia previsto l’appuntamento in azienda – fornire alcune credenziali creditizie che verranno indicate dalla filiale e poco dopo avremo attiva la nostra (o le nostre) carte di credito nuove di zecca. Ricordatevi sempre di scegliere in base alle vostre esigenze specifiche, facendo attenzione agli eventuali costi nascosti o non necessari.

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La percezione sociale del gioco d’azzardo in Italia e le sue sfaccettature

di Camerata Stizza su Notizie Commentate il 8 giugno 2017, 16:22

La Fondazione Bruno Visentini, organizzazione specializzata nella ricerca giuridico-economica, ha pubblicato un rapporto intitolato “La percezione sociale del gioco d’azzardo in Italia”. Lo studio è stato incaricato dalla Fundaciòn CODERE, multinazionale spagnola di riferimento nel settore del gioco privato, ed è stato coordinato da Fabio Marchetti e Luciano Monti, Condirettori scientifici della fondazione.

L’obiettivo del presente Rapporto è quello di fornire un’analisi chiara, dettagliata e puntuale del gioco d’azzardo in Italia libera da preconcetti, che possa andare incontro alle duplici esigenze dei policy-makers e degli esperti del settore, al fine di meglio comprendere i comportamenti della popolazione italiana in relazione alle pratiche di gioco d’azzardo e, nel corso degli anni a venire, offrire una serie storica che permetta di cogliere l’affermarsi di nuove percezioni da parte dei consumatori”, si legge in un estratto dello studio compiuto dalla Fondazione Bruno Visentini attraverso il quale si è voluto provare a dare una risposta alle domande: chi sono i consumatori di giochi d’azzardo? Quanti anni hanno? Da quale macroarea del Paese provengono? Che livello di istruzione hanno conseguito? Quale è la loro professione e il loro livello di benessere? Ogni quanto giocano e quali giochi preferiscono?

La relazione, presentata durante convegno tenutosi giovedì 11 maggio presso la Sala delle Colonne di LUISS, che si basa su un’analoga ricerca effettuata dall’Università Carlos III di Madrid, compie un’analisi (a cura di IPSOS) sul gioco “fisico” e online in Italia. Alla ricerca hanno partecipato 1.600 intervistati e l’analisi è stata compiuta a livello di genere, territoriale, così come per classi di età e sociale. Il “Rapporto 2017” evidenzia che in Italia, il 44% dei cittadini di età compresa tra 18 e 75 anni ha giocato d’azzardo almeno una volta nel corso dell’ultimo anno. Solo lo 0,9% di questi (secondo il PGSI, Indice di gravità del gioco problematico) possono essere considerati come giocatori problematici.

Il gioco preferito dai giocatori italiani  è il Gratta & Vinci, il 62,8% di consumatori che vi hanno fatto ricorso. Segue la Lotteria Italia, più popolare tra le donne e il Superenalotto più apprezzato invece dagli uomini. La maggior parte delle giocate sono effettuate su Newslot e Videolottery sulle quali si concentra quasi il 50% delle giocate e forniscono  i contributi più significativi in termini di raccolta. Le slot machine sono al vertice della catena di montaggio della filiera, come testimoniano i numeri riassunti in un articolo pubblicato da Raffaelloeurbino: “alla fine dello scorso anno erano attive sul territorio italiano l’Italia 418.000 slot machine presenti in oltre 83.000 punti vendita, per un fatturato pari a 25.900 milioni di euro e dal quale lo Stato ha raccolto 3.300 milioni di euro”. Nella relazione è stata messa in rilievo la conclusione che per quanto riguarda il gioco il consumo non rappresenta un problema. Ciò che può essere considerato problematico è invece l’eventuale abuso o il gioco non regolamentato.

A tal proposito è stato fatto un paragone con il vino, uno dei prodotti più diffusi in Italia dal quale è emerso che oltre 1 italiano su 2 di età di 11 anni e più ha ammesso di averlo bevuto almeno una volta nell’ultimo anno; solo il 2,4% di queste persone consuma oltre ½ litro al giorno. Il 4,8% dei cittadini di età compresa tra i 25 e 44 anni ha dichiarato di consumare abitualmente bevande alcooliche. La percentuale scende al 3,1% se si considerano solo le donne (ISTAT, Indagine sulla vita quotidiana, 2016). La conclusione cui si è giunti è che, come abbiamo suddetto, come per il vino, anche per il gioco d’azzardo non è il consumo il problema, ma il suo eventuale abuso o utilizzo non regolamentato: giocare on line mentre si guida è pericoloso come farlo con un tasso alcolemico superiore a quello consentito. Entrambi i prodotti rivestono una particolare importanza per lo stato dal punto di visto economico: il gioco d’azzardo rappresenta l’1,1% del PIL nazionale, mentre il vino genera lo 0,6%.

Spostando l’attenzione a livello territoriale, è stata constatata una significativa divergenza di risultato tra la quantità di coloro che giocano, concentrata maggiormente nel Mezzogiorno e nelle Isole, e la quantità di spesa media pro-capite giocata, che vede prevalere il Nord Italia e, in particolare, la Lombardia.

Inoltre, secondo i dati del rapporto FBV non è vero che le persone meno abbienti hanno una maggiore inclinazione verso il gioco, anzi, sono proprio i cittadini con un livello di benessere e istituzione più elevato a giocare di più (il 5,45% quotidianamente, il 7,73% almeno una volta a settimana) Tra i laureati il 47% è risultato essere consumatore di gioco d’azzardo.  La relazione riporta che “Gioco e Sviluppo non sono tra loro in contraddizione” poiché possono essere considerati componenti del benessere.

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La cassazione non ha detto che Riina va scarcerato

di SKA su Cose dette da altri, Notizie Commentate il 6 giugno 2017, 10:31

La Cassazione ha dunque annullato la decisione del tribunale di sorveglianza di Bologna con rinvio: ha dato cioè un giudizio di legittimità sul caso e non di merito, affermando che il tribunale di Bologna dovrà verificare di nuovo, motivando adeguatamente, l’eventuale compatibilità delle condizioni generali di salute di Riina con la detenzione carceraria. E dovrà farlo tenendo conto, nei confronti di Riina, del rispetto dei principi stabiliti dalla Costituzione.”

Tutta la storia spiegata bene qui:

http://www.ilpost.it/2017/06/06/cassazione-toto-riina-bologna/

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Il gioco Online in Italia

di Camerata Stizza su Notizie Commentate il 29 maggio 2017, 11:19

Le ultime statistiche riguardanti il gioco d’azzardo online nel mondo sono chiare: si tratta di uno dei pochissimi settori in espansione, forse quello con la crescita maggiore in assoluto. In tutti gli stati “occidentali” ed in quelli in espansione (Cina, India, Malesia) la crisi economica, l’impoverimento dei rapporti interpersonali ed il miraggio di ricchezza rapida e facile han portato sempre più gente al gioco d’azzardo.

Il record di dipendenza patologica dal gambling appartiene, pare, ad Hong Kong, con ben una persona su venti alle prese con una forma più o meno grave di ludopatie del genere. Se il dato nel lontano est asiatico non vi impressiona poi così tanto, andiamo a vedere il dato italiano: nel Bel Paese gioca ben l’un per cento della popolazione (percentuali alla mano, tanto quanto negli Stati Uniti d’America). Ben 80.000 sono coloro a rischio elevato di dipendenza, cifre che salgono a 2 milioni se consideriamo tutti coloro esposti ad un rischio minimo.

Da noi nel 2009 l’attivo delle aziende che si occupano d’azzardo è incrementato di ben il 40%, spostando peraltro l’interesse di questa fetta sempre più consistente della popolazione da giochi che considerassero in un certo qual modo una richiesta minima di abilità o conoscenza (ad esempio il Totocalcio od il poker stesso) a giochi più puramente di gambling, ovvero in cui la fortuna la fa da completa padrona. Basti pensare alla Lotteria Italia prima, al Superenalotto poi, alle infinite tipologie di Gratta&Vinci e Win For Life, oppure a casinò online come ad esempio Voglia di Vincere software del casinò. Un settore in cui lo stato ha pensato bene di metter lo zampino, rendendo legale una mania che, se per una grandissima fetta di popolazione è solo un passatempo, per alcuni può trasformarsi in un incubo, tra conti da saldare e carte di credito improvvisamente vuote.

Come ogni cosa, il gioco deve essere affrontato con equilibrio e morigeratamente, in modo che continui ad esser non un incubo, ma un divertimento. Ed in questo modo, questo gioco fatto per metà di fortuna e per metà di psicologia può anche esser il divertimento migliore.

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Allenare la mente con i giochi online

di Camerata Stizza su Cose dette da altri il 25 maggio 2017, 11:34

La routine quotidiana, lo stress, il poco tempo per leggere, studiare o dedicarsi a qualche attività culturale sono tutte realtà che ci assalgono ogni giorno. Questo stile di vita, sempre di corsa e colmo di impegni, porta molte persone a non riuscire a dedicare del tempo alla propria salute mentale. Da quello che risulta dalle ultime ricerche però anche svolgere un semplice gioco online ci permette di allenare alcune abilità del nostro cervello, come ad esempio la memoria, il problem solving, la rapidità, la vista.

Quali giochi

Sono tantissimi i giochi disponibili in rete che permettono di allenare i nostri sensi, l’acuità di pensiero e visiva, la capacità di comprendere i problemi e di risolverli in modo originale. Non serve avere ore di tempo ogni giorno, anche perché buona parte dei giochi più adatti ad allenare la mente si possano praticare anche solo per pochi minuti: il massimo del divertimento in tempi brevi e con ottimi vantaggi per il nostro sviluppo cerebrale. Quale gioco scegliere? Beh, molto dipende dai gusti, in quanto conviene sempre scegliere un gioco che piace e diverte, che si possa svolgere con grande passione e piacere, senza costrizioni. Alcuni giochi sono più adatti ad allenare la mente rispetto ad altri, ma se vengono svolti controvoglia i vantaggi diminuiscono rapidamente, così come il desiderio di applicarvisi.

Al computer o al telefono

La grande diffusione degli smartphone ha portato all’ampliarsi dei giochi che si possono svolgere con questo tipo di dispositivo. Oggi la gran parte dei giochi che si possono fare online hanno una versione mobile, da praticare tramite una comoda app da scaricare, spesso totalmente gratuita. Giocare dallo smartphone è una possibilità che rende ancora più semplice sfruttare questo tipo di allenamento per il cervello; lo smartphone è infatti sempre con noi e ci permette di giocare anche durante l’intervallo pranzo, o alla pausa caffè, o anche per periodi di tempo molto brevi nel corso della giornata.

I giochi di carte allenano la mente

Tra i giochi che meglio si adattano al compito di allenare la nostra mente ci sono sicuramente quelli che si effettuano con le carte. Questo tipo di giochi sono da tempo disponibili anche online, sul computer fisso di casa o anche con lo smartphone. Per giocare ai migliori giochi di carte si può scaricare il software gratuito del casinò, che permette anche di scommettere in modo intelligente e responsabile.

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ONG e migranti, un lungo approfondimento 

di SKA su ControInformazione, Cose dette da altri il 25 maggio 2017, 07:59

Negli ultimi due mesi le Organizzazioni non governative, che soccorrono i migranti lungo la rotta centrale del Mediterraneo, sono state accusate di collusione con i trafficanti e di incentivare, con la loro presenza, le partenze dei barconi dalla Libia verso l’Italia. Si è innescato un dibattito acceso che ha coinvolto istituzioni, giornalisti, politici e magistrati. Questo lavoro di approfondimento affronta in maniera dettagliata le questioni emerse, ricostruendo attraverso un’analisi critica il dibattito pubblico, le ipotesi avanzate dal procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro nei confronti delle ONG, chi sono le organizzazioni non governative nel mirino delle procure e come funzionano e il complicato scenario internazionale in cui si inserisce tutta questa vicenda.”

Un lungo e dettagliato approfondimento sulla questione da parte di Valigia Blu, per districarsi tra tutte le informazioni e capirci qualcosa. 

Continua a leggere qua sotto.  

ONG, migranti, trafficanti, inchieste. Tutto quello che c’è da sapere http://www.valigiablu.it/ong-migranti-trafficanti-inchieste/

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Bonus mobili 2017: un’occasione per fare arredamento su misura

di SKA su Notizie Commentate il 11 maggio 2017, 23:48

Quanti di noi hanno dentro le proprie case ed appartamenti mobili acquistati nella grande distribuzione? Tanti, basta alzare gli occhi e molto probabilmente vedrete davanti a voi una Billy o un Besta di Ikea. Spesso però gli spazi sono angusti, spigolosi, provenienti da vecchie costruzioni – o costruzioni fatte coi piedi – e quel maledetto mobile proprio non ci va: siamo sempre costretti ad arrangiarci, con soluzioni creative pur di riuscire a metterci quel mobile che ci siamo montati da soli, armati di santa pazienza e tante imprecazioni.

Un’occasione per poter cambiare un po’ le carte in tavola su questo modo di vivere la propria casa potrebbe essere quello di usufruire del Bonus mobili istituito dal governo. Ma andiamo con ordine.

Il Bonus Mobili è il sistema di agevolazioni che consente la detrazione dall’Irpef – nella dichiarazione dei redditi – il 50% della spesa sostenuta per l’acquisto di arredi o elettrodomestici per un massimo di 10 mila euro. Se spendete 10mila, si possono detrarre 5mila. Facile, no?
Il bonus è entrato in vigore nel 2016 ed è stato rinnovato nuovamente dentro la manovra economica del 2017.

A chi spetta

Spetta a giovani coppie (conviventi o sposate da almeno 3 anni) in cui uno dei componenti non abbia più di 35 anni e che abbiano acquistato un immobile, utilizzato come prima casa. Attenzione però: il bonus mobili spetta solo ai contribuenti che ne usufruiscono – entro il 31 dicembre 2017 – per lavori ed interventi di ristrutturazione iniziati a partire dal 1 gennaio 2016. Rientrando nel discorso “Bonus Casa” significa che per usufruirne è necessario effettuare una ristrutturazione edilizia ed è quindi necessario l’inizio dei lavori preceda quella dell’acquisto dei mobili. Se siete in questa condizione, siete ancora in tempo, perché il periodo compreso è tra il 6 giugno 2013 e il 31 dicembre 2017.

I beni che usufruiscono della possibilità sono mobili nuovi, come ad esempio armadi, cassettiere, scrivanie, divani, letti, credenze, ma anche apparecchi di illuminazione ecc… Questo significa che potrebbe essere finalmente l’occasione per farsi fare degli arredamenti su misura dagli esperti del settore, dato l’effettivo vantaggio economico che se ne potrebbe trarre.
I motivi principali che potrebbero portarvi a questo tipo di scelta, che è indubbiamente più costosa ma qualitativamente decisamente più alta, sono pochi.

L’architettura moderna, per rispondere alle esigenze del mercato, applica regole sempre differenti – a volte più innovative, a volte semplicemente più strambe o lontane dalla tradizione – per sfruttar al meglio possibile la metratura calpestabile delle case. Quella maledetta parete asimmetrica vi dice qualcosa? E quell’angolo?

Ritrovandosi con spazi e forme fuori dallo standard è sin troppo frequente l’impossibilità di affidarsi, con soddisfazione, alle soluzioni di arredo della grande distribuzione. Preferibile quindi commissionare l’arredamento a professionisti e basandosi sulle misure, sulla forma della stanza e sulle reali esigenze.

A volte ci si ritrova invece in case in affitto ingestibili o già ammobiliate, dentro il quale è difficile far entrare qualsiasi elemento di arredo preconfezionato. Anche se il discorso “affitto” non rientra nel discorso bonus, non va comunque sottovalutata l’opportunità di rendere la casa in cui si vive più confortevole (magari per la sopraggiunta di un figlio).

I mobili su misura hanno solitamente un prezzo superiore ai pezzi fabbricati industrialmente, ma la qualità, l’attenzione ai dettagli e alle esigenze specifiche di ciascuno di noi hanno un valore intrinseco ben maggiore.
Sono varie le aziende che offrono prodotti su misura di qualità, sempre nel rispetto del Made in Italy – ci stiamo facendo fare un mobile su misura, accertiamoci che siano fatti in Italia – come ad esempio i rinomati Divani Santambrogio ed i Letti Santambrogio realizzati con materiali naturali.

L’innegabile vantaggio di poter scegliere fino al più piccolo dettaglio nell’arredamento su misura vi potrà far sbizzarrire – ed impazzire, come è successo a me – anche nella scelta dei pomelli, dei cassetti, della disposizione delle ante nell’armadio o con l’inserimento di una luce nella cabina armadio. Oppure realizzare finalmente una scarpiera che contenga anche la taglia 46!

Quando si commissiona un mobile su misura, inoltre, un altro vantaggio è quello di poter scegliere non solo modello e dimensione ma anche materia prima, colore, tipo di lavorazione e personalizzazione dei dettagli come, ad esempio, i pomelli, il numero dei cassetti, la disposizione delle ante. Partendo dal disegno del cliente l’artigiano può realizzare il mobile o l’arredamento completo secondo indicazioni, per far sì che il cliente ottenga esattamente ciò che desidera e ha in mente.

Ricordatevi che nel bonus fiscale non rientrano gli acquisti di porte, di pavimenti (anche parquet o moquette), tende o altri piccoli complementi d’arredo ed i pagamenti validi possono essere effettuati solamente con bonifico o carta di debito/credito. Niente assegni o contanti.

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Brand Journalism: raccontare l’azienda ed aumentare la brand awareness

di SKA su ControInformazione il 24 aprile 2017, 00:46

Brand Awareness

Qualche giorno fa stavo leggendo un lungo articolo, cartaceo, tratto dal The Independent in cui si faceva una sorta di riassunto ed al tempo stesso spiegazione di quelle che sono le tematiche del giornalismo attuale, collegate alle necessità delle aziende (e quindi del marketing).
Sono ormai oltre 15 anni (sic!) che mi occupo di web, digital marketing e giornalismo ed ho potuto toccare con mano l’evoluzione della materia giornalistica in funzione del tema di marketing ormai portante nell’ultimo decennio: lo storytelling.

Le aziende hanno compreso perfettamente ed inglobato nei propri piani di comunicazione il marketing narrativo, figlio di una duplice esigenza: gli strumenti si sono amplificati e l’utente/consumatore è più esperto, più difficilmente influenzabili da messaggi promozionali classici. Prendete ad esempio questi ultimi anni sui social network: è stato tutto un proliferare di Stories. Al di là del mezzo in sé il concetto di storia, narrazione, racconto di una porzione di vita personale o di un brand – perché Facebook/Instagram/Whatsapp vogliono chiaramente dialogare con i brand paganti – consentono un incremento delle vendite e della tanto agognata brand awareness.

Nell’epoca attuale ogni brand può diventare editore di se stesso e produrre contenuti rivolti direttamente alla propria clientela, reale o potenziale, attraverso tutti gli strumenti di comunicazione che sono a disposizione oggi: social media, blog, aggregatori, social network, magazine aziendali ecc…

Per riempire di contenuti questi strumenti si possono sfruttare due strategie: quelle del content marketing e quelle del brand journalism. La differenza tra le due potrebbe non essere così facilmente distinguibile, ma mentre la prima è creazione di contenuti per veicolare messaggi finalizzati alla vendita, la seconda è una strategia più ampia ed “onesta” per rivolgersi alle persone fornendo delle notizie utili – ad esempio – o per raccontare la storia del brand (ed è qui che ritorna lo storytelling). In questo caso parliamo di Brand Journalism.

Il giornalismo d’impresa ha ricevuto un impulso notevole intorno al 2004, ovviamente negli USA, ed è quel tipo di giornalismo rivolto alla comunicazione di tutto ciò che ruota attorno ad un brand – un marchio – con lo scopo di informare i lettori sulla storia aziendale. Per storia non si intende “una storia”, ma una raccolta di micro-narrazioni e quindi storie più piccole che messe insieme vanno a comporre un piano più ampio di costruzione – o ricostruzione – del marchio aziendale, aiutando a fornire tutti gli strumenti più corretti per identificare valori, principi e motivazioni dell’azienda di cui si sta parlando. Per dirla in termini di marketing: raccontare storie che abbiano la capacità di attrarre la domanda, utilizzando interessi ed emozioni come veicolo.

Tutto questo non è mera pubblicità, ma rientra in un contesto in cui il giornalista dovrà essere bravo a bilanciare le richieste dell’azienda con la
“corretta informazione, distinta e distinguibile dal messaggio pubblicitario” (tratto dalla Carta dei Doveri dell’Ordine dei Giornalisti).

L’abbiamo anticipato sopra: a cosa serve il Brand Journalism, quindi? Per la Brand Awareness: la promozione dell’immagine di marca.

Kotler fornisce la definizione più utilizzata di Brand, ossia “Il brand è un nome, un termine, un segno, un simbolo, o un disegno che identifica i prodotti o i servizi di un’impresa e li differenzia da quelli dei concorrenti”

La Brand Awareness non è altro che il livello di notorietà della marca all’interno del sistema di mercato di riferimento e può passare per 4 livelli solitamente riconosciuti: assenza di conoscenza del brand, il riconoscimento della marca, il richiamo della marca, Top of mind. Il Top of Mind è il livello maggiore di notorietà, ossia il brand che vi viene per primo in mente quando si parla di un determinato settore merceologico (pensate alle lamette da barba, con tutta probabilità vi sarà venuto in mente Gillette).

Il brand journalism avrà quindi come funzione primaria quella di incrementare la notorietà di marca tramite il racconto di storie legate la brand ed attraverso un utilizzo consapevole dei mezzi di comunicazione/canali offerti sia dal web che non.

Il giornalista o il professionista addetto non dovrà occuparsi solamente degli aspetti di mera scrittura dei testi, ma anche di un’attività di coordinamento globale di tutti gli strumenti – online ed offline – che abbiano come fine ultimo quello di incrementare la brand awareness dell’azienda o del prodotto. Gli altri metodi più efficaci e consigliati per raggiungere l’obiettivo sono:

Investire nel merchandising: il metodo di gran lunga più fruttuoso ed utilizzato è quello di creare gadgets e merchandising da poter sfruttare sia in punti vendita, che in eventi specifici. La strategia più efficace è quella della stampa magliette di www.gedshop.it al quale si possono aggiungere portachiavi, cappelli, peluches e quant’altro possa essere in tema con l’azienda.

– Investire nella creazione di eventi: si possono organizzare eventi aziendali in location esclusive, con l’invio di inviti personalizzati a target di persone potenzialmente interessate (o che sono già clienti).

– Lanciare una campagna PR: una massiccia campagna di pubbliche relazione sulla carta stampata è anche il momento in cui il brand journalism si sposa perfettamente con gli obiettivi aziendali. Ricevere una copertura da parte dei giornali, senza praticamente nessun costo, riesce a posizionare l’azienda o il brand in un settore narrativo diverso da quello prettamente “sponsorizzato” e per questo facilmente riconoscibile dal consumatore.

– Scendere in strada: può sembrare folle, ma per le compagnie che hanno come target il consumatore finale non c’è modo migliore per far accrescere la propria brand awareness che scendere in strada ed interagire con potenziali clienti. Non stiamo parlando dell’assalto al cliente tipico dei centri commerciali, ma attività di ambient marketing che coinvolgano artisti, organizzazione di flash mob, attività comunque creative per cogliere e mantenere alta l’attenzione dell’utente consumatore.

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WTF?

Giornalista, web designer e pubblicitario. Da blog di protesta negli anni in cui i blog andavano di moda, questo spazio è diventato col tempo uno spazio di riflessione e condivisione. Per continuare a porsi le giuste domande ed informare se stessi.