Farfalle

di SKA su La dimanche des crabes il 14 luglio 2014, 11:24

Leggo le parole e le storie di alcuni ragazzi sognatori, chiusi tra le quattro mura di un’università, con le loro vite che scorrono lente e faticose tra le strade di città e di paese. Ci rileggo il mio passato. Un passato scritto tra pagine bianche sporcate dall’inchiostro e infinite parole digitali che segnano anni di sogni, aspettative, dolori e illusioni ormai mescolate alla nebbia della quotidianità. Leggo le loro parole e ci vedo la doppia anima di chi è arrabbiato col mondo, ma innamorato della vita. Parole di chi ha il sogno di scrivere per vivere, della musica come costante di giorni che passano ogni anno sempre più veloci. Nelle loro storie presenti ci vedo la consapevolezza di un futuro nebuloso ed insicuro che non ricordo di aver avuto, forse troppo impegnato ad inseguire le farfalle dei miei sogni di vita con quel retino bucato che non ho mai ricucito.

Mi rendo conto con dolore quasi fisico che queste cose le ho parcheggiate in una scatola con il coperchio semi-aperto, per lasciarmi aperta la possibilità di dargli una sbirciata ogni tanto, ma senza troppa convinzione.
Mi guardo allo specchio e non mi riconosco, riesco ancora a scorgere quello che sono stato tra le crepe di quello che sono, ma ad ogni giorno passato, stanco e ammantato dai problemi giornalieri, mi allontano sempre di più da quello che avrei voluto essere.
Mi scivolo dalle dita e non ho più neanche la soddisfazione di ritrovarmele sporche d’inchiostro.

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Hipsterofilia

di SKA su Cose dette da altri il 7 luglio 2014, 09:26

O anche “Berlino ha rotto il cazzo”, come da titolo originale.

Poi c’è quell’amico che un giorno, col sorrisetto beffardo di chi ha capito tutto della vita e che vuole assolutamente farti sentire una merda, confessa a te e alla comitiva il suo straordinario progetto esistenziale: “Raga, ho deciso, vado a Berlino”.

Siete nell’unico pub del paese, quello in cui avete passato innumerevoli noiosissime serate; lui sorseggia la sua bionda media (l’unica birra alla spina disponibile nel raggio di sedici chilometri), se la guarda continuando a sorridere, anzi di più, ghignando proprio. D’un tratto, quell’amico con cui sei cresciuto e che riconosci a stento dietro la sua maschera da italiano in fuga, dà voce ai luoghi comuni: “A Berlino la birra non costa un cazzo”. Hai una fitta nel costato: l’invidia, sì, l’invidia. “Beato te!” dici con l’entusiasmo di uno che è appena stato messo in regola in macelleria dallo zio a San Giovanni in Persiceto e col cazzo che si muove più.

Tu sei triste, lui è a tremila. Cristosanto, dovevi essere tu a prendere due stracci, buttarli in uno zaino e andare a Berlino. Sei tu quello con una laurea da 110 e lode in Scienze della comunicazione; lui ha fatto l’istituto tecnico e lì s’è fermato. “Ma che mondo è?” ti chiedi sbigottito.

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http://libernazione.it/berlino-ha-rotto-il-cazzo/

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Il processo di legalizzazione del gioco d’azzardo online in Italia

di Reverendo SenzaDio su Notizie Commentate il 14 giugno 2014, 20:41

Il processo di legalizzazione del gioco d’azzardo via internet nel nostro paese è stato lungo e difficile, anche se negli ultimi hanno ha visto una grande accelerazione, anche a causa della crisi economica e della crisi del debito che ha colpito tutta la zona Euro. Il processo è iniziato nel luglio del 2011, quando ancora era in carica in governo Berlusconi, con una prima legalizzazione che ha riguardato i giochi da tavolo, i gratta e vinci, le lotterie e le scommesse sportive online. Grazie a questa prima fase della legalizzazione i casinò online hanno potuto munirsi di una regolare licenza e cominciare a operare nel nostro paese. Ma non ci si poteva limitare ai giochi da tavolo e a poco altro. Bisognava andare oltre.

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Non siete poi così interessanti come credete

di SKA su Cose dette da altri, La dimanche des crabes il 9 giugno 2014, 10:29

Una riflessione di qualche giorno che sarebbe dovuta diventare un testo scritto più approfondito, ma a tradurre quel pensiero ci ha pensato Mario Braconi su Libernazione.
Noto un movimento sempre più costante di pseudo-evangelizzazione che usa i toni messianici del “vivi!”, “guarda la realtà!” anziché “stare davanti al tuo smartphone”. La maggior parte delle volte però sono messaggi che arrivano – guarda un po’ – attraverso i canali sociali del web, da pseudo-creativi e “psicologi dell’internet”, nuova categoria di ciarlatani. Ma la verità è semplice: se la vita e la realtà che abbiamo attorno fa talmente schifo da non riuscire a coinvolgere la nostra attenzione, quest’ultima si rivolge ad altro. E fa bene.
Non siete poi così interessanti come credete.

Credevo che a preoccuparsi di “tutta questa gente che, per strada, non fa altro che guardare il display del telefonino” fosse solo la mia anziana madre (per la quale, poi, tutti i dispositivi touch sono indistintamente designati con il nome generico di “macchinette”) o qualche giornalista con tendenze luddiste. Invece un tale Gary Turk, che dimostra appena una trentina d’anni, ha realizzato una clip di cinque interminabili minuti dall’eloquente titolo “Look Up” (“Guarda in alto”), il cui obiettivo è proprio dimostrare come la generazione di “dipendenti” da smartphone e tablet stia smarrendo il senso della realtà, pronta come è a barattarla con la connessione virtuale perenne ad un mondo irreale popolato da ombre.

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P2: gli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta

di SKA su Antimafia, ControInformazione il 5 maggio 2014, 17:08

Una notizia importante da condividere.
Grazie alla Rete degli archivi per non dimenticare sono da oggi – 5 maggio 2014 – disponibili integralmente gli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, che possono essere visionati direttamente a questo link

La storia dell’Italia Repubblicana passa necessariamente attraverso il recupero e la valorizzazione delle fonti documentarie contemporanee soggette più di altre a rischi di dispersione e distruzione.

La Rete degli archivi per non dimenticare nasce con quest’obiettivo e riunisce oggi più di sessanta tra associazioni, centri di documentazione, fondazioni, archivi di Stato e istituti privati che conservano documentazione relativa al terrorismo, all’eversione, alla violenza politica e alla criminalità organizzata in tutti gli aspetti sociali, civili e politici. “

C’è molto da leggere e da spulciare, proveremo a farlo.

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Proibizionismo = Mafie

di SKA su Antimafia, Cose dette da altri il 23 gennaio 2014, 13:50

Roberto Saviano è un autore mainstream, assolutamente inflazionato e con una sequela di potenziali criticità che non sto neanche ad elencare, soprattutto quando viene usato – o si erge da solo – a narratore/paladino di tutte le storture italiche.
Saviano ne sa di mafie e su questo aspetto vale la pena condividerlo ed approfondirne il pensiero, soprattutto perché espone le esatte motivazioni ed obiezioni per il quale mi trovo anche io a favore dell’antiproibizionismo in tema di “droghe leggere” (per farla semplicistica). In particolare quella legata al continuo sostentamento del narcotraffico e quindi delle mafie grazie ad una bizzarra domanda di mercato, spesso proveniente da aree sedicenti liberali. (grassetti miei)

Ho sempre detestato droghe leggere e pesanti. Sono quasi astemio, un occasionale bevitore di alcolici. Ma sono, invece, profondamente antiproibizionista. Indipendentemente dal mio rapporto con qualunque tipo di sostanza, dal mio stile di vita, dalle mie passioni e dalle mie repulsioni. Si ritiene, sbagliando, che essere antiproibizionisti significhi tifare per le droghe. Sottovalutarne gli effetti, incentivarne il consumo. Niente di più falso. Spesso, in Italia, le discussioni sui temi più delicati sono travolte da un furore ideologico che oscura i fatti e impedisce un dibattito sereno. È successo con l’aborto, con l’eutanasia, succede con le droghe. E non è possibile che una parte dei cittadini, che la parte maggiore delle istituzioni religiose – con il peso che la Chiesa Cattolica ha in Italia – e che la politica tutta, tranne pochissime eccezioni, si rifiutino di affrontare seriamente e con responsabilità questo tema. Non è possibile che la risposta alla tossicodipendenza sia nella maggior parte dei casi il carcere, che tracima di spacciatori e consumatori, ultimi ingranaggi di un meccanismo che irrora di danaro l’intero nostro Paese.

Proprio dalle pagine di Repubblica un grande giornalista scomparso prematuramente, Carlo Rivolta, raccontava di come la prima generazione di tossicodipendenti veri in Italia, quella degli anni Ottanta, fosse stata abbandonata a se stessa da uno Stato patrigno e non padre. Da uno Stato che preferiva considerare quei ragazzi zombie, morti viventi, tossici colpevoli. Ai quali nessuna mano andava tesa, e dei quali si aspettava solo la morte. Erano causa del loro male. Ci si domanda cosa sia cambiato a distanza di trent’anni, se nemmeno nel dibattito pubblico questi temi hanno trovato posto.

So che la legalizzazione delle droghe è un tema complicato, difficile da proporre e da affrontare. So che pone molti problemi soprattutto di carattere morale, ma un Paese come il nostro, che ha le mafie più potenti del mondo, non può eluderlo. Con tutti i problemi che ha il paese dobbiamo pensare alle canne, ai tossici e ai fattoni? Nulla di più superficiale che questo commento.

Bisognerebbe partire da una semplice, elementare constatazione: tre sono le forze proibizioniste più forti, e sono camorra, ‘ndrangheta e Cosa nostra. Del resto Maurizio Prestieri, boss di Secondigliano (rione Monterosa per la precisione) ora collaboratore di giustizia, mi disse una volta durante un’intervista: con tutto il fumo che i ragazzi “alternativi” napoletani compravano da noi, sostenevamo le campagne elettorali di politici di centrodestra in provincia.

Il proibizionismo (degli alcolici) ha già condotto l’uomo e lo Stato nell’abisso cento anni fa: non ha senso ripetere errori già commessi. La legalizzazione non è un inno al consumo, anzi, è l’unico modo per sottrarre mercato ai narcotrafficanti che, da sempre, sostengono il proibizionismo. D’altronde, è grazie ai divieti che guidano l’azienda più florida al mondo con oltre 400 miliardi di dollari di fatturato annuo. Più della Shell, più della Samsung. Se esiste una merce che non resta invenduta è proprio la droga. L’unica che non conosce crisi, che nonostante sia illegale ha punti vendita ovunque. È la merce più reperibile del mondo disponibile a qualsiasi ora del giorno e della notte.

Nonostante questo, quando in Italia si arriva finalmente a discutere di antiproibizionismo, mancando la consuetudine, mancano finanche le informazioni basilari. I nostri ministri, sul narcotraffico, si limitano a fare encomi quando ci sono sequestri di droga, a elencare latitanti finiti in manette o ancora da arrestare. Eppure l’economia della droga è la prima economia: cemento, trasporti, negozi di ogni genere, grande distribuzione, appalti, camion, banche, compro oro, campagne elettorali – e l’elenco sarebbe interminabile – vengono alimentati dalle arterie del narcotraffico.

Gran parte della politica italiana (con poche eccezioni tra cui i Radicali da decenni impegnati nella lotta al proibizionismo) ritiene la questione legata esclusivamente alla repressione o alle dipendenze. Il dibattito si riduce a un problema di “drogati” o di “mafiosi” e in definitiva – questo è lo sbaglio maggiore – non si vede in che modo possa incidere nella vita quotidiana delle persone. Nulla di più falso.

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13 gennaio 1898 – J’ACCUSE

di SKA su Cose curiose successe oggi il 13 gennaio 2014, 18:05

Il 13 gennaio 1898 è il giorno in cui uscì il famoso editoriale scritto da Émile Zola in forma di lettera aperta al Presidente della Repubblica francese Félix Faure, e pubblicato dal giornale socialista L’Aurore ed intitolato J’Accuse…! (Io accuso…!). L’editoriale fu scritto con lo scopo di denunciare pubblicamente le irregolarità e le illegalità commesse nel corso del processo contro Alfred Dreyfus, al centro di uno dei più famosi affaires della storia francese.

J’ACCUSE!

Monsieur le Président, permettetemi, grato, per la benevola accoglienza che un giorno mi avete fatto, di preoccuparmi per la Vostra giusta gloria e dirvi che la Vostra stella, se felice fino ad ora, è minacciata dalla più offensiva ed inqualificabile delle macchie. Avete conquistato i cuori, Voi siete uscito sano e salvo da grosse calunnie. Apparite raggiante nell’apoteosi di questa festa patriottica che l’alleanza russa ha rappresentato per la Francia e Vi preparate a presiedere al trionfo solenne della nostra esposizione universale, che coronerà il nostro grande secolo di lavoro, di libertà e di verità. Ma quale macchia di fango sul Vostro nome, stavo per dire sul Vostro regno – soltanto quell’abominevole affare Dreyfus!

J’ACCUSE
AFFAIRE DREYFUS

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Non è la fine, ma quasi

di SKA su Cose dette da altri il 9 gennaio 2014, 13:49

Interessante riflessione sul tema “Fine dei libri” come supporto e formato di cultura, in contrapposizione all’invasione di altri mezzi e della riduzione sempre più drastica del tempo a disposizione per la lettura. Il tempo c’è, ma l’abbiamo regalato ad altri supporti.
Non è la fine, ma un riassestamento.

Le vendite dei libri sono in grande crisi, in Occidente e in Italia. Tutti i maggiori editori italiani hanno perdite più o meno cospicue e grafici in discesa: una cappa di desolazione rassegnata incombe su ogni loro riunione o incontro occasionale. Il dato insomma c’è: ma la questione è culturale, non commerciale. E sono due questioni, dicevo.
Una è che leggiamo meno libri, per due grandi fattori legati entrambi a internet. Il primo è che la Rete ha accelerato la nostra disabitudine alla lettura lunga, alla concentrazione su una lettura e un’occupazione sola, al regalare un tempo quieto a occupazioni come queste. È una considerazione ormai condivisa e assodata: la specie umana sta diventando inadatta alla lettura lunga.
Il secondo fattore è che gli spazi e i tempi un tempo dedicati alla lettura di libri stanno venendo occupati in gran parte da altro, e subiscono la competizione di videogiochi, social network, video online, e mille altre opportunità a portata di mano sempre e ovunque. Quelli che leggevano libri sui tram o nelle sale d’aspetto o sui treni oggi stanno sui loro smartphone, e non a leggere ebooks. Ormai stanno sui loro smartphone anche prima di addormentarsi, molti. Tutto quel tempo, non è più a disposizione delle lentezze dei libri: è preso.

Leggi l’articolo completo su Wittgenstein

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WTF?

Giornalista, web designer e pubblicitario. Da blog di protesta negli anni in cui i blog andavano di moda, questo spazio è diventato col tempo uno spazio di riflessione e condivisione. Per continuare a porsi le giuste domande ed informare se stessi.