Il gioco Online in Italia

di Camerata Stizza su Notizie Commentate il 29 maggio 2017, 11:19

Le ultime statistiche riguardanti il gioco d’azzardo online nel mondo sono chiare: si tratta di uno dei pochissimi settori in espansione, forse quello con la crescita maggiore in assoluto. In tutti gli stati “occidentali” ed in quelli in espansione (Cina, India, Malesia) la crisi economica, l’impoverimento dei rapporti interpersonali ed il miraggio di ricchezza rapida e facile han portato sempre più gente al gioco d’azzardo.

Il record di dipendenza patologica dal gambling appartiene, pare, ad Hong Kong, con ben una persona su venti alle prese con una forma più o meno grave di ludopatie del genere. Se il dato nel lontano est asiatico non vi impressiona poi così tanto, andiamo a vedere il dato italiano: nel Bel Paese gioca ben l’un per cento della popolazione (percentuali alla mano, tanto quanto negli Stati Uniti d’America). Ben 80.000 sono coloro a rischio elevato di dipendenza, cifre che salgono a 2 milioni se consideriamo tutti coloro esposti ad un rischio minimo.

Da noi nel 2009 l’attivo delle aziende che si occupano d’azzardo è incrementato di ben il 40%, spostando peraltro l’interesse di questa fetta sempre più consistente della popolazione da giochi che considerassero in un certo qual modo una richiesta minima di abilità o conoscenza (ad esempio il Totocalcio od il poker stesso) a giochi più puramente di gambling, ovvero in cui la fortuna la fa da completa padrona. Basti pensare alla Lotteria Italia prima, al Superenalotto poi, alle infinite tipologie di Gratta&Vinci e Win For Life, oppure a casinò online come ad esempio Voglia di Vincere software del casinò. Un settore in cui lo stato ha pensato bene di metter lo zampino, rendendo legale una mania che, se per una grandissima fetta di popolazione è solo un passatempo, per alcuni può trasformarsi in un incubo, tra conti da saldare e carte di credito improvvisamente vuote.

Come ogni cosa, il gioco deve essere affrontato con equilibrio e morigeratamente, in modo che continui ad esser non un incubo, ma un divertimento. Ed in questo modo, questo gioco fatto per metà di fortuna e per metà di psicologia può anche esser il divertimento migliore.

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Allenare la mente con i giochi online

di Camerata Stizza su Cose dette da altri il 25 maggio 2017, 11:34

La routine quotidiana, lo stress, il poco tempo per leggere, studiare o dedicarsi a qualche attività culturale sono tutte realtà che ci assalgono ogni giorno. Questo stile di vita, sempre di corsa e colmo di impegni, porta molte persone a non riuscire a dedicare del tempo alla propria salute mentale. Da quello che risulta dalle ultime ricerche però anche svolgere un semplice gioco online ci permette di allenare alcune abilità del nostro cervello, come ad esempio la memoria, il problem solving, la rapidità, la vista.

Quali giochi

Sono tantissimi i giochi disponibili in rete che permettono di allenare i nostri sensi, l’acuità di pensiero e visiva, la capacità di comprendere i problemi e di risolverli in modo originale. Non serve avere ore di tempo ogni giorno, anche perché buona parte dei giochi più adatti ad allenare la mente si possano praticare anche solo per pochi minuti: il massimo del divertimento in tempi brevi e con ottimi vantaggi per il nostro sviluppo cerebrale. Quale gioco scegliere? Beh, molto dipende dai gusti, in quanto conviene sempre scegliere un gioco che piace e diverte, che si possa svolgere con grande passione e piacere, senza costrizioni. Alcuni giochi sono più adatti ad allenare la mente rispetto ad altri, ma se vengono svolti controvoglia i vantaggi diminuiscono rapidamente, così come il desiderio di applicarvisi.

Al computer o al telefono

La grande diffusione degli smartphone ha portato all’ampliarsi dei giochi che si possono svolgere con questo tipo di dispositivo. Oggi la gran parte dei giochi che si possono fare online hanno una versione mobile, da praticare tramite una comoda app da scaricare, spesso totalmente gratuita. Giocare dallo smartphone è una possibilità che rende ancora più semplice sfruttare questo tipo di allenamento per il cervello; lo smartphone è infatti sempre con noi e ci permette di giocare anche durante l’intervallo pranzo, o alla pausa caffè, o anche per periodi di tempo molto brevi nel corso della giornata.

I giochi di carte allenano la mente

Tra i giochi che meglio si adattano al compito di allenare la nostra mente ci sono sicuramente quelli che si effettuano con le carte. Questo tipo di giochi sono da tempo disponibili anche online, sul computer fisso di casa o anche con lo smartphone. Per giocare ai migliori giochi di carte si può scaricare il software gratuito del casinò, che permette anche di scommettere in modo intelligente e responsabile.

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ONG e migranti, un lungo approfondimento 

di SKA su ControInformazione, Cose dette da altri il 25 maggio 2017, 07:59

Negli ultimi due mesi le Organizzazioni non governative, che soccorrono i migranti lungo la rotta centrale del Mediterraneo, sono state accusate di collusione con i trafficanti e di incentivare, con la loro presenza, le partenze dei barconi dalla Libia verso l’Italia. Si è innescato un dibattito acceso che ha coinvolto istituzioni, giornalisti, politici e magistrati. Questo lavoro di approfondimento affronta in maniera dettagliata le questioni emerse, ricostruendo attraverso un’analisi critica il dibattito pubblico, le ipotesi avanzate dal procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro nei confronti delle ONG, chi sono le organizzazioni non governative nel mirino delle procure e come funzionano e il complicato scenario internazionale in cui si inserisce tutta questa vicenda.”

Un lungo e dettagliato approfondimento sulla questione da parte di Valigia Blu, per districarsi tra tutte le informazioni e capirci qualcosa. 

Continua a leggere qua sotto.  

ONG, migranti, trafficanti, inchieste. Tutto quello che c’è da sapere http://www.valigiablu.it/ong-migranti-trafficanti-inchieste/

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Bonus mobili 2017: un’occasione per fare arredamento su misura

di SKA su Notizie Commentate il 11 maggio 2017, 23:48

Quanti di noi hanno dentro le proprie case ed appartamenti mobili acquistati nella grande distribuzione? Tanti, basta alzare gli occhi e molto probabilmente vedrete davanti a voi una Billy o un Besta di Ikea. Spesso però gli spazi sono angusti, spigolosi, provenienti da vecchie costruzioni – o costruzioni fatte coi piedi – e quel maledetto mobile proprio non ci va: siamo sempre costretti ad arrangiarci, con soluzioni creative pur di riuscire a metterci quel mobile che ci siamo montati da soli, armati di santa pazienza e tante imprecazioni.

Un’occasione per poter cambiare un po’ le carte in tavola su questo modo di vivere la propria casa potrebbe essere quello di usufruire del Bonus mobili istituito dal governo. Ma andiamo con ordine.

Il Bonus Mobili è il sistema di agevolazioni che consente la detrazione dall’Irpef – nella dichiarazione dei redditi – il 50% della spesa sostenuta per l’acquisto di arredi o elettrodomestici per un massimo di 10 mila euro. Se spendete 10mila, si possono detrarre 5mila. Facile, no?
Il bonus è entrato in vigore nel 2016 ed è stato rinnovato nuovamente dentro la manovra economica del 2017.

A chi spetta

Spetta a giovani coppie (conviventi o sposate da almeno 3 anni) in cui uno dei componenti non abbia più di 35 anni e che abbiano acquistato un immobile, utilizzato come prima casa. Attenzione però: il bonus mobili spetta solo ai contribuenti che ne usufruiscono – entro il 31 dicembre 2017 – per lavori ed interventi di ristrutturazione iniziati a partire dal 1 gennaio 2016. Rientrando nel discorso “Bonus Casa” significa che per usufruirne è necessario effettuare una ristrutturazione edilizia ed è quindi necessario l’inizio dei lavori preceda quella dell’acquisto dei mobili. Se siete in questa condizione, siete ancora in tempo, perché il periodo compreso è tra il 6 giugno 2013 e il 31 dicembre 2017.

I beni che usufruiscono della possibilità sono mobili nuovi, come ad esempio armadi, cassettiere, scrivanie, divani, letti, credenze, ma anche apparecchi di illuminazione ecc… Questo significa che potrebbe essere finalmente l’occasione per farsi fare degli arredamenti su misura dagli esperti del settore, dato l’effettivo vantaggio economico che se ne potrebbe trarre.
I motivi principali che potrebbero portarvi a questo tipo di scelta, che è indubbiamente più costosa ma qualitativamente decisamente più alta, sono pochi.

L’architettura moderna, per rispondere alle esigenze del mercato, applica regole sempre differenti – a volte più innovative, a volte semplicemente più strambe o lontane dalla tradizione – per sfruttar al meglio possibile la metratura calpestabile delle case. Quella maledetta parete asimmetrica vi dice qualcosa? E quell’angolo?

Ritrovandosi con spazi e forme fuori dallo standard è sin troppo frequente l’impossibilità di affidarsi, con soddisfazione, alle soluzioni di arredo della grande distribuzione. Preferibile quindi commissionare l’arredamento a professionisti e basandosi sulle misure, sulla forma della stanza e sulle reali esigenze.

A volte ci si ritrova invece in case in affitto ingestibili o già ammobiliate, dentro il quale è difficile far entrare qualsiasi elemento di arredo preconfezionato. Anche se il discorso “affitto” non rientra nel discorso bonus, non va comunque sottovalutata l’opportunità di rendere la casa in cui si vive più confortevole (magari per la sopraggiunta di un figlio).

I mobili su misura hanno solitamente un prezzo superiore ai pezzi fabbricati industrialmente, ma la qualità, l’attenzione ai dettagli e alle esigenze specifiche di ciascuno di noi hanno un valore intrinseco ben maggiore.
Sono varie le aziende che offrono prodotti su misura di qualità, sempre nel rispetto del Made in Italy – ci stiamo facendo fare un mobile su misura, accertiamoci che siano fatti in Italia – come ad esempio i rinomati Divani Santambrogio ed i Letti Santambrogio realizzati con materiali naturali.

L’innegabile vantaggio di poter scegliere fino al più piccolo dettaglio nell’arredamento su misura vi potrà far sbizzarrire – ed impazzire, come è successo a me – anche nella scelta dei pomelli, dei cassetti, della disposizione delle ante nell’armadio o con l’inserimento di una luce nella cabina armadio. Oppure realizzare finalmente una scarpiera che contenga anche la taglia 46!

Quando si commissiona un mobile su misura, inoltre, un altro vantaggio è quello di poter scegliere non solo modello e dimensione ma anche materia prima, colore, tipo di lavorazione e personalizzazione dei dettagli come, ad esempio, i pomelli, il numero dei cassetti, la disposizione delle ante. Partendo dal disegno del cliente l’artigiano può realizzare il mobile o l’arredamento completo secondo indicazioni, per far sì che il cliente ottenga esattamente ciò che desidera e ha in mente.

Ricordatevi che nel bonus fiscale non rientrano gli acquisti di porte, di pavimenti (anche parquet o moquette), tende o altri piccoli complementi d’arredo ed i pagamenti validi possono essere effettuati solamente con bonifico o carta di debito/credito. Niente assegni o contanti.

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Brand Journalism: raccontare l’azienda ed aumentare la brand awareness

di SKA su ControInformazione il 24 aprile 2017, 00:46

Brand Awareness

Qualche giorno fa stavo leggendo un lungo articolo, cartaceo, tratto dal The Independent in cui si faceva una sorta di riassunto ed al tempo stesso spiegazione di quelle che sono le tematiche del giornalismo attuale, collegate alle necessità delle aziende (e quindi del marketing).
Sono ormai oltre 15 anni (sic!) che mi occupo di web, digital marketing e giornalismo ed ho potuto toccare con mano l’evoluzione della materia giornalistica in funzione del tema di marketing ormai portante nell’ultimo decennio: lo storytelling.

Le aziende hanno compreso perfettamente ed inglobato nei propri piani di comunicazione il marketing narrativo, figlio di una duplice esigenza: gli strumenti si sono amplificati e l’utente/consumatore è più esperto, più difficilmente influenzabili da messaggi promozionali classici. Prendete ad esempio questi ultimi anni sui social network: è stato tutto un proliferare di Stories. Al di là del mezzo in sé il concetto di storia, narrazione, racconto di una porzione di vita personale o di un brand – perché Facebook/Instagram/Whatsapp vogliono chiaramente dialogare con i brand paganti – consentono un incremento delle vendite e della tanto agognata brand awareness.

Nell’epoca attuale ogni brand può diventare editore di se stesso e produrre contenuti rivolti direttamente alla propria clientela, reale o potenziale, attraverso tutti gli strumenti di comunicazione che sono a disposizione oggi: social media, blog, aggregatori, social network, magazine aziendali ecc…

Per riempire di contenuti questi strumenti si possono sfruttare due strategie: quelle del content marketing e quelle del brand journalism. La differenza tra le due potrebbe non essere così facilmente distinguibile, ma mentre la prima è creazione di contenuti per veicolare messaggi finalizzati alla vendita, la seconda è una strategia più ampia ed “onesta” per rivolgersi alle persone fornendo delle notizie utili – ad esempio – o per raccontare la storia del brand (ed è qui che ritorna lo storytelling). In questo caso parliamo di Brand Journalism.

Il giornalismo d’impresa ha ricevuto un impulso notevole intorno al 2004, ovviamente negli USA, ed è quel tipo di giornalismo rivolto alla comunicazione di tutto ciò che ruota attorno ad un brand – un marchio – con lo scopo di informare i lettori sulla storia aziendale. Per storia non si intende “una storia”, ma una raccolta di micro-narrazioni e quindi storie più piccole che messe insieme vanno a comporre un piano più ampio di costruzione – o ricostruzione – del marchio aziendale, aiutando a fornire tutti gli strumenti più corretti per identificare valori, principi e motivazioni dell’azienda di cui si sta parlando. Per dirla in termini di marketing: raccontare storie che abbiano la capacità di attrarre la domanda, utilizzando interessi ed emozioni come veicolo.

Tutto questo non è mera pubblicità, ma rientra in un contesto in cui il giornalista dovrà essere bravo a bilanciare le richieste dell’azienda con la
“corretta informazione, distinta e distinguibile dal messaggio pubblicitario” (tratto dalla Carta dei Doveri dell’Ordine dei Giornalisti).

L’abbiamo anticipato sopra: a cosa serve il Brand Journalism, quindi? Per la Brand Awareness: la promozione dell’immagine di marca.

Kotler fornisce la definizione più utilizzata di Brand, ossia “Il brand è un nome, un termine, un segno, un simbolo, o un disegno che identifica i prodotti o i servizi di un’impresa e li differenzia da quelli dei concorrenti”

La Brand Awareness non è altro che il livello di notorietà della marca all’interno del sistema di mercato di riferimento e può passare per 4 livelli solitamente riconosciuti: assenza di conoscenza del brand, il riconoscimento della marca, il richiamo della marca, Top of mind. Il Top of Mind è il livello maggiore di notorietà, ossia il brand che vi viene per primo in mente quando si parla di un determinato settore merceologico (pensate alle lamette da barba, con tutta probabilità vi sarà venuto in mente Gillette).

Il brand journalism avrà quindi come funzione primaria quella di incrementare la notorietà di marca tramite il racconto di storie legate la brand ed attraverso un utilizzo consapevole dei mezzi di comunicazione/canali offerti sia dal web che non.

Il giornalista o il professionista addetto non dovrà occuparsi solamente degli aspetti di mera scrittura dei testi, ma anche di un’attività di coordinamento globale di tutti gli strumenti – online ed offline – che abbiano come fine ultimo quello di incrementare la brand awareness dell’azienda o del prodotto. Gli altri metodi più efficaci e consigliati per raggiungere l’obiettivo sono:

Investire nel merchandising: il metodo di gran lunga più fruttuoso ed utilizzato è quello di creare gadgets e merchandising da poter sfruttare sia in punti vendita, che in eventi specifici. La strategia più efficace è quella della stampa magliette di www.gedshop.it al quale si possono aggiungere portachiavi, cappelli, peluches e quant’altro possa essere in tema con l’azienda.

– Investire nella creazione di eventi: si possono organizzare eventi aziendali in location esclusive, con l’invio di inviti personalizzati a target di persone potenzialmente interessate (o che sono già clienti).

– Lanciare una campagna PR: una massiccia campagna di pubbliche relazione sulla carta stampata è anche il momento in cui il brand journalism si sposa perfettamente con gli obiettivi aziendali. Ricevere una copertura da parte dei giornali, senza praticamente nessun costo, riesce a posizionare l’azienda o il brand in un settore narrativo diverso da quello prettamente “sponsorizzato” e per questo facilmente riconoscibile dal consumatore.

– Scendere in strada: può sembrare folle, ma per le compagnie che hanno come target il consumatore finale non c’è modo migliore per far accrescere la propria brand awareness che scendere in strada ed interagire con potenziali clienti. Non stiamo parlando dell’assalto al cliente tipico dei centri commerciali, ma attività di ambient marketing che coinvolgano artisti, organizzazione di flash mob, attività comunque creative per cogliere e mantenere alta l’attenzione dell’utente consumatore.

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Il Certificato Camerale: cos’è, a cosa serve e quando richiederlo

di SKA su ControInformazione il 12 aprile 2017, 11:44

Certificato Camerale

Proseguo il viaggio nei meandri della burocrazia italiana scrivendo di un argomento abbastanza spinoso che mi sono ritrovato ad affrontare nei mesi passati: il certificato camerale. Un documento fondamentale per le imprese, le aziende, artigiani iscritti alla Camera di Commercio Italiana.

Mi sono dovuto districare tra informazioni frammentarie prima di raggiungere una sintesi quanto più chiara possibile, quindi cerco di mettere in ordine quello che ho appreso e lo riassumo qua per raccogliere tutte le informazioni in un unico posto e fornire qualche soluzione.

Prima di tutto:

Cos’è il Certificato Camerale?

In estrema sintesi: il Certificato Camerale raccoglie tutte le informazioni camerali dell’impresa, certificate dalla Camera di Commercio. Viene rilasciato su carta filigranata sopra il quale è applicato il bollo che attesta l’autenticità del documento e ne assolve i diritti di segreteria.

Il certificato attesta, quindi, l’iscrizione dell’impresa all’interno del Registro delle Imprese tenuto dalla Camera di Commercio e fornisce tutte le informazioni economico/giuridiche sull’impresa; ha valore legale ed ha validità sei mesi dalla data del rilascio.

Esistono vari tipi di Certificato Camerale: Ordinario, Storico, Artigiano e di Vigenza

– Il Certificato Camerale Ordinario/d’iscrizione attesta l’iscrizione dell’azienda o impresa presso il Registro delle Imprese della Camera di Commercio Italiana e non è altro che la visura camerale certificata in cui vengono riportati tutti i dati dell’impresa e quelli correlati.

– Il Certificato Camerale Storico contiene le informazioni di un’impresa, ma partendo dalla data della prima costituzione con l’inserimento storico di tutte le modifiche subìte nel corso degli anni (non si riferisce solo all’anno fiscale in corso).

– Il Certificato Camerale Artigiano si spiega da sé: contiene tutte le informazioni di un’impresa artigiana, con riferimenti d’iscrizione, n. albo, attività e titolari.
– Il Certificato di Vigenza attesta e certifica che l’azienda non è soggetta a procedure concorsuali di fallimento, liquidazione amministrativa coatta o amministrazione controllata/straordinaria. Di solito è necessario e richiesto per partecipare a gare di appalto, per rimborsi delle tasse, per la concedere mutui e finanziamenti ecc… ed in generale per valutare la solidità dell’azienda (o della ditta).

La differenza fondamentale tra il Certificato Camerale e la Visura Camerale è che la seconda – pur contenendo tutte le informazioni economiche e giuridiche sull’impresa – viene rilasciata in carta semplice può essere richiesta praticamente da tutti, ma non ha valore legale. Il certificato camerale invece ha valore legale.

I dati contenuti nel documento sono solitamente:
Il numero di iscrizione al registro imprese o al R.E.A.
La denominazione
Il codice fiscale
La sede
La data di costituzione
il capitale sociale
L’oggetto sociale
La descrizione dell’attività
I dati anagrafici dei titolari di cariche

A cosa serve il Certificato Camerale?

Come detto sopra, a differenza della semplice Visura Camerale il Certificato Camerale può essere utilizzato per attestare l’iscrizione alla CCIAA con valore legale.
Esistenza procedure concorsuali per richieste di finanziamento, fusioni societarie, richieste specifiche e varie ed eventuali. Per procedure concorsuali si intendono: se l’impresa commerciale è insolvente (non è più in grado di pagare); se è in stato di fallimento, di liquidazione coatta amministrativa, in situazione di amministrazione straordinaria.
Tutte caratteristiche che servono a definire quanto e se l’impresa commerciale è sana, fondamentalmente. Con il certificato è possibile attestare la situazione dell’impresa, a livello legale.

Per contro l’impresa può anche richiedere, in casi specifici, certificato di “Assenza procedure concorsuali”.

Come richiedere il Certificato Camerale

Ci sono diversi modi per richiedere i certificati camerali:
in primis c’è chiaramente la possibilità di recarsi fisicamente alla propria Camera di Commercio d’appartenenza e rivolgersi agli sportelli dedicati – nelle sedi ed agli orari dedicati – munendosi di tanta pazienza e relativo numeretto.

Si possono chiedere le informazioni via telefono, sempre alla propria camera di commercio d’appartenenza, per poter effettuare una richiesta tramite posta ordinaria.

Un’alternativa per chi ha poco tempo è quella di richiedere il Certificato Camerale (o la Visura) direttamente online, tramite portali specializzati come ad esempio
Visureinrete.it. Lo riceverete in pochi minuti direttamente in mail e con tutti i diritti già assolti. Molto comodo.

Alla prossima puntata.

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Il Certificato Stato di Famiglia: cos’è e quando richiederlo

di SKA su ControInformazione il 6 aprile 2017, 23:22

In questo periodo particolarmente caotico e denso sotto il profilo familiare e personale, mi sono ritrovato a dover affrontare in più battute alcune questioni burocratiche particolarmente spinose (e noiose, ad onor del vero; altrimenti non sarebbe burocrazia).
Tra le tante questioni che ci si ritrova ad affrontare nella convivenza, nel matrimonio, alla nascita di un figlio c’è quella di dover quasi sempre avere a portata di mano il famigerato Certificato Stato di Famiglia, che viene richiesto in più battute per motivazioni di vario tipo. Ma andiamo per gradi, innanzitutto:

Cos’è il Certificato Stato di Famiglia

Il Certificato Stato di Famiglia riporta la composizione della famiglia anagrafica: un insieme di persone che vivono e coabitano all’interno di una stesso appartamento. Tutte le persone risultanti ad uno stesso indirizzo, in una medesima unità immobiliare, risulteranno in un unico stato di famiglia. In tale documento vengono quindi elencati i componenti del nucleo familiare che vivono allo stesso indirizzo, residenti nella medesima unità abitativa e ne specifica le informazioni relative (nome, cognome, data e comune di nascita, comune e indirizzo di residenza). Ha validità di 6 mesi dal rilascio.

Nonostante il termine “famiglia” possa portare a pensare alla classica composizione con genitori e figli, non è necessario essere legati da vincoli di parentela o essere coniugati. In un’unica famiglia anagrafica possono trovarsi più nuclei famigliari (chiamati infatti famiglia nucleare).

La legge recita così “agli effetti anagrafici per famiglia si intende un insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o da vincoli affettivi, coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso comune”: quindi, per intenderci, vi rientrano a pieno titolo anche coppie conviventi (etero ed omosessuali).

Ma a cosa serve il Certificato Stato di Famiglia?

Può essere richiesto per motivi ed adempimenti di vario tipo come ad esempio per la richiesta degli assegni famigliari ed è necessario sia nei rapporti con la Pubblica Amministrazione che tra privati. In questo caso il nucleo familiare diviene rilevante al fine di ottenere dei benefici economici o fiscali legati alla composizione del nucleo, come per l’appunto gli assegni di maternità.

L’esempio più concreto e diffuso di utilizzo è la compilazione del modello ISEE per quanto concerne i redditi dei componenti il nucleo famigliare, ma qui sotto elenco alcuni dei principali motivi per cui bisogna – o può essere necessario – produrre il certificato di stato di famiglia:

– per consegnarlo al datore di lavoro al fine dell’ottenimento degli assegni famigliari, se richiesto;
– al datore di lavoro in caso di assunzione;
– per la compilazione del modello ISEE;
– per la documentazione da allegare alla richiesta di un mutuo (serve a verificare se vi sono persone a carico e per avere un quadro del contesto familiare.);
– per l’ottenimento di una serie di benefici economici e/o fiscali (riduzioni nella tassazione, bollette ecc…)

Esiste e può essere richiesto con le medesime modalità anche un Certificato Stato di Famiglia originario (anche chiamato Certificato storico di Stato di famiglia) che fotografa una situazione una passata, ossia quella del nucleo familiare originario: cioè la composizione di una famiglia prima che i figli si sposassero o, comunque, andassero a vivere fuori di casa.

Il certificato di famiglia originario in questo caso diventa necessario – ad esempio – quando ci si trova nella necessità di dimostrare chi sono gli eredi di un defunto; in questa maniera è quindi possibile risalire a tutti i discendenti che concorreranno alla divisione dell’eredità (qualora ci sia).

Quando richiedere il Certificato Stato di Famiglia

Nonostante il certificato di stato di famiglia sia, ad oggi, uno dei documenti più richiesti dai cittadini, non tutti i comuni hanno le medesime procedure per quanto concerne il rilascio. La prima cosa da fare è armarsi di santa pazienza ed informarsi presso l’ufficio anagrafe del vostro comune di residenza. La maggior parte dei comuni necessita di una richiesta ufficiale e non in carta semplice.

La richiesta del certificato di stato di famiglia può comunque essere richiesta da chiunque, su se stesso o su qualsiasi altra persona. E’ sufficiente essere in possesso dei dati anagrafici del soggetto (nome, cognome e data di nascita). Fondamentale ed obbligatorio è indicare il luogo di residenza (comune e provincia): soltanto il Comune presso il quale il soggetto è anagraficamente residente può rilasciare lo stato di famiglia.

Il Certificato Stato di Famiglia viene rilasciato dal Comune presso il quale il soggetto risulta anagraficamente residente e per ottenerlo si può:

  • – recarsi all’ufficio anagrafe del Comune di residenza;
  • – richiederlo per posta elettronica certificata (PEC) inviata al proprio Comune di residenza all’indirizzo indicato sul sito dell’amministrazione;
  • -richiederlo online attraverso portali specializzati come ad esempio Evisura.it senza doversi recare agli sportelli: valido su qualsiasi Comune italiano ed inviato per e-mail

Spero di essere stato d’aiuto a tutti coloro che si trovano e si troveranno nella mia stessa situazione di panico da burocrazia.

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La responsabilità sui commenti degli utenti, cosa dice la sentenza

di SKA su Cose dette da altri, Notizie Commentate il 8 gennaio 2017, 12:20

Nella sentenza, infatti, non si afferma che il gestore del sito internet sia responsabile, automaticamente, sempre e comunque dei commenti diffamatori pubblicati dagli utenti attraverso le pagine del medesimo sito internet (come, peraltro, si legge nella sentenza n. 116/13 del GIP di Varese secondo cui “la disponibilità dell’amministrazione del sito Internet rende l’imputata responsabile di tutti i contenuti di esso accessibili dalla Rete, sia quelli inseriti da lei stessa, sia quelli inseriti da utenti; è indifferente sotto questo profilo sia l’esistenza di una forma di filtro (poiché in tal caso i contenuti lesivi dell’altrui onorabilità devono ritenersi specificamente approvati dal dominus), sia l’inesistenza di filtri (poiché in tal caso i contenuti lesivi dell’altrui onorabilità devono ritenersi genericamente e incondizionatamente approvati dal dominus)”).

I gestori dei siti sono sempre responsabili dei commenti? No, ecco cosa dice la nuova sentenza della Cassazione http://www.valigiablu.it/siti-commenti-diffamazione/

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Giornalista, web designer e pubblicitario. Da blog di protesta negli anni in cui i blog andavano di moda, questo spazio è diventato col tempo uno spazio di riflessione e condivisione. Per continuare a porsi le giuste domande ed informare se stessi.