Sicurezza sul lavoro: un tema di cui dobbiamo parlare di più

di SKA su Notizie Commentate il 22 Marzo 2019, 09:01

Nell’ultimo report pubblicato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, insieme ad ISTAT, INPS, INAIL e ANPAL intitolato “Il mercato del lavoro 2018: verso una lettura integrata” c’è un intero capitolo dedicato a alla sicurezza sul lavoro, un tema che deve tenere sempre alta l’attenzione di istituzioni ed aziende.

La gestione della salute e sicurezza sul lavoro riguardano d’altronde tutta la serie di normative e misure protettive e preventive che aziende e datori di lavoro devono adottare per gestire al meglio la salute, la sicurezza ed il benessere dei lavoratori tutti.

Misure queste necessarie ad evitare e ridurre al minimo possibile il rischio infortuni e malattie professionali per il lavoratore. Attività queste che vanno avanti in parallelo tra leggi generali e specifiche al quale attenersi ed una serie di attività di ispezione per verificare eventuali inadempienze.

Cosa si intende per sicurezza sul lavoro

L’Organizzazione mondiale della Sanità la definisce così “la salute sul lavoro riguarda tutti gli aspetti di salute e sicurezza sul luogo di lavoro e ha una elevata attenzione alla prevenzione primaria dei pericoli”.

Non si intende solamente uno stato di assenza dalle malattie, infortuni o infermità del lavoratore, ma più ad uno stato completo di benessere sociale, mentale e chiaramente fisico. Il lavoratore deve essere protetto per ridurre al minimo l’esposizione a rischi legati all’attività lavorativa, ma deve stare bene sia fisicamente che mentalmente.

La sicurezza sul lavoro è di solito a carico del datore di lavoro, ma anche di dipendenti e collaboratori che devono adottare un comportamento adeguato alla struttura in cui lavorano, di solito definita a monte.

Infatti sul luogo di lavoro è necessario dotarsi di una serie di strumenti ed accorgimenti, oltre ad un’attività preventiva adeguata che viene stilata dall’azienda attraverso un Documento Valutazione Rischi.

Alcuni dati

Qualche dato estrapolato dal report del ministero, relativi al 2017 e per estensione agli ultimi 10 anni. Gli infortuni sul lavoro nell’anno 2017 denunciati all’Istituto nazionale Assicurazione Infortuni sul Lavoro (Inail) ammontano a 561 mila, una media di 1.536 ogni giorno.

Sono stati riconosciuti più di 379 mila infortuni sul lavoro. Rispetto al dato del 2008 c’è stata una diminuzione delle del 35,7%, con 300 mila casi di infortunio in meno. Si stima quindi che dall’inizio del secolo – in cui le denunce per infortunio superavano il milione – si siano dimezzate.

Così come le morti sul lavoro, con una riduzione del 29,7% (da 1614 del 2007 alle 1.135 del 2017). Sono ancora troppe, ma aziende ed istituzioni stanno lavorando per migliorare la tendenza.

Le principali normative in materia di sicurezza sul lavoro

La sicurezza sul lavoro è regolamentata dal Testo unico sulla sicurezza sul lavoro, D.Lgs n. 81/2008 e dalle successive disposizioni correttive che si possono trovare nel D. Lgs. 106/2009.

Il Testo Unico ha alcuni precedenti normativi che risalgono al quasi immediato dopo guerra – 1995/56 – ma in particolare la 626 del 1994. Le normative del T.U. recepiscono alcune direttive europee emanate nel 2007 relative a salute e sicurezza dei lavoratori, in cui sono previste dure e specifiche sanzioni nei confronti degli inadempienti.

Il Testo Unico ha voluto introdurre “un sistema di prevenzione e sicurezza a livello aziendale basato sulla partecipazione attiva di una serie di soggetti interessati alla realizzazione di un ambiente di lavoro idoneo a garantire la salute e la protezione dei lavoratori”

Il complesso di norme che regola la sicurezza sul lavoro è molto ampio, ma può essere riassunto brevemente così: il datore di lavoro deve provvedere a definire delle misure di tutela attraverso una costante analisi dei rischi e collaborare strettamente con il Responsabile del servizio di prevenzione e protezione e con il Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, laddove presenti, per mettere in atto tutte le azioni necessarie a tutela dei lavoratori.

Consulenza sulla sicurezza sul lavoro

Messa così sembra semplice, ma le aziende molto spesso non sono preparate od organizzate per una corretta gestione della salute e della sicurezza sul lavoro. A volte non sanno neanche da dove iniziare.

Qui entra in gioco il consulente per la sicurezza sul lavoro, che viene chiamato in azienda per gestire sia gli aspetti burocratici, di valutazione dei rischi, ma molto spesso anche in ambito formativo.

Il lavoro consulenziale passa dalla redazione di tutta la documentazione necessaria richiesta dalla normativa – il famoso T.U. 81/08; all’analisi dello stato attuale e l’individuazione delle migliori procedure per la sicurezza aziendale e la diffusione di una cultura preventiva, spesso assente.

Il consulente può anche assumere il ruolo di Responsabile Servizio di Prevenzione e Protezione, che molte aziende non hanno al proprio interno.

L’azienda verrà anche formata e preparata all’ispezione da parte degli organi di controllo, che verificheranno nel dettaglio ogni eventuale inadempienza, quindi in questo caso il consulente diventa strategico.

Come già detto il consulente della sicurezza si occuperà anche della formazione del personale, rilasciando attestati di frequenza validi ai fini normativi, oltre a migliorare la consapevolezza sulla tematica.

Fonte delle informazioni e degli approfondimenti: https://www.studiohs.it/

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Mafie al Nord: non si tratta più di infiltrazioni ma di sistema strutturato e radicato – Valigia Blu

di SKA su Antimafia, Cose dette da altri il 20 Marzo 2019, 10:55

Camorra e ‘ndrangheta venete. Se prima si parlava di “infiltrazioni” al Nord della criminalità organizzata, nell’ultimo mese diverse inchieste della Direzione distrettuale antimafia ne hanno mostrato una vera e propria “presenza” radicata in Veneto.

Una questione che è stata sottovalutata. Solo pochi mesi fa un sondaggio pubblicato da Libera – l’associazione presieduta da Don Luigi Ciotti che lotta contro le mafie – mostrava che al Nord Est per 4 cittadini su 10 “la mafia è invisibile e la si ritiene un fenomeno marginale”. Lo scorso 12 marzo, però, Bruno Cherchi, capo della procura di Venezia e coordinatore della Dda, ha dichiarato che «c’è stata una scarsa comprensione» di questo  fenomeno, non limitata al territorio veneto, ma un po’ in tutto il Nord Italia. Una tendenza a minimizzare che «ha portato ad intervenire con ritardo e forse non ancora con misure adeguate».

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Abbandono universitario: un problema da affrontare il prima possibile

di Camerata Stizza su Notizie Commentate il 1 Marzo 2019, 13:20

“L’abbandono scolastico rappresenta un ostacolo per la crescita economica e l’occupazione. Frena la produttività e la competitività e alimenta povertà ed esclusione sociale.” Così inizia il report Eurostat sull’abbandono scolastico nei paesi europei  o, in maniera più specifica, sui giovani che abbandonano prematuramente l’istruzione e la formazione. Il report che indicava gli “Early school leavers” ora si intitola infatti “Earlyleavers from education and training” a rimarcare ancora di più che il focus, è rivolto soprattutto alla fascia demografica che va dai 18 ai 24: quindi università e formazione post-universitaria.

Nel rapporto Eurostat si specifica nell’anno di riferimento – 2017, ma ancora in corso – il 10,6% dei giovani tra i 18 e i 24 anni ha completato gli studi superiori, ma non ha proseguito nella formazione universitaria o in altro tipo di formazione: Il 12,1% uomini, 8,9% donne. L’Europa si pone come obbiettivo per il 2020 di ridurre a meno del 10% la percentuale di giovani di età compresa fra i 18 e i 24 anni che abbandonano prematuramente l’istruzione o la formazione. L’Italia detiene purtroppo uno dei primati in quella classifica, posizionandosi sul podio con circa mezzo milione di giovani italiani (523,900) che per motivi vari hanno deciso di abbandonare l’università e la formazione. Si parla del 20% degli iscritti che abbandonano solo dopo il primo anno, a salire negli anni successivi: 39,3% nei primi due anni e 45,2% a tre anni. Il dato degli iscritti dopo 10 anni di carriera universitaria è del 12,7%: ragazzi che per vari motivi hanno difficoltà nello studio. Ma ci torniamo dopo.

Tra le ragioni dell’abbandono individuate dalla Commissione europea emerge il desiderio di lavorare, figlio di una congiuntura economica sicuramente non favorevole, che spinge molti giovani ad abbandonare del tutto gli studi per iniziare quanto prima il cammino verso l’indipendenza economica. Purtroppo non sussistono più neanche le condizioni per i famosi “lavoretti” ad accompagnare lo studio universitario, perché sempre meno pagati e sempre più impegnativi in termini di tempo: dopo 8/10 ore di lavoro pochi riescono a rimettersi sopra i libri.

La seconda motivazione alla base degli abbandoni è legata alla delusione, della serie: “lo studio non ha soddisfatto bisogni e/o interessi”. Questo punto dovrebbe forse preoccupare ancora di più perché ci pone di fronte ad un quesito fondamentale,  “l’università è ancora in grado di fornire gli strumenti necessari per affrontare la vita lavorativa?”. Alla fin fine si parla di quello: i tempi in cui si studiava per diletto sono lontani ed erano un lusso per pochi. La stragrande maggioranza di chi affronta oggi un percorso universitario in maniera consapevole, si aspetta uno sbocco professionale

Non è però da trascurare anche il fattore economico, altra motivazione rilevante indicata dal rapporto: anche i più volenterosi non riescono a sopperire alle spese da affrontare per tasse universitarie, affitti, spese quotidiane. E si ritorna all’inizio: abbandono e ricerca di un lavoro.

Nei confronti di tutte queste motivazioni però si può agire con anticipo, consentendo agli studenti di affrontare il percorso universitario in maniera più semplice, o magari superare con successo i famosi “esami scoglio”, capaci di bloccare anche un percorso ben avviato

Nei casi di difficoltà nella preparazione, senso di inadeguatezza o magari semplice supporto per coloro che superati i 30 vogliono riprendere in mano gli studi interrotti per migliorare la propria posizione, è di sicuro aiuto la figura di un tutor o di un servizio di preparazione universitaria specializzato.
Ce ne sono molti, ma indubbiamente quello offerto da Cepu risulta essere il più completo ed efficace, perché può contare su oltre 30 anni d’esperienza nel campo dell’assistenza allo studio, durante i quali ha affiancato e portato con successo alla laurea migliaia di studenti.

Tre sono i punti di forza di Cepu, il  referente didattico, professionista preparato, che progetta il percorso di studio sulla base delle caratteristiche dello studente; il tutor personale, esperto dell’apprendimento oltre che della materia di sua competenza, che affianca lo studente nel percorso di formazione e adotta le strategie più idonee per facilitarne lo studio; il metodo di studio messo a punto in tanti anni d’esperienza che consente di impostare una strategia di preparazione mirata ed efficace.

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Perché la fobia sociale è il male del nostro tempo – The Vision

di SKA su Cose dette da altri, Notizie Commentate il 27 Febbraio 2019, 11:48

La malattia mentale e i disturbi della personalità sono diventati in meno di un secolo la vera emergenza sanitaria del pianeta, soprattutto nei Paesi industrializzati. Secondo un report dell’Organizzazione mondiale della sanità, entro il 2030 la depressione sarà la malattia più diffusa a livello globale, davanti a cancro e patologie cardiocircolatorie. In Italia, terra diffidente e scettica, l’accettazione della malattia mentale risulta il più duro degli ostacoli, e spesso si tende a sottovalutare i campanelli d’allarme senza consultare uno specialista. Così i genitori possono scambiare la depressione del figlio adolescente per una banale malinconia tipica di un’”età difficile”, o un bipolare può pensare di essere semplicemente “un po’ lunatico” e in preda a sbalzi d’umore. In tanti pensano di essere solo molto timidi, e ignorano di essere vittima di un disturbo noto in psichiatria come fobia sociale. 

I tanti che si affidano all’autodiagnosi per via della paura di farsi visitare da un professionista contribuiscono a generare difficoltà nella raccolta di dati certi sul numero di persone alle prese con la fobia sociale. Secondo gli studi più attendibili, in Italia la percentuale di persone che ne soffre varia tra il 3% e il 13%, una forbice dovuta al sottobosco di patologie non rilevate, casi non analizzati e persone che ignorano il disturbo. Un sociofobico si sente a disagio nel relazionarsi con gli altri, nel parlare faccia a faccia, nel mangiare se osservato, nel fare qualcosa davanti a un pubblico che potrebbe giudicarlo. La patologia e i suoi sintomi sono influenzati dal giudizio che si ha di se stessi, in grado di provocare ansia, attacchi di panico, disturbi ossessivo-compulsivi e depressione.

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Il nuovo petrolio si chiama coltan e il Venezuela ne è casualmente pieno – The Vision

di SKA su Cose dette da altri, Notizie Commentate il 20 Febbraio 2019, 17:26

Da mesi ci viene descritto un Paese sull’orlo del collasso, eppure le ricchezze della Repubblica bolivariana del Venezuela sono invidiabili: il Paese sudamericano conserva nel suo sottosuolo cospicue quantità di oro (le riserve stimate sono intorno alle 15 tonnellate), possiede le più grandi scorte petrolifere del pianeta e negli ultimi anni ha scoperto di avere giacimenti ricchissimi di coltan, un minerale destinato a diventare il petrolio del futuro. 

Il coltan è una combinazione di columbite, manganesio e tantalite, e contiene un’alta percentuale di tantalio, un superconduttore che sopporta elevate temperature, resiste alla corrosione e possiede una grande capacità di immagazzinare cariche elettriche. Il coltan è il materiale fondamentale per la fabbricazione di condensatori, microchip, console per videogiochi, sistemi di posizionamento globale, satelliti, missili telediretti, apparati di microelettronica e nella chirurgia estetica viene utilizzato per gli impianti mammari. Per il suo utilizzo sempre più massiccio in diversi settori strategici, gli esperti prevedono un’impennata nella richiesta globale che potrebbe triplicare entro il 2025.

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Serie A bianconera: top ten degli stipendi dominata dalla Juventus

di SKA su Notizie Commentate il 8 Febbraio 2019, 18:43

Settimane di fuoco per l’Inter, Icardi che non segna su azione da fine ottobre, Spalletti appeso a un filo e l’arrivo di Marotta che sembra il preludio al prossimo arrivo di Conte. Tutto questo cosa c’entra con la classifica dei dieci giocatori più pagati della Serie A? Ebbene sì, ha un forte legame, probabilmente tra i motivi alla base dello scarso rendimento di quest’anno dell’attaccante e capitano nerazzurro.

Perché incredibile a dirsi, ma il n.9 dell’Inter non figura fra i giocatori più stipendiati del nostro campionato, non c’è anzi traccia di alcun interista fra i primi dieci nella speciale graduatoria stilata da bwin. Strano, visto che senza ombra di dubbio si deve riconoscere a Mauro Icardi di essere il giocatore più determinante della Serie A in questi anni, secondo da questa stagione solo per l’arrivo di Cristiano Ronaldo. Ecco dunque che le richieste continue di rinnovo e adeguamento dell’argentino risultano legittime, a vedere come nella top ten figurino giocatori del tutto inaspettati rispetto all’assenza del marito di Wanda Nara.

Una classifica assolutamente dominata dalla Juve, che la occupa per oltre la metà degli elementi che la compongono. In testa ovviamente c’è Cristiano Ronaldo, il quale percepisce la bellezza di trenta milioni di euro netti a stagione, utili a convincerlo nel lasciare l’isola felice di Madrid per approdare nel decadente calcio italiano. Dietro di lui una marea di bianconeri, da Dybala a Pjanic, Douglas Costa e perfino Emre Can. Quest’ultmo, giunto a parametro zero dal Liverpool, guadagna 5.5 all’anno e dunque un milione oltre più di Icardi: incredibile a dirsi.

Chiude il dominio bianconero il ritorno di Bonucci che percepisce meno della sua prima era bianconera, ma ciò nonostante ha lasciato l’infelicità milanista per fare ritorno a Torino, in cambio di Higuain che ha compiuto il percorso inverso. Fino a due settimane fa, in realtà, il Pipita è già volato via dalla cupa Milanello e ha lasciato il secondo gradino del podio che occupava coi suoi quasi 9 milioni di euro all’anno.

Completano la classifica Donnarumma e il discusso rinnovo di due estati fa, quella del mancato esame di maturità, ottenuto con Raiola per la bellezza di 6 milioni annui con tanto di ingaggi da 1 milione del fratello e terzo portiere Antonio. Si conclude con Dzeko e Insigne, che superano di poco i 4.5 milioni a stagione.

Le squadre di media e bassa classifica della Serie A presentano invece un tetto ingaggi decisamente inferiore, se raffrontato con quelle che sono le cifre degli altri campionati, soprattutto della Premier League. Rare le eccezioni, come quelle che vedono Mattia Destro a Bologna percepire 2.5 milioni annui pur essendo ormai lontano parente del giocatore che si vide arrivare al citofono Galliani per essere convinto circa un trasferimento nella Milano rossonera: per il resto, si vive di prestiti, giocatori stranieri poco conosciuti o giovani da rivendere anche sei mesi dopo un buono scorcio di campionato prima di essere obbligati a grossi stipendi annuali.

Per informazioni chiedere a Preziosi e all’ex Piatek.

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Chi ha tradito la meritocrazia – Il Trend illiberale

di SKA su Cose dette da altri, Notizie Commentate il 25 Gennaio 2019, 15:34

Nella meritocrazia sarebbe il talento a determinare la posizione sociale. Ma le cose non vanno proprio così, nel tempo. L’applicazione del principio meritocratico alla società garantisce, infatti, in un mondo in cui gli individui nascono ineguali, che ciascuno possa acquisire nella vita una posizione proporzionale alle proprie capacità, indipendentemente dalle origini sociali.

Fu Michael Young, sociologo e attivista politico inglese, autore del manifesto che nel 1945 portò al successo elettorale il partito laburista, ad inventare questo termine nel suo libro The Rise of Meritocracy (L’avvento della meritocrazia): un saggio satirico (o distopia), pubblicato nel 1958, in cui Young immagina e analizza l’affermarsi in Gran Bretagna nel 2033 di una società meritocratica, in cui non soltanto ognuno ha ciò che si merita, ma dove la meritocrazia diventa una vera e propria forma di governo: “non una aristocrazia di sangue, non una plutocrazia della ricchezza, ma una vera meritocrazia dell’ingegno”.

Il racconto di Young si svolge nel corso di un secolo e mezzo, durante il quale l’uguaglianza delle opportunità di partenza (un punto su cui Young per tutta la vita si spese con il suo impegno politico e intellettuale) viene garantita in Gran Bretagna grazie all’introduzione di alcune riforme, in particolare nell’ambito dell’istruzione.

Nella società meritocratica di Young, l’accesso all’educazione superiore di qualità avviene sulla base di selezioni mirate, che misurano il quoziente intellettivo, e gli insegnanti scelgono quei giovani da avviare alla carriera di dirigente. La selezione scientifica si applica anche al settore dell’industria, dove la promozione per merito sostituisce la promozione per anzianità.

Così si formano le migliori élite di funzionari pubblici, medici, fisici, psicologi, chimici, dirigenti aziendali e critici musicali. E, in questa comunità immaginaria, è vero che la divisione fra classi appare più netta, ma dal momento che la stratificazione sociale poggia sul principio del merito accettato a tutti i livelli della società, le classi inferiori non hanno una propria ideologia in conflitto con l’ethos della società e non negano il diritto delle classi superiori alla loro posizione.

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E ora le élite si mettano in gioco – The Catcher

di SKA su Cose dette da altri, Notizie Commentate il 18 Gennaio 2019, 12:19

Condivido il punto di vista espresso da Baricco sulle élites ed il loro fallimento, espresso sia in questo articolo che in maniera molto più estesa sul libro The Game.


Dunque, riassumendo: è andato in pezzi un certo patto tra le élites e la gente, e adesso la gente ha deciso di fare da sola. Non è proprio un’insurrezione, non ancora. È una sequenza implacabile di impuntature, di mosse improvvise, di apparenti deviazioni dal buon senso, se non dalla razionalità. Ossessivamente, la gente continua a mandare — votando o scendendo in strada — un messaggio molto chiaro: vuole che si scriva nella Storia che le élites hanno fallito e se ne devono andare.
Come diavolo è potuto succedere?

Capiamoci su chi sono queste famose élites. Il medico, l’insegnante universitario, l’imprenditore, i dirigenti dell’azienda in cui lavoriamo, il Sindaco della vostra città, gli avvocati, i broker, molti giornalisti, molti artisti di successo, molti preti, molti politici, quelli che stanno nei consigli d’amministrazione, una buona parte di quelli che allo stadio vanno in tribuna, tutti quelli che hanno in casa più di 500 libri: potrei andare avanti per pagine, ma ci siamo capiti. I confini della categoria possono essere labili, ma insomma, le élites sono loro, son quegli umani lì.
Sono pochi (negli Stati Uniti sono uno su dieci), possiedono una bella fetta del denaro che c’è (negli Stati Uniti hanno otto dollari su dieci, e non sto scherzando), occupano gran parte dei posti di potere. Riassumendo: una minoranza ricca e molto potente.
Osservati da vicino, si rivelano essere, per lo più, umani che studiano molto, impegnati socialmente, educati, puliti, ragionevoli, colti. I soldi che spendono li hanno in parte ereditati, ma in parte li guadagnano ogni giorno, facendosi un mazzo così. Amano il loro Paese, credono nella meritocrazia, nella cultura e in un certo rispetto delle regole. Possono essere di sinistra come di destra.

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M5S e Lega non stanno combattendo la povertà, ma i poveri – The Vision

di SKA su Cose dette da altri, Notizie Commentate il 9 Gennaio 2019, 13:56

Da qualche mese a questa parte, cioè dall’ascesa del nuovo governo al potere, c’è nell’aria una volontà implicita di stigmatizzare gli atti di umanità. Nell’era giallo-verde il bene viene seguito da un asterisco, è ondivago e può persino rappresentare un ostacolo politico. Chi pensa che sia un’esagerazione o un pensiero strumentalizzato forse non ha ancora letto la manovra appena approvata.

Dalla Croce Rossa alla piccola onlus di provincia, dalla Comunità di Sant’Egidio (che a Natale ha dato 60mila pasti ai poveri) agli istituti d’istruzione senza scopo di lucro, hanno tutti trattenuto il fiato quando nella Manovra è comparsa una voce inaspettata, una norma che cancella per questi enti l’Ires agevolata, che dal 12% passa al 24% e destabilizza l’intero Terzo settore. Si è subito parlato di tassa sul volontariato o di patrimoniale sulla solidarietà, termini che non si discostano troppo dalla realtà: cancellare l’articolo 6 del d.p.r. 601 risalente al 1973 (ovvero le agevolazioni sull’Ires) consiste nella perdita per il Terzo settore di 118 milioni nel 2019, e di 157 nei due anni successivi. Questi soldi verrebbero usati per comprare ambulanze, per assistere i disabili o per dare un pasto a chi non può permetterselo. In pratica il governo ha deciso di diventare la nemesi di Robin Hood, rubando ai poveri per alimentare le utopie di altri poveri (reddito di cittadinanza). Utopie, appunto.

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Innovazione? | Doppiozero

di SKA su ControInformazione, Cose dette da altri il 5 Novembre 2018, 13:00

Ciascun utente del Web tende a vivere oggi all’interno di una “bolla” in cui può sperimentare soltanto quello che corrisponde ai propri interessi e alle proprie opinioni personali. Ne consegue che si riduce la capacità personale d’innovare, perché è noto che la creatività può nascere soprattutto dall’incontro con l’imprevisto e l’inconsueto. Il digitale sembra dunque produrre un effetto di tipo paradossale: accelera con forza i movimenti dei flussi comunicativi, ma rallenta pesantemente i processi di cambiamento in atto all’interno dell’economia e della società

Sorgente: Innovazione | Doppiozero

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L’Italia e la grande guerra senza la retorica nazionalista – Piero Purich – Internazionale

di SKA su ControInformazione, Cose dette da altri il 3 Novembre 2018, 20:42

La storia della prima guerra mondiale, dunque, è tutt’altro che la storia di trionfi, di eroismo e di battaglie epiche raccontata dalla propaganda nazionalista e militare. Tolto il velo di retorica, restano i massacri, le fucilazioni sommarie, le punizioni dei soldati, ma anche gli episodi di fraternizzazione tra nemici, che dimostrano come tantissimi soldati riuscirono a restare umani nonostante fossero obbligati a combattersi.

https://www.internazionale.it/opinione/piero-purini/2018/11/03/prima-guerra-mondiale-italia

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L’insopportabile ipocrisia di chi ieri votava Berlusconi e oggi grida onestà

di SKA su Cose dette da altri, Notizie Commentate il 24 Ottobre 2018, 14:48

Agli albori del nuovo millennio arrivó in Italia il Grande Fratello, l’antesignano di quell’ondata di reality show che avrebbe poi invaso le reti televisive. La gente diceva di non guardarlo, fingeva indifferenza di fronte alle dinamiche degli inquilini chiusi in quella casa. I dati auditel dicevano tutt’altro: il Grande Fratello incollava gli italiani alla tv.

Allo stesso modo, nessuno ammetteva di aver dato il proprio voto a Silvio Berlusconi. I suoi elettori si nascondevano, sembravano animali in letargo che si manifestavano soltanto in prossimità della cabina elettorale. Il segreto delle urne resisteva fino agli exit-poll, poi veniva svelata la realtà: Berlusconi incamerava un numero esorbitante di voti. Alle elezioni del 2001, la Casa delle Libertà prese il 49%, 18 milioni di voti. Berlusconi venne eletto presidente del Consiglio, così come nel 1994 e nel 2008. In quella tornata elettorale, la Lega Nord, compagna di coalizione di Forza Italia, prese soltanto il 3,9%. Era Berlusconi ad accentrare i voti, a superare le inchieste giudiziarie, a emanare le leggi ad personam e a servirsi del malcostume di una nazione, che l’uomo di Arcore aveva trasformato nella sua personale passerella verso la gloria – o verso qualunque luogo che non fosse il carcere.

Ogni tanto fa bene ritornarci sopra, per ricordarci chi eravamo solo pochi anni fa e chi siamo oggi.

Sorgente: L’insopportabile ipocrisia di chi ieri votava Berlusconi e oggi grida onestà

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Internet: tra utilità e dipendenza

di SKA su Notizie Commentate il 15 Settembre 2018, 14:20

Il web ci consente di fare praticamente qualsiasi azione, sia nel mondo del lavoro che nella vita privata. Internet, infatti, ha rivoluzionato l nostro modo di comunicare, di scambiare informazioni e di organizzare attività di natura sociale, politica ed economica. La cosiddetta “società della conoscenza” ha enormi potenzialità nella promozione di uno sviluppo economico e sociale sostenibile, favorendo la circolazione dei saperi e influenzando profondamente le dinamiche di democratizzazione e di promozione dei diritti umani. Internet sta permettendo alle aziende di rivoluzionare i propri business models e di guadagnare in efficienza e in produttività. I suoi effetti non sono limitati allo sviluppo del settore ICT ma ormai si guarda ad Internet come strumento di prosperità per l’intera economia e il benessere della società nel suo complesso. Nell’attuale contesto economico di crisi persistente e di nuove sfide economiche e sociali come il cambiamento climatico o l’invecchiamento della popolazione, lo sviluppo di Internet può rappresentare una nuova fonte di crescita e di competitività per contribuire ad affrontare anche i problemi della disoccupazione e delle diseguaglianze sociali.

Per queste ragioni è importante preservare Internet come un’infrastruttura aperta che si caratterizzi per una forte interazione sociale e come un motore di sviluppo economico e di crescita sostenibile. Per fare questo, è necessario combinare azioni che garantiscano la governance di Internet con la creazione di un open and level playing field in cui l’infrastruttura di Internet possa crescere e svilupparsi in futuro.

Oltre agli aspetti positivi, che sono davvero tanti, internet sta diventando sempre più oggetto di dipendenza per tanti utenti. Le dipendenze da Internet sono una serie di comportamenti variegati che si caratterizzano per un rapporto patologico tra l’uomo e la rete e ai quali sottostanno difficoltà legate al controllo degli impulsi e alla regolazione degli stati emotivi. Ogni giorno gli individui sperimentano nuovi modelli di relazione con sé stessi e con gli altri mediati dal web, fino a raggiungere il superamento del confine di sé e alla possibilità di innescare modalità patologiche di utilizzo e di rapporto con Internet. Le infinite funzioni e applicazioni offerte dalla rete, infatti, suscitano condizioni particolari e soggettive negli utenti che possono portare allo sviluppo di vere e proprie patologie, definite con il termine di web dipendenze perché caratterizzate da aspetti tipici dei comportamenti di dipendenza.

Molti studiosi sono oggi in accordo nel sostenere che piuttosto che parlare di una sindrome unitaria di dipendenza da internet sia più indicato riferirsi a Disturbi correlati all’uso di Internet (Internet Related Disorders), spostando l’attenzione sulle caratteristiche individuali di quegli utenti che, più di altri, sono vulnerabili allo sviluppo di queste sintomatologie a seguito dell’interazione con il mezzo “web”.

I numeri dell’uso di internet e della dipendenza ci dicono che in Italia i dipendenti da internet sono quasi tutti giovani e giovani-adulti e, considerando i livelli di gravità severo e moderato, sono circa il 6%, mentre in Inghilterra il 18% degli studenti usa internet in modo eccessivo, in Norvegia l’1% e in Grecia l’8% è dipendente. Ma è nel continente asiatico che i tassi d’incidenza sono più elevati, oscillano dall’1% al 25%.

I dati della letteratura scientifica sull’argomento indicano che i soggetti più a rischio per lo sviluppo dell’Internet Addiction Disorder hanno un’età compresa tra 15 e 40 anni, con difficoltà comunicative per problemi psicologici, psichiatrici, familiari e relazionali.

Fonti:
https://it.efax.com/blog/lavori-Internet-ed-Intelligenza-artificiale
https://www.psycom.net/iadcriteria.html

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Omissione di soccorso o naufragio? – Annalisa Camilli – Internazionale

di SKA su Cose dette da altri, Notizie Commentate il 18 Luglio 2018, 09:43

Josephine, soccorsa al largo delle coste libiche dalla nave Open Arms, il 17 luglio 2018. - Alessio Paduano

È una donna, si chiama Josephine, è originaria del Camerun. È stata trovata a pancia in giù attaccata a una tavola, quello che resta del fondo del gommone su cui viaggiava insieme ad altre decine di persone. Ha aspettato per due giorni che arrivassero i soccorsi, con i vestiti bagnati attaccati alla pelle, poi alle 7.30 di mattina del 17 luglio, dal ponte della nave Open Arms, a 80 miglia dalla Libia, qualcuno ha visto i resti del gommone.

Un soccorritore spagnolo di 25 anni, Javier Filgueira, si è buttato in acqua dalla lancia di soccorso quando ha visto che Josephine poteva essere ancora viva. L’ha raggiunta a nuoto tra i detriti sperando che non fosse uno sforzo inutile. “Quando le ho preso le spalle per girarla speravo con tutto il mio cuore che fosse ancora viva”, racconta Filgueira, un volontario di Madrid, ancora scosso.

Continua a leggere su Internazionale:

https://www.internazionale.it/bloc-notes/annalisa-camilli/2018/07/17/naufragio-open-arms

NOTA:

Consiglio di continuare a seguire tutta la serie Cronache dal Mediterraneo, il diario di Annalisa Camilli sulla nave impegnata nel soccorso dei migranti nel Mediterraneo.

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I danni che la direttiva sul copyright farà alle nostre libertà e cosa possiamo fare per contrastarla – Valigia Blu

di SKA su Cose dette da altri, Notizie Commentate il 4 Luglio 2018, 15:42

È indubitabile che una riforma della normativa in materia di copyright sia necessaria, per armonizzare le regole tra i vari Stati dell’Unione. Purtroppo, nonostante una buona partenza, la riforma si è persa in una regolamentazione settoriale che guarda a specifici aspetti perdendo in ambizione e coraggio. Il presupposto del framework legislativo è che i titolari dei diritti non riescono a monetizzare adeguatamente i loro prodotti, perché vi sarebbe, nell’ecosistema digitale, un’ingiusta distribuzione dei profitti nella catena di diffusione delle opere online. Per risolvere questo “problema” la Commissione ha proposto di introdurre l’obbligo per le piattaforme di utilizzare strumenti di filtraggio dei contenuti e di operare con l’accordo dei titolari dei diritti al fine di rimuovere e di impedire il caricamento di contenuti in violazione dei diritti.

Sorgente: I danni che la direttiva sul copyright farà alle nostre libertà e cosa possiamo fare per contrastarla – Valigia Blu

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Consiglio di leggere anche :

Vocabolario minimo per capire il dibattito su link tax e riforma del copyright

 

 

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La riforma europea del copyright è da bocciare, la posizione di Di Maio è una buona notizia. Ecco perché – Valigia Blu

di SKA su Cose dette da altri, Notizie Commentate il 26 Giugno 2018, 19:17

La bocciatura, secca e senza appello, della riforma europea del copyright da parte del vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio è la vera notizia dell’Internet Day 2018. Nessuno si attendeva toni così netti, né l’impegno – a nome del governo italiano – di opporsi alla norma che vorrebbe introdurre una tassa sui link e filtri all’upload dei contenuti in rete.

Eppure è accaduto, ed è una ottima notizia. Prima di tutto perché Di Maio usa gli argomenti giusti. Sì, costringere le piattaforme a pagare un obolo agli editori per la semplice condivisione di titolo e riassunto di una notizia è non solo contrario all’essenza stessa di Internet, fondata sull’idea di link ipertestuale, ma è anche controproducente per gli editori stessi, come dimostrano i fallimenti in Germania e Spagna – tra l’altro andrebbe ricordato che con una semplice stringa di codice da inserire nei loro prodotti gli editori hanno libertà di scegliere se essere o meno indicizzati su motori di ricerca come Google o Bing.

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Il Forex trading come forma d’investimento è una soluzione?

di SKA su Notizie Commentate il 15 Giugno 2018, 18:22

Vuoi investire e vuoi fare fruttare i tuoi risparmi accumulati nel tempo? Quale migliore soluzione e forma d’investimento se non sfruttare a proprio beneficio il Forex trading? Si tratta di una nuova ed interessante strategia d’investimento che dà l’opportunità di ottenere interessanti guadagni e rendimenti economici (ROI) sul capitale investito derivante dalla compravendita di asset o attività finanziarie (azioni, obbligazioni, materie prime, criptovalute, CFD, ETF, opzioni binarie etc. Come iniziare a fare trading online? Su Internet è possibile optare per Broker Forex Trading regolamentati, sicuri ed affidabili che consentono di aprire Conti Demo e Reali (con capitale reale): inoltre, puoi sfruttare a tuo vantaggio la Leva Finanziaria che permette di moltiplicare i tuoi profitti, ma anche di aumentare il rischio di perdere capitali finanziari. In questa guida scopriamo come è conveniente iniziare ad investire nel Forex e quali sono i migliori e più affidabili Broker Forex trading con cui compravendere attività finanziarie.

Investire nel Forex Trading: come guadagnare con la Leva finanziaria

Uno dei principali vantaggi derivanti dalla strategia di investimento nel Forex Trading è rappresentato dalla Leva finanziaria. Che cosa è? Si tratta di un utile strumento che consente di aprire posizioni di mercato per un ammontare di capitale più consistente rispetto a quello posseduto e depositato sul conto aperto. Questo tool si comporta come un moltiplicatore sia di profitti sia di perdite: ad esempio, una leva finanziaria di 1:150 consente di moltiplicare per 150 il capitale posseduto sul conto. Se sul conto hai versato 1.000 € e utilizzi una leva finanziaria 1:150 si possono aprire posizioni per 150.000 €. Ecco perché la maggior parte dei Broker regolamentati offrono il moltiplicatore della leva finanziaria gratuitamente, permettendo alla clientela di aprire un conto con soli 100 euro. L’esborso iniziale è definito margine ed il suo importo dipende da diversi fattori: ci sono prodotti che richiedono margini fissi a contratto ed altri in cui viene calcolato in percentuale sul valore della posizione.

Broker Forex Trading: quali scegliere per investire?

Il Forex Trading consente ai propri investitori di beneficiare di un mercato liquido dove avvengono ogni giorno il maggior numero di transazioni finanziarie, indipendentemente da dove ci si trovi. Basta avere un PC o un dispositivo elettronico connesso alla rete Internet per avere la possibilità di investire e guadagnare facendo trading online. Aprire posizioni è semplice e facile grazie alle Piattaforme trading dei migliori Broker online, i quali devono essere regolamenti ed autorizzati ad operare sul mercato. Navigando online si possono reperire davvero tanti player nel settore della compravendita di attività finanziarie. Scopriamo i migliori.

eToro: il leader del Social Trading

Se sei un neofita o sei alle primissime armi? Scopri i vantaggi nel fare Social trading o Copy Trading con eToro, il Broker che consente di investire su ben 9 criptovalute diverse, ovvero: Bitcoin, Ethereum, Ethereum Classic, Litecoin, Ripple, Bitcoin Cash, NEO, Stellar e Dash. Oltre alle criptovalute, eToro dà la possibilità di investire nei migliori ETF, titoli azionari, coppie di valute, indici e materie prime con CFD. Cosa significa fare Copy Trading? Il Social Trading aiuta gli investitori “in erba” a guadagnare replicando nel proprio portafoglio investimenti le migliori strategie messe in atto dagli eToro Popular Investor ovvero dai migliori Trader professionisti. In questo modo, anche chi si avvicina al mercato del Forex Trading può “copiare” abilmente le mosse strategiche dei migliori investitori, condividere con loro commenti e chiedere consigli. A metà strada tra un Social Network e una “classica” Piattaforma di Trading online, la Piattaforma di eToro è facile da utilizzare, user friendly e veloce. Inoltre, consente di beneficiare di un conto demo (con capitale virtuale), spreads bassi, zero commissioni, sezione dedicata alla formazione online, tool di didattica, calendario economico e news.

Trade.com

Il broker Trade.com è gestito dalla società Lead Capital Market Ltd., autorizzata e regolamentata dalla CySec, è in possesso di tutte le licenze necessarie per offrire i migliori servizi di Forex trading ai propri clienti. Grazie a questa Piattaforma di trading all’avanguardia, Trade.com soddisfa le esigenze di tutti gli investitori che vogliono compravendere asset tramite le modalità più comode: dispositivi elettronici, web e download. Tutti i trader possono operare su oltre 2.000 strumenti utilizzando un semplice tool di ricerca o sfruttando la lista di categorie degli asset mondiali: si possono ricercare i movimenti di un’attività finanziaria e studiarne lo storico e ricevere gli aggiornamenti in tempo reale. Trade.com offre la possibilità a tutti gli investitori di poter operare sui mercati internazionali grazie alla leva finanziaria 1:200. Il broker offre ben 3 differenti tipi di account per il trading CFD, a seconda di quanto il trader decide di depositare in fase iniziale: Conto Classic, Gold e Platinum. Grazie a Trade.com si può negoziare con criptovalute (Bitcoin, Litecoin, Dash, etc.), Titoli di stato disponibili in sterline, yen, euro e dollari (Leva fino a 1:100), materie prime (oro, argento, platino, rame, petrolio, grano, etc.), indici, ETF e opzioni binarie.

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Vincolo di mandato: che cos’è e come funziona | Pagella politica

di SKA su Cose dette da altri, Notizie Commentate il 6 Giugno 2018, 13:49

Ma che cos’è il vincolo di mandato, che secondo alcuni critici renderebbe inutile e superfluo l’intero Parlamento? Ed è vero che esiste anche in altri paesi europei? Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza su una proposta che trova supporto anche in altri schieramenti

Il contratto di governo sottoscritto da Luigi Di Maio e Matteo Salvini dice che in Portogallo – dove vige una struttura monocamerale con un sistema elettorale proporzionale – esiste il vincolo di mandato. In realtà, questa affermazione è inesatta

Un ottimo approfondimento sul tema del Vincolo di mandato introdotto dal contratto di governo stipulato tra Lega e M5S.

https://pagellapolitica.it/blog/show/185/vincolo-di-mandato-che-cos%C3%A8-e-come-funziona

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Rage Against Mattarella

di SKA su Notizie Commentate il 28 Maggio 2018, 16:47

La politica del ‘eh ma quelli prima’ ha fatto i danni peggiori, ma soprattutto ci ha portato a questo punto. Il Presidente della Repubblica ha tutto il diritto di fare quel che ha fatto, guardando la situazione presente senza fare paragoni con il passato.

Ne ha il diritto come hanno già fatto decine di volte i presidenti passati, ossia porre il veto su uno dei nomi: che è quello che ha fatto. Ha chiesto di cambiare un nome perché oggettivamente irricevibile all’interno di un contesto europeo – l’uscita dall’euro non era nel ‘contratto’. Su 16 ministri ha posto il veto su uno e Lega/Pentastellati si sono impuntati come bambini, facendo saltare tutto: di chi è la colpa? Se per 3 mesi non si sono riusciti ad accordare, di chi è la responsabilità? Veramente vogliamo dire che è di Mattarella?

La nomina dei ministri è prerogativa del Presidente della Repubblica, il presidente del consiglio li indica solamente (Art. 92 Cost.) Avrebbe dovuto firmare la nomina di un ministro che reputa inadatto a ricoprire il ruolo previsto? Ciampi fece lo stesso con Previti – tra i tanti esempi pescati da tutte le volte che è stato rifiutato un ministro – e venne sostituito. Il problema non è che Savona possa pensare ad un’uscita dall’euro, ma che nel suo ultimo libro ha descritto un piano preciso per un’uscita dall’euro fatta in segreto: questa si chiama eversione. Il fatto che i lega/pentastellati si siano impuntati solo su quel nome senza avere neanche preso in considerazione alcuna alternativa – decidendo loro di far saltare il governo – è ancora più folle ed in più di qualche forma, sospetto.

Nel contratto di governo non era – più – prevista una messa in discussione della moneta unica, quindi è una follia pensare che si potesse accettare una proposta – ovviamente strumentale – come quella di Savona ministro.
La Lega ha teso la trappola e Mattarella ci è cascato consapevolmente, rendendo pubblica una consultazione privata, dando adito alla narrazione di “Re Sergio” che fa il dittatore sovrastando la “sovranità del popolo”, ma soprattutto facendo passare il messaggio che questa sia un’indicazione politica e non tecnica. Si poteva risparmiare la retorica dei risparmiatori, quella sì.

Sono i mercati a decidere le politiche nazionali? Sì. Ed è così da anni, non nascondiamoci sotto la sabbia.
Soprattutto se il tema è legato ad un ministero dell’economia, che è un’economia inserita all’interno di un contesto europeo. Sono tanti, troppi, gli elementi sovranazionali che influenzano la governabilità di un paese. Prima facciamo pace con questa realtà, senza clamori propagandistici, prima riusciremo a ritrovare un minimo di coesione sociale.

Nessuno dice che Giorgietti avesse le carte in regola (la maggior parte dei ministri che abbiamo avuto negli ultimi 30 anni non ne aveva) ma rappresentava una scelta politica legittima, votata dagli italiani ed esponente di spicco di uno dei partiti di maggioranza. Invece si è scelto di impuntarsi su un signore di 82 anni – la retorica dello svecchiamento dov’è finità? – che pur essendo stato ministro in passato, negli ultimi anni ha virato la sua posizione in ottica anti-euro e definendo la Merkel come una nazista. La base della consultazione era: ok per tutti e 15 i ministri, ma questo no. Se trovate un’alternativa andiamo avanti. E invece hanno fatto saltare tutto il banco. Le motivazioni sfavorevoli a Giorgetti non sono convincenti.

I cittadini sono frustrati da anni di governi tecnici? Non si capisce perché la frustrazione debba ricadere su un Presidente della Repubblica che sta semplicemente cercando di far rispettare la costituzione e non su 2 signori che si sono presentati entrambi come “premier”, ma che in quasi 3 mesi non sono riusciti a fare uno straccio di governo o trovare un accordo. Mattarella ha ascoltato e atteso, è intervenuto soltanto ora quando era evidente la trappola di Salvini (ma ce lo ricordiamo Scalfaro quando tuonava “io non ci sto” ?)

Mattarella aveva semplicemente proposto di sostituire Savona con Giorgetti, esponente legittimamente eletto dal “popolo del cambiamento” e tra le fila della Lega. Hanno invece preferito far saltare tutto in maniera irresponsabile, lasciando come unica alternativa un ulteriore governo tecnico contro il quale poter nuovamente riversare la propaganda populista. Hanno avuto la loro occasione di dimostrare che potevano fare il “governo del cambiamento” e non sono riusciti a portarlo a compimento. Comprensibile che sia più facile inveire contro a una persona piuttosto che guardarsi dentro casa, ma le cose sono molto più complicate di come le si sta dipingendo, in particolare con la retorica da ‘nemico accentratore’ contro ‘Re Sergio’.

Mattarella si è trovato da solo ora a combattere due poteri volgari: il mercato da una parte e i populismi di Lega e M5S dall’altra, cercando di dare governabilità al nostro paese e tenere a freno gli sbalzi del mercato finanziario causati dall’instabilità.

Salvini ha forzato la mano sfruttando l’inesperienza del Movimento 5 Stelle. M5S però anziché distinguersi ha deciso di appiattirsi sulla prova di forza leghista, quando solo mercoledì scorso Di Maio diceva legittimamente che “Sui ministri non c’è nessuna discussione in atto perché i ministri li sceglie il presidente della Repubblica. Non fate retroscena sui ministri perché non c’è niente”. Ha lasciato da parte il rispetto dello Stato per andare dietro alla Lega, che probabilmente non aveva in realtà alcun interesse a governare insieme a Casaleggio ed ha preferito sfilarsi e sacrificare tutto in favore di nuove elezioni che sicuramente lo premieranno.

Il risultato è che un governo dovrà essere fatto, anche solo per traghettarci alle nuove elezioni, quindi ci becchiamo l’ennesimo governo tecnico a firma Cottarelli, nonostante ci fosse una maggioranza parlamentare in grado di avere i voti per governare.

Si sono catalizzate le attenzioni, positive e negative, su Mattarella – che se le becca in maniera consapevole – quando i responsabili sono altri. Cari ragazzi del Movimento 5 Stelle: ci siete cascati con tutte le scarpe, fidandovi di Salvini che vi ha sfruttato per poter tornare ad elezioni rubando elettorato in primis a voi e successivamente alla coalizione di destra che sarà costretta a raccogliersi attorno la sua figura.

E al PD ora forse i popcorn staranno andando di traverso. O almeno si spera.

(Nota: si tratta di una riflessione fatta in vari ambiti social attraverso commenti sparsi, rimessa più o meno in ordine per riassumerla e non perderla)

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Bitcoin e criptovalute: nonostante le difficoltà cresce la fiducia

di SKA su ControInformazione, Notizie Commentate il 22 Maggio 2018, 17:27

Quale sarà il destino delle criptomonete in futuro? Molto spesso, quando si affronta la questione, si fa l’errore di pensare solo ed esclusivamente al bitcoin in questo ambito. In realtà, tra i due termini passa la stessa differenza che c’è tra una pizza ed una pizza margherita. Le criptovalute sono tutti quei sistemi monetari che utilizzano un codice crittografico. Il bitcoin è stato il primo esempio assoluto di criptomoneta. La distinzione è doverosa per poter rispondere alla domanda posta sopra.

Le critiche ai bitcoin

Verso i bitcoin, la critica non ha mai avuto occhi di riguardo. I suoi detrattori sono stati sempre maggiori degli estimatori. Ultimamente, da quando la creatura di Nakamoto ha raggiunto una certa stabilità finanziaria, il «terreno di caccia» si è spostato dalla volatilità al consumo eccessivo di energia elettrica. Il New York Times, citando l’economista Alex de Vries e la società Morgan Stanley, ha affermato che «l’energia consumata per ottenere ogni bitcoin è pari a quella usata in due anni da una famiglia americana media». O, per vederla più in grande, «il totale dei computer che fanno parte del sistema Bitc consuma in un giorno la stessa energia di una nazione di media grandezza». Il già citato De Vries ha anche affermato che il problema energetico non è legato solo alla fase estrattiva ma anche alle singole operazioni dei bitcoin. Queste ultime arriverebbero a consumare l’elettricità necessaria per fare 80mila transazioni con carte Visa.

Questa argomentazione ha forse più presa tra gli indecisi, di quella legata alla eccessiva volatilità e scarsa affidabilità finanziaria della creatura di Nakamoto. Al problema energetico sono connessi altri due aspetti che vanno considerati: l’eccessiva difficoltà di estrazione dei blocchi e le fee (ovvero. le tasse) che diventano via via più costose. Se a queste aggiungiamo la lentezza nelle transazioni, non si può non affermare che bitcoin deve risolvere un bel po’ di problemi per poter conquistarsi il suo «posto in paradiso».

L’alternativa più credibile ai bitcoin

I «bug» di bitcoin, non devono far pensare ad un fallimento totale delle criptovalute. Dopo la sua nascita, infatti, sono «venuti al mondo», numerosi altcoin, alcuni dei quali hanno cercato di risolvere i problemi legati alla «criptovaluta madre». Ciò che è bene sottolineare è che lo stesso mercato, con il passare del tempo, si è dimostrato sempre più possibilista nei confronti di una «convivenza economica» con queste nuove forme finanziarie.

Da questo punto di vista, la criptovaluta che sta avendo maggior successo è Litecoin. Si tratta di una rete di pagamento open source decentralizzata che offre dei tempi di conferma delle transazioni molto più rapidi e con una migliore efficienza di archiviazione delle transazioni rispetto a bitcoin. Inoltre, ha fees minori rispetto a quelle di Bitcoin. Parliamo di pochi centesimi, rispetto agli attuali 20-40 dollari per transazione della criptovaluta più famosa. La caratteristica più importante, però, è un’altra: l’algoritmo di Litecoin dovrebbe infatti impedire la formazione di grosse mining pool che finirebbero di fatto per tenere in ostaggio la criptovaluta.

Quella della «democratizzazione» dei Bitcoin è un altro tasto dolente. Proprio per la complessità della sua fase estrattiva, sono in molti ad attaccare quest’ultimo puntando sul fatto che sia andato contro i suoi stessi principi. Attualmente, infatti, circa mille persone possiedono il 40% dei Bitcoin esistenti e il misterioso inventore, Satoshi Nakamoto, possiede da solo il 6% del circolante.

Via alle trattative

 Al di là dei dubbi legati al suo futuro, va, però, detto che sono sempre di più le operazioni finanziarie che vengono compiute mediante bitcoin. In Turchia, lo scorso gennaio, si è assistito anche al primo calciatore acquistato con la criptovaluta di Nakamoto. Il giocatore in questione è Omer Faruk Kiroglu, ed è passato al Harunustaspor, che milita nella settima divisione del calcio turco per poco meno di mille euro. Per avere Kiroglu, infatti, il club in questione ha depositato 500 euro in contanti più 0,0524 Bitcoin (circa 440 euro al cambio odierno).

In Italia, lo scorso anno, il gruppo Immobiliare Barletta ha annunciato la possibilità di acquistare in bitcoin uno dei 123 appartamenti facenti parte di un edificio riqualificato nel quartiere San Lorenzo a Roma.  Da notare che, in entrambi i casi citati, non è stato assicurato uno dei capisaldi della criptovalutta, ovvero l’anonimato delle transazioni.

Dunque, nonostante le difficoltà, la fiducia nei bitcoin continua a crescere, così come quella nei suoi alter ego. Quindi, per rispondere alla domanda di inizio articolo, sembra proprio che le criptovalute siano destinate a diventare una forma sempre più diffusa di transazione finanziaria.

Sorgente: Criptomag – Il primo sito italiano su bitcoin e criptovalute

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WTF?

Giornalista, web designer e pubblicitario. Da blog di protesta negli anni in cui i blog andavano di moda, questo spazio è diventato col tempo uno spazio di riflessione e condivisione. Per continuare a porsi le giuste domande ed informare se stessi.