L’illusione della meritocrazia

di SKA su Cultura il 2 Giugno 2024

La questione del merito continua a ritornare prepotente nella conversazione politica – e non solo – in Italia: si adatta perfettamente a quella storia che vorrebbe i meritevoli del nostro paese schiacciati e allontanati dai luoghi di potere. È un mantra recitato con fervore quasi religioso, invocato per giustificare riforme, politiche e, spesso, per mascherare altrettante ingiustizie. Ma di quale merito parliamo? Chi lo misura, questo merito? Chi lo certifica? In che modo? E come, il merito, si può per esempio parametrare rispetto alle condizioni di partenza?

Giova ricordare che “meritocrazia” è un termine inventato da un sociologo, Michael Young, che ha scritto un romanzo distopico, “L’avvento della meritocrazia”. Giova anche ricordare che nel libro di Young la meritocrazia – un sistema di governo che regola la posizione delle persone nella società in base a quoziente intellettivo e attitudine al lavoro – si traduce in una società classista, di casta, «in cui la grande maggioranza è umiliata ancora più sottilmente».

Per iniziare, dobbiamo confrontarci con il fatto che il merito è, per sua natura, un concetto sfuggente. Chi decide cosa costituisce il merito? È il punteggio di un test, una valutazione di performance, un risultato accademico? E, ancora più importante, chi costruisce questi test, chi assegna le valutazioni, chi stabilisce i criteri di eccellenza? È impossibile sfuggire all’idea che ogni misura del merito sia, in ultima analisi, un costrutto umano e, come tale, intriso di pregiudizi, aspettative e, inevitabilmente, potere.

Consideriamo l’esempio delle scuole e delle università. Sì, ci sono esami e voti, ma chi può negare che il background socioeconomico, l’accesso a risorse educative, il supporto familiare e un’infinità di altri fattori influenzino i risultati? La meritocrazia, in questo contesto, rischia di diventare semplicemente una giustificazione per perpetuare il privilegio: un sistema che finge di premiare il merito, ma in realtà premia il punto di partenza.

La visione distopica di Young ci avverte che un sistema meritocratico, lungi dall’essere un paradiso equo e giusto, può degenerare in una società ancora più ingiusta. La promessa di un riconoscimento basato esclusivamente sulle capacità individuali ignora deliberatamente il contesto sociale, storico e culturale in cui queste capacità si sviluppano. Le persone sono valutate e premiate non solo per ciò che fanno, ma per le opportunità che hanno avuto di fare.

In questo scenario, coloro che falliscono sono non solo svantaggiati, ma anche colpevolizzati. La meritocrazia crea una narrativa in cui il fallimento non è più un prodotto di circostanze sfavorevoli, ma una mancanza personale. Questo è il lato oscuro della meritocrazia: umilia sottilmente e persistentemente coloro che non riescono a soddisfare i suoi standard arbitrari.

Immaginiamo la vita quotidiana in una società veramente meritocratica. Ogni interazione, ogni decisione, ogni opportunità è rigorosamente misurata e valutata. La pressione di performare continuamente secondo standard elevati crea un ambiente di competizione costante, dove l’umanità e la compassione sono sacrificate sull’altare dell’efficienza e del rendimento. La meritocrazia, da utopia, si trasforma in una distopia dove il valore umano è ridotto a una serie di metriche impersonali.

E qui risiede l’ironia più profonda: in un mondo ossessionato dal merito, rischiamo di perdere di vista ciò che realmente conta. La creatività, l’empatia, l’integrità – tutte queste qualità intrinseche sfuggono alla rigida misurazione del merito. In una società che misura il valore umano esclusivamente in termini di risultati tangibili, perdiamo la ricchezza della diversità umana e la profondità delle esperienze che non possono essere quantificate.

Alla fine, la meritocrazia ci invita a riflettere sulla natura del successo e della giustizia. Forse, invece di inseguire un’ideale di merito puro e immacolato, dovremmo concentrarci su come creare una società che valorizzi veramente tutti i suoi membri, riconoscendo e supportando le diverse forme di talento e capacità. Invece di cercare di misurare e classificare ogni aspetto della vita umana, potremmo cercare di creare opportunità autentiche e inclusive per tutti.

Perché, alla fine, il merito non dovrebbe essere un bastone con cui colpire chi non è riuscito a raggiungere un ideale astratto, ma una bussola che ci guida verso una società più giusta ed equa.

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Giornalista, web designer e pubblicitario. Da blog di protesta negli anni in cui i blog andavano di moda, questo spazio è diventato col tempo uno spazio di riflessione e condivisione. Per continuare a porsi le giuste domande ed informare se stessi.