Su Parigi: It’s okay if you care more about the Paris attacks than the Beirut bombings – The Washington Post

di SKA su Cose dette da altri il 21 novembre 2015, 13:08

That doesn’t make you a racist.

Un’opinione su Parigi e sull’empatia che condivido in pieno.

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Migranti, vademecum antirazzista. I commenti ‘cattivisti’ smontati uno per uno

di SKA su ControInformazione, Cose dette da altri il 11 settembre 2015, 15:31

‘Ci invadono’, ‘ci rubano il lavoro’, ‘portano malattie’. Luoghi comuni e disinformazione che inquinano il dibattito pubblico. È necessario partire da dati corretti per ragionare, raccontare, capire la complessità del fenomeno migratorio.

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Surprised that Syrian refugees have smartphones? You’re an idiot

di SKA su Cose dette da altri, Notizie Commentate il 8 settembre 2015, 11:03

“Hey, those people fleeing war in Syria aren’t poor at all! Look, they all have smartphones!” is one increasingly tedious complaint that has been bubbling away on social media recently. Owning a mobile phone, it seems, should render one ineligible for help when trying to stop yourself and your family from dying in a war.

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Il grande affare della cannabis “libera” – Narcomafie

di SKA su Antimafia, Cose dette da altri il 25 agosto 2015, 17:31

Non so se presto arriveremo a ordinare al bar (o a prepararci in casa) un beverone di succo di cannabis, carote e mela, un frullato eccezionale, stando a quanto asserisce la pimpante cinquantasettenne Cheryl Shuman, dalla sua tenuta americana, dove produce una canapa di eccellente qualità sotto il marchio Beverly Hill Cannabis Club

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IRL – Facebook fuori da Facebook

di SKA su La dimanche des crabes il 23 giugno 2015, 11:52

Diversi anni addietro mi trovavo ad una lezione del corso di sociologia dei nuovi media, che in linea di massima trattava di approcci sociologici per comprendere le interazioni tra le persone attraverso l’utilizzo dei mezzi di comunicazione più recenti. Il che tendenzialmente si riduce a: Internet. In quel momento non c’era ancora il boom degli smartphone, quindi non si parlava ancora dell’internet portatile o addirittura indossabile.
Fui colpito, o perlomeno mi portò a fare delle astratte e disordinate considerazioni, una lunga digressione del professore su ciò che consideriamo “vita reale” e “vita virtuale”: il suo assunto di base era che non ci fosse alcuna distinzione. Le interazioni che avvengono nella cosiddetta vita virtuale sono realizzate da e tra persone in carne ed ossa, ergo fanno parte della vita reale a tutti gli effetti; quello che cambia è solamente il mezzo.

Il tipico adagio sia tra i più esperti che tra i molto poco esperti è che questa distinzione ci sia e che sia anche molto marcata. Ma i due punti di vista sono decisamente differenti, cerco di spiegarmi. I meno avvezzi, più spaventati o semplicemente più lontani da quello che è internet, tendono a semplificare in un generico: su internet ognuno può far finta di essere chi vuole, assumendo identità fittizie, o semplicemente fare o dire cose che in un confronto faccia a faccia non direbbero. Una sorta di girone infernale fatto di false identità e ignavia.

I più esperti delle ‘cose di internet’ la vedono un po’ diversamente. Mi riferisco a coloro che sono cresciuti coi modem a 33.6, poi diventati 56k, esplorando i rapporti sociali dal buio delle proprie camere affacciati nel mondo delle chat testuali su IRC, delle jpg che caricavano in 2minuti, delle bullettin board, delle e-zine, di chi ha conosciuto il vero Napster, ecco: queste persone sanno perfettamente cosa significa l’acronimo IRL.

Non si tratta solo di un acronimo per identificare il concetto di “In Real Life”, ma ha anche un mondo alle proprie spalle quasi inesplicabile. Sappiamo perfettamente distinguere quel nostro Io, con la propria identità più che definita, che si relaziona su internet dall’altro nostro Io che invece si relaziona con ‘la gente’ in carne ed ossa. Di solito quello che ci piace di più è il primo: perché l’abbiamo costruito pezzo per pezzo, perché ci abbiamo messo dentro quello che volevamo e avremmo voluto essere, perché è più facile esprimersi con concetti ragionati piuttosto che doversi districare tra i rovi del disagio interpersonale.
Quella persona timida che va a fare la spesa in maniera silenziosa e che spesso non riesce a sostenere lo sguardo di un interlocutore fisico non sarà mai la persona brillante e sagace che riesce ad esprimersi liberamente all’interno di una chat o di un social network. Ovviamente si ragiona per estremi: la generazione di chi è cresciuto dentro internet non è composta da sociopatici. Non esclusivamente, perlomeno.
Tutto questo valeva fino a qualche anno fa (pochi), però.

Ora i social network e gli inseparabili device fanno parte di ogni singolo momento delle nostre giornate – perché sia chi scrive che chi sta leggendo questo breve e confuso testo fa sicuramente parte di quella società borghese e ultra tecnologica che ha vinto nei confronti del resto del mondo impoverito che non ha accesso a tutto questo. E non possiamo far finta che non sia così: tu che ora stai leggendo hai un PC, un tablet o uno smartphone. O probabilmente tutti e tre. Quindi, purtroppo, la demagogia del “ci sono problemi più grandi al mondo” in questo contesto non è sostenibile.
Dicevo : social network e device in ogni momento. Ora le discussioni, le chiacchiere, perfino i cari e vecchi litigi passano per i social e i device, se non addirittura si esauriscono lì dentro. Ora è tutto tremendamente fluido, non abbiamo più neanche gli anticorpi per distinguere IRL/Non IRL perché la massa che è arrivata tramite facebook e twitter, con le proprie condivisioni, i propri pareri non richiesti, le opinioni gratuite su tutto, ci ha tolto anche il fascino di essere protetti nel nostro mondo alternativo della rete. Perché? Perché hanno portato Facebook fuori da Facebook.
Non si riesce a parlare con una persona qualsiasi senza citare o sentire citare ‘cosa è successo / cosa ho visto / cosa ho letto / cosa ho scritto su Facebook o Twitter’. Anche noi stessi in prima persona, pensando ai cazzi nostri, immediatamente ci viene in mente uno ‘status’ sagace da postare, un’opinione vitale ed importantissima da condividere senza il quale il genere umano non sopravviverebbe.
Uno status cinico, ma vago e criptico, con il quale sfogarsi nei confronti di qualcuno o qualcosa. “Salvate quei cani, vi prego!” “Salvate quelle persone dalla guerra!” “Non capite quanto sia grave la situazione, possibile che lo capisca solamente io? Siete tutti degli stupidi!” Ve lo dico dal mio culo flaccido posato su una comoda sedia di pelle! Condividere condividere condividere.
La nuova legge non scritta.
Ragioniamo automaticamente in termini di status, quindi con tutto il meta-linguaggio che ne consegue: lo stile, la sintesi, la costruzione della frase e della punteggiatura – anche quando è estremizzata da punti esclamativi e puntini di sospensione a caso – il tutto per darci un tono. O meglio: per continuare a costruire il proprio Io sia dentro che fuori la rete. Due entità inscindibili che vanno ormai di pari passo, come abbiamo visto, dato che la nostra attività sociale online si ripercuote inevitabilmente anche su quella offline. Ma anche in questa distinzione c’è una fallacia logica: non siamo mai offline.

Ecco che quindi alla fine aveva ragione il mio professore con alcuni anni di anticipo: non c’è alcuna distinzione tra vita reale e vita virtuale, perché ormai si sono fuse senza che neanche ce ne accorgessimo, così presi nel vortice del nostro egocentrismo che neanche riusciamo a ricordarci cosa facevamo prima. Leggevamo libri e giornali? TV? Radio?
Vite fuse insieme con il risultato che a rimanere non sono altro che delle realisticissime teste di cazzo.

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Quel 24 maggio gli stranieri eravamo noi

di SKA su ControInformazione il 23 maggio 2015, 12:18

lega-nord-piave

E quindi la Meloni e Salvini vogliono andare sul Piave a celebrare il 24 maggio di 100 anni fa, o meglio il 24 maggio 1915, quando il Regno d’Italia dopo aver dichiarato guerra all’Impero Austro-Ungarico andò all’attacco.
Utilizzano gli slogan che si possono leggere nell’immagine di cui sopra, nonché il più esplicito “OGGI COME 100 ANNI FA. NON PASSA LO STRANIERO!“.

Uno spericolato parallelismo tra la Prima guerra mondiale e i flussi migratori, cercando di fare leva sul patriottismo e l’orgoglio nazionale.

“Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio / dei primi fanti, il 24 maggio”: i fanti italiani, più o meno mezzo milione, in quello sventurato 24 maggio stavano andando all’attacco. Fummo noi ad avanzare e varcare la frontiera ed occupare i territori altrui – il primo a Cervignano del Friuli. Viene da sé che gli stranieri eravamo noi. Se non avete semplici libri di storia a portata di mano, basta rileggervi tutto da qua.

L’Italia fu formalmente alleata di quello che sarebbe diventato il suo nemico, l’Impero Austroungarico, fino al 4 maggio del 1915, cioè appena tre settimane prima della dichiarazione di guerra. Si trattava di un’alleanza piuttosto innaturale, considerato che per tutto il Risorgimento l’Austria era stata il nemico storico del Regno di Sardegna (che poi sarebbe diventato l’Italia unita). Non solo: nel 1915 l’Austria controllava ancora Trento e Trieste, due città che gran parte delle forze politiche del nostro paese consideravano italiane e desideravano annettere, con le buone o con le cattive. Le cose però cambiarono verso la fine dell’Ottocento, quando un cambiamento di alleanze in tutta Europa portò a un ribaltamento dei fronti. Dopo l’Unità, i governi italiani decisero di impegnarsi in una serie di avventure coloniali in Africa, dove il rivale principale dell’Italia divenne la Francia, che aveva moltissimi interessi nel continente africano. Per fronteggiarla, i governi italiani decisero di fare causa comune con i loro vecchi nemici e nel 1882 firmarono un’alleanza difensiva con Austria e Germania (difensiva significava che l’Italia sarebbe entrata in guerra soltanto nel caso che uno dei suoi alleati fosse stato attaccato).

di Davide Maria De Luca de Il Post

L’ingresso dell’Italia in guerra, cento anni fa, fu un atto scellerato, una decisione che comportò una immane strage di giovani italiani, morti, con ogni verosimiglianza, inutilmente. Come noto, fu una guerra di aggressione sostanzialmente gratuita, se non addirittura fedifraga: altro che difesa dei confini! Come dovrebbe essere altrettanto noto, l’entrata in guerra fu decisa con un sostanziale raggiro delle regole (quasi) democratiche del tempo, con una vera e propria truffa ordita contro il popolo italiano, che non solo fu trascinato in guerra a seguito di accordi segreti non approvati dal parlamento, ma che fu anche sottoposto ad una furiosa campagna propagandistica perché avvallasse decisioni ormai prese alle sue spalle. Tra i protagonisti di quello sciagurato maggio che un’odiosa, ipocrita propaganda definì “radioso” vi erano Mussolini e D’Annunzio.

dal pezzo di Matteo Saini su Gli Stati Generali

Da dove viene l’errore leghista? Da una lettura superficiale del testo della “canzone del Piave”. Composta nel 1918, la canzone racconta la storia della guerra – con toni assai patriottici – attraverso alcuni momenti salienti che sono ambientati intorno al corso d’acqua. Che nella realtà fu cruciale solo molto dopo il 1915: nei primi versi della canzone, il Piave è ricordato con una generosa licenza poetica, visto che non fu per nulla centrale nel maggio 1915 (e con una certa dose di forzatura retorica: «per far contro il nemico una barriera» è un gentile eufemismo, visto che «i primi fanti» erano all’attacco).

da Giovanni Zagni de Linkiesta

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#ForsExpo

di SKA su Notizie Commentate il 2 maggio 2015, 11:27

Non avendo potuto partecipare in prima persona all’inaugurazione di Expo e relative manifestazioni, mi sono dovuto accontentare – come molti altri – di ciò che passano i canali d’informazione e del commento di altre persone. Come succede ormai per qualsiasi evento globale si tratta pur sempre di una percezione della realtà mediata. Se non vivete sulla Luna – o più semplicemente in un posto del mondo che se ne sbatte il cazzo di cosa succede a Milano – saprete già cos’è accaduto durante i cortei di “protesta” con il vessillo di un difficilmente identificabile #NoExpo. I motivi di protesta ci sono e sono persino validi, ma chi ha partecipato alla devastazione – al di là di dietrologie e connotazioni sociopolitiche – non ha la più pallida idea di cosa si sta parlando.

Mentre scorrevo distrattamente ed in maniera annoiata la bacheca di Facebook noto un post di Fabio Chiusi su in cui chiede “Mi segnalate qualche buon articolo sui fatti di ieri, al netto di retorica-propaganda-melassa-indignazionepneumatica? Grazie.” ed effettivamente ha ragione: non ce ne sono. Perché nella “Democrazia del commento e dell’opinione” la cronaca ed i fatti passano in secondo piano, ma soprattutto perché sui fatti di Expo non c’è molto da dire.

Tra le cose più corrette in merito ci sono quelle di Fabrizio Gatti su L’Espresso

Non chiamatela rabbia. Non chiamateli anarchici. Non chiamateli disoccupati. Questi sono fascisti. Sono i soliti professionisti della violenza. Gente dal cuore nero come le divise che indossano.

Chi è venuto per sfasciare tutto non ha argomenti di discussione e di riflesso neanche di interesse giornalistico o democratico, ma solo penale. Delegittima soltanto una più che valida posizione espressa sin dal 2007 dal movimento NoExpo sul quale ci si può informare direttamente dal loro sito.
Parliamo di cementificazione selvaggia, precarietà, debito. Ma anche di una manifestazione che vorrebbe toccare i temi alimentari e della fame nel mondo – Nutrire il Pianeta-Energia per la vita – sponsorizzata da compagnie petrolifere e da aziende alimentari che da sempre sostengono ed alimentano le politiche dell’Agro-Industria, degli OGM, delle monoculture e delle sementi ibride che affamano intere popolazioni per fornire cibo in eccesso ad 1/5 della popolazione globale.

I temi ci sono, le motivazioni pure. I modi dei fascisti restano soltanto atti fascisti.
Fortuna che ci sono persone – ad esempio ad OffTopicLab – che parlano, protestano e discutono dei temi interessanti in maniera civile, ma soprattutto avendo argomenti da proporre.
Quando si parla di NoExpo sarebbe bene parlare di loro. I coglioni parlano da sé.

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Berlusconi prima di Berlusconi

di SKA su ControInformazione il 3 marzo 2015, 21:00

Nonostante sia passato molto tempo, alcune delle pagine più lette su questo sito sono quelle sulla P2, su Paolo Borsellino, ma soprattutto su Silvio Berlusconi. La “pagina infame” dedicata alla biografia di Silvio Berlusconi, con tutte le dovute e doverose citazioni ed approfondimenti del caso, sembra essere per molti visitatori ancora molto interessante.

In questi giorni mi ha scritto un lettore d’eccellenza, il giornalista e scrittore Mario Guarino – che ringrazio – per ricordarmi che il primo testo (e probabilmente il più importante) sulla persona ed imprenditore Silvio Berlusconi era stato Berlusconi. Inchiesta sul signor Tv (Editori riuniti, 1987, poi Kaos 1994, 1999) scritto a quattro mani con Giovanni Ruggeri, che purtroppo ci ha lasciato nel 2006.

Cito da wikipedia:

La gestazione del libro fu travagliata e circondata da polemiche. Quando fu pubblicato, vendette due edizioni in pochi giorni, per poi proseguire nelle vendite rimanendo nelle classifiche dei best seller dall’inizio di aprile a fine giugno. Gianni Barbacetto su Diario dell’11 maggio 2007 ricorda che Editori Riuniti fu attaccata con una lunga serie di cause civili e penali, e che ci furono pressioni per far scomparire dalle librerie l’opera. Berlusconi secondo Barbacetto avrebbe spinto sul PCI, che indirettamente controllava la casa editrice, per cessare la distribuzione del libro così da non danneggiare gli affari di Fininvest in Unione Sovietica.

L’apposita pagina è stata aggiornata con questa informazione mancante – me ne scuso – e questo ulteriore post cerca di riportare la memoria a quegli anni in cui Mr. B. non era ancora sceso in campo, ma stava già rovinando l’Italia.

Il testo non è purtroppo così facilmente reperibile ad oggi, ma posso fornire dei link:

Berlusconi. Inchiesta sul signor Tv (Kaos, 1994)

BERLUSCONI. Inchiesta sul signor TV (Kaos, 1997 – Cop. Flessibile)

BERLUSCONI. INCHIESTA SUL SIGNOR TV (Kaos, 1997 – Brossura)

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WTF?

Giornalista, web designer e pubblicitario. Da blog di protesta negli anni in cui i blog andavano di moda, questo spazio è diventato col tempo uno spazio di riflessione e condivisione. Per continuare a porsi le giuste domande ed informare se stessi.