Street Artist #Blu Is Erasing All The Murals He Painted in #Bologna

di SKA su Cose dette da altri il 12 marzo 2016, 15:50

Blu cancella i pezzi dipinti a Bologna nel corso di quasi vent’anni., per protesta contro la volontà di privatizzazione delle opere d’arte di strada da parte di alcune lobby di potere bolognesi. Wu Ming spiegano tutto qui sotto.

Action against the rich and powerful who take street art off the street. English version below.] Il 18 marzo si inaugura a Bologna la mostra Street Art. Banksy & Co. – L’arte allo stato […]

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Pro e contro il referendum sulle trivellazioni – Il Post

di SKA su Cose dette da altri, Notizie Commentate il 8 marzo 2016, 14:43

Per cosa andremo a votare in aprile, spiegato bene, e cosa dicono quelli che chiedono di votare sì e quelli che chiedono di votare no

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Forse padre Pio non era tutto questo santo | VICE | Italia

di SKA su Cose dette da altri il 11 febbraio 2016, 13:44

Più o meno chiunque ha una vaga idea di chi fosse padre Pio e delle controversie che l’hanno interessato. Meno note, invece, sono le fasi veramente cruciali nella costruzione del mito. Abbiamo provato a ricostruirle.

Nella sconfinata mole di libri prodotti sul frate cappuccino—dalle agiografie ai testi in cui la critica sfocia nel complottismo—ce ne è uno che aiuta a farsi un’idea abbastanza obiettiva: si tratta di Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento, un libro critico ma ricercato e senza eccessi polemici, del già citato Sergio Luzzatto, uscito nel 2007 per Einaudi.

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Il testo del disegno di legge Cirinnà – 2081

di SKA su Notizie Commentate il 10 febbraio 2016, 15:06

Un post semplice, veloce e che si rifà a quello che su questo blog si faceva in maniera molto più costante fino ad un po’ di tempo fa: citare e condividere le fonti originali. Non si tratta di un mero vezzo giornalistico, ma di una prassi praticamente ormai sommersa dai lunghi editoriali, le opinioni e dei “secondo me”.

Sulla questione di merito, ossia la regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze , così come viene definita nell’oggetto del disegno di legge in questione non c’è molto altro da aggiungere. Il primo dato fondamentale è che si tratta di un (ennesimo) atto dovuto da parte delle istituzioni più progressiste per andare a riempire, finalmente, un vuoto legislativo che lascia l’Italia praticamente isolata tra i paesi occidentali. Non possiamo permetterci di non avere una qualsiasi regolamentazione in merito: anche una che vada a sfavore delle unioni civili sarebbe meglio del nulla attuale.

Come spesso è successo in disegni di legge, poi diventati legge a tutti gli effetti, la “Cirinnà” non fa altro che fotografare una situazione già esistente nella società civile italiana e al tempo stesso si chiede: che diritti hanno o avranno queste persone, questi figli, che vivono già come una famiglia? Per renderlo ancora più comprensibile bisognerebbe volare molto più bassi durante la discussione, probabilmente evitare di scomodare parole come “dignità umana” e consimili, soprattutto da parte dei favorevoli, perché si tratta di una questione legislativa e quindi con significati molto più tecnici e pratici che emotivi. I nostri-bambini e la “stepchild adoption” sono falsi problemi, inseriti nella discussione dai conservatori più bigotti e meno lungimiranti per allontanare l’attenzione dalla questione reale dei diritti fondamentali. Perché nel 2016 sono diventati anche quelli i diritti fondamentali dell’uomo, ficcatevelo bene in testa.

Noi favorevoli e progressisti dovremmo partire dal semplice presupposto che abbiamo ragione e che ogni altra opinione in merito, in particolare quelle contrarie, non hanno motivo di esistere. Esistono soltanto perché glielo stiamo concedendo noi; quelle piccole ed insignificanti sacche di resistenza reazionaria spariranno come sono sempre sparite nelle battaglie passate: in Italia siamo soltanto molto più lenti.

Anche i più accaniti conservatori italiani dovranno rassegnarsi come hanno già fatto per il divorzio, il divorzio breve, l’aborto, i diritti per i conviventi. Andando ad usare le parole di David Cameron in supporto del matrimonio omosessuale (nel 2011): «Io non sono a favore del matrimonio gay nonostante sia un conservatore; io sono a favore del matrimonio gay perché sono un conservatore».

Resta evidente che senza qualcuno pronto a combattere quelle battaglie non vinceremo (e non avremmo vinto) mai, quindi mai come oggi è necessario spingere verso la direzione del progresso civile in maniera ancora più decisa perché i tempi sono giusti ed il terreno è pronto: farsi sfuggire l’occasione, proprio oggi, per essere annoverati tra i paesi più evoluti in tema di diritti civili sarebbe una sconfitta ancora più dolorosa.

Basta opinioni. Vi lascio alla lettura del testo integrale. E poi sì, esprimete pure la vostra opinione.

Leggi il testo integrale del disegno di legge 2081 – Cirinnà

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Multitasking is Killing Your Brain — Life Tips. — Medium

di SKA su Cose dette da altri il 8 febbraio 2016, 12:05

Many people believe themselves to be multitasking masters, but could it all be in their heads?

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Privacy Shield, ovvero come l’Europa ha svenduto i diritti europei agli Usa

di SKA su Cose dette da altri il 8 febbraio 2016, 11:45

Il 2 febbraio l’Unione Europea e gli Usa annunciano di aver raggiunto un accordo sul trasferimento dei dati tra UE e USA. La Commissione Europea e il Segretario al Commercio per il governo americano presentano il Privacy Shield che andrà a sostituire il Safe Harbour invalidato a seguito dell’importantissima sentenza della Corte di Giustizia Europea dell’ottobre del 2015, con la quale la Corte, in contrasto con la politica della Commissione, ha accolto il ricorso di Max Schrems contro il Garante irlandese e, in conseguenza della decisione, ha sostenuto che la Commissione europea nel 2000 ha ecceduto i poteri conferiti dalla Direttiva europea 95/46 adottando l’accordo Safe Harbour.

 

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Scommettere online: fenomeno di costume e realtà economica

di SKA su Notizie Commentate il 25 gennaio 2016, 12:15

Per una questione di praticità e di comodità, nel secondo millennio la scommessa sportiva è diventata online e si è sostituita a poco a poco alla tradizionale schedina giocata presso i punti territoriali autorizzati. In Italia la scommessa online è un fenomeno di costume e gli scommettitori abituali sono diventati a loro volta dei veri e propri professionisti del guadagno online realizzato attraverso i siti bookmakers. Gli scommettitori online più esperti sono degli studiosi che analizzano nei minimi particolari gli eventi sportivi in programma per poi elaborare un pronostico personale ottenuto partendo da dati ben precisi da incrociare con quelli presenti sul bookmaker di riferimento. Nel caso specifico di un evento calcistico, pagina calcio scommesse su William Hill stabilisce per ogni scommessa delle quote che potrebbero essere successivamente modificate in sede di scommessa live tenendo conto di situazioni particolari come infortuni, luogo dell’incontro o formazioni in campo.

La scommessa live, prevista soltanto per alcune partite, è quel tipo di scommessa che consente di puntare anche all’ultimo minuto, durante il corso dell’evento, questa sua particolarità la rende molto apprezzata dagli scommettitori più esperti. Gli scommettitori del web si dividono in due grandi blocchi, ci sono quelli più cauti e quelli che invece amano sentire sulla loro pelle il brivido del rischio. Lo scommettitore cauto, di solito, preferisce scommettere il suo denaro su un evento con alte probabilità di successo e di conseguenza si accontenta di vincite poco significative, mentre lo scommettitore intraprendente ama scommette su un evento con scarsa probabilità di successo in maniera tale da riuscire a realizzare vincite più consistenti avvalendosi di quote alte. La condizione essenziale per scommettere legalmente tramite un bookmaker online è quella di essere maggiorenni, in questo caso si potrà procedere direttamente all’iscrizione indicando i dati personali e bancari su un modulo di registrazione elettronico intuitivo e veloce.

Una volta che si dispone di un profilo cliente e di un conto di gioco attivo, cioè con deposito di denaro pienamente sufficiente, si possono realizzare online diverse tipologie di scommesse singole o multiple che a loro volta prendono in considerazione l’esito finale 1X2, l’esito esatto, i risultati parziali, i gol realizzati, i no gol, la somma di gol, l’under, l’over, la scommessa con handicap, il pari e dispari e poi ancora tantissime altre scommesse tutte da scoprire e da consultare facilmente sul sito. Secondo alcune statistiche in merito alle preferenze degli scommettitori online, pare che la scommessa più gettonata sia quella sull’esito finale 1X2 , in cui se viene indicato 1 si pronostica la vittoria della squadra in casa, se viene indicata X il pareggio e se si indica 2 la vittoria della squadra che gioca fuori casa, tutto ciò prendendo comunque in considerazione l’esito della partita al termine dei tempi regolamentari. Scommettere online è semplice e in questo tempo di crisi viene visto come un metodo alternativo per arrotondare lo stipendio tentando la fortuna in un ambiente legale e munito di tutte le autorizzazioni governative necessarie.

Gli italiani e il gioco. L’ultimo rapporto Eurispes ad affrontare il tema è quello del 2014, dal quale si evince che per il  34,5% degli intervistati il gioco è puro e semplice divertimento; mentre per il 12,1% è l’occasione per cercare momenti di emozione. Tra le motivazioni principali che spingono a tentare la giocata ci sono ovviamente la speranza o l’attesa di poter ottenere una vincita in denaro: è così per quasi la metà delle persone che giocano, dal momento che il 32,7% è interessato al gioco per ottenere una grossa vincita e il 15,6% punta a beneficiare di risorse economiche in modo più facile.

Quando il gioco si fa troppo duro. Ad aver perso moti soldi al gioco sono il 10,1% degli intervistati con una prevalenza degli uomini rispetto alle donne (12,8% vs 6,5%). In generale, se il 72,1% degli intervistati dichiara di non aver mai chiesto denaro in prestito per il gioco, il 18,2% lo ha fatto qualche volta e il 4,7% quasi mai.

Ludopatie in agguato. Quando da divertimento il gioco diventa un serio problema, difficilmente si ricorre all’aiuto di personale specializzato. I risultati mettono in luce che nella maggior parte dei casi (52,9%) si sceglie ancora di affrontare in maniera empirica autonomamente l’insorgere di una ludopatia.

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Cosa ci racconta di noi il nuovo Poynter.org

di SKA su Cose dette da altri il 16 gennaio 2016, 12:26

Il nuovo Poynter è bellissimo.
Ne parla Luisa Carrada.

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Perché la società dei consumi ci rende stupidi, secondo Adorno

di SKA su Cose dette da altri il 15 gennaio 2016, 13:07

Per Adorno l’industria culturale mira a distrarci dalla critica al capitalismo.

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Holiday gift-giving between adults is a needless, consumerist chore

di SKA su Cose dette da altri il 12 dicembre 2015, 14:11

[…] ogni anno partecipiamo alla grande messinscena. Si scambiano regali non richiesti. Si recitano interpretazioni di gratitudine da Oscar, qualcuno fa una palla con la carta da regalo e la dà da rincorrere al cane, si brinda, il cane fa silenziosamente delle puzze in un angolo, ci si assopisce, si spengono le luci dell’albero, e si reimballa tutto per l’anno prossimo.

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Su Parigi: L’ipotesi della guerra civile – Prismo

di SKA su Cose dette da altri il 21 novembre 2015, 14:08

Le banlieue e l’isolamento, le vere radici della “guerra” dichiarata da Hollande.

Un’ipotesi realistica.

I terroristi non sono lupi solitari ma pesci che nuotano nell’acqua del risentimento che si cova nelle banlieue. Adesso il rischio è che s’inneschi una spirale di violenza che potrebbe contagiare l’intero corpo sociale.

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Su Parigi: 2015 has seen six terror attacks deadlier than Paris – The Washington Post

di SKA su Cose dette da altri il 21 novembre 2015, 13:09

The year’s biggest terror attacks, mapped.

Sempre sulla questione empatia e dare la giusta importanza a tutte le morti globali, un’opinione che è a mia detta l’unica che abbia veramente un senso: fornire dati, senza fornire opinioni.

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Su Parigi: It’s okay if you care more about the Paris attacks than the Beirut bombings – The Washington Post

di SKA su Cose dette da altri il 21 novembre 2015, 13:08

That doesn’t make you a racist.

Un’opinione su Parigi e sull’empatia che condivido in pieno.

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Migranti, vademecum antirazzista. I commenti ‘cattivisti’ smontati uno per uno

di SKA su ControInformazione, Cose dette da altri il 11 settembre 2015, 15:31

‘Ci invadono’, ‘ci rubano il lavoro’, ‘portano malattie’. Luoghi comuni e disinformazione che inquinano il dibattito pubblico. È necessario partire da dati corretti per ragionare, raccontare, capire la complessità del fenomeno migratorio.

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Surprised that Syrian refugees have smartphones? You’re an idiot

di SKA su Cose dette da altri, Notizie Commentate il 8 settembre 2015, 11:03

“Hey, those people fleeing war in Syria aren’t poor at all! Look, they all have smartphones!” is one increasingly tedious complaint that has been bubbling away on social media recently. Owning a mobile phone, it seems, should render one ineligible for help when trying to stop yourself and your family from dying in a war.

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Il grande affare della cannabis “libera” – Narcomafie

di SKA su Antimafia, Cose dette da altri il 25 agosto 2015, 17:31

Non so se presto arriveremo a ordinare al bar (o a prepararci in casa) un beverone di succo di cannabis, carote e mela, un frullato eccezionale, stando a quanto asserisce la pimpante cinquantasettenne Cheryl Shuman, dalla sua tenuta americana, dove produce una canapa di eccellente qualità sotto il marchio Beverly Hill Cannabis Club

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IRL – Facebook fuori da Facebook

di SKA su La dimanche des crabes il 23 giugno 2015, 11:52

Diversi anni addietro mi trovavo ad una lezione del corso di sociologia dei nuovi media, che in linea di massima trattava di approcci sociologici per comprendere le interazioni tra le persone attraverso l’utilizzo dei mezzi di comunicazione più recenti. Il che tendenzialmente si riduce a: Internet. In quel momento non c’era ancora il boom degli smartphone, quindi non si parlava ancora dell’internet portatile o addirittura indossabile.
Fui colpito, o perlomeno mi portò a fare delle astratte e disordinate considerazioni, una lunga digressione del professore su ciò che consideriamo “vita reale” e “vita virtuale”: il suo assunto di base era che non ci fosse alcuna distinzione. Le interazioni che avvengono nella cosiddetta vita virtuale sono realizzate da e tra persone in carne ed ossa, ergo fanno parte della vita reale a tutti gli effetti; quello che cambia è solamente il mezzo.

Il tipico adagio sia tra i più esperti che tra i molto poco esperti è che questa distinzione ci sia e che sia anche molto marcata. Ma i due punti di vista sono decisamente differenti, cerco di spiegarmi. I meno avvezzi, più spaventati o semplicemente più lontani da quello che è internet, tendono a semplificare in un generico: su internet ognuno può far finta di essere chi vuole, assumendo identità fittizie, o semplicemente fare o dire cose che in un confronto faccia a faccia non direbbero. Una sorta di girone infernale fatto di false identità e ignavia.

I più esperti delle ‘cose di internet’ la vedono un po’ diversamente. Mi riferisco a coloro che sono cresciuti coi modem a 33.6, poi diventati 56k, esplorando i rapporti sociali dal buio delle proprie camere affacciati nel mondo delle chat testuali su IRC, delle jpg che caricavano in 2minuti, delle bullettin board, delle e-zine, di chi ha conosciuto il vero Napster, ecco: queste persone sanno perfettamente cosa significa l’acronimo IRL.

Non si tratta solo di un acronimo per identificare il concetto di “In Real Life”, ma ha anche un mondo alle proprie spalle quasi inesplicabile. Sappiamo perfettamente distinguere quel nostro Io, con la propria identità più che definita, che si relaziona su internet dall’altro nostro Io che invece si relaziona con ‘la gente’ in carne ed ossa. Di solito quello che ci piace di più è il primo: perché l’abbiamo costruito pezzo per pezzo, perché ci abbiamo messo dentro quello che volevamo e avremmo voluto essere, perché è più facile esprimersi con concetti ragionati piuttosto che doversi districare tra i rovi del disagio interpersonale.
Quella persona timida che va a fare la spesa in maniera silenziosa e che spesso non riesce a sostenere lo sguardo di un interlocutore fisico non sarà mai la persona brillante e sagace che riesce ad esprimersi liberamente all’interno di una chat o di un social network. Ovviamente si ragiona per estremi: la generazione di chi è cresciuto dentro internet non è composta da sociopatici. Non esclusivamente, perlomeno.
Tutto questo valeva fino a qualche anno fa (pochi), però.

Ora i social network e gli inseparabili device fanno parte di ogni singolo momento delle nostre giornate – perché sia chi scrive che chi sta leggendo questo breve e confuso testo fa sicuramente parte di quella società borghese e ultra tecnologica che ha vinto nei confronti del resto del mondo impoverito che non ha accesso a tutto questo. E non possiamo far finta che non sia così: tu che ora stai leggendo hai un PC, un tablet o uno smartphone. O probabilmente tutti e tre. Quindi, purtroppo, la demagogia del “ci sono problemi più grandi al mondo” in questo contesto non è sostenibile.
Dicevo : social network e device in ogni momento. Ora le discussioni, le chiacchiere, perfino i cari e vecchi litigi passano per i social e i device, se non addirittura si esauriscono lì dentro. Ora è tutto tremendamente fluido, non abbiamo più neanche gli anticorpi per distinguere IRL/Non IRL perché la massa che è arrivata tramite facebook e twitter, con le proprie condivisioni, i propri pareri non richiesti, le opinioni gratuite su tutto, ci ha tolto anche il fascino di essere protetti nel nostro mondo alternativo della rete. Perché? Perché hanno portato Facebook fuori da Facebook.
Non si riesce a parlare con una persona qualsiasi senza citare o sentire citare ‘cosa è successo / cosa ho visto / cosa ho letto / cosa ho scritto su Facebook o Twitter’. Anche noi stessi in prima persona, pensando ai cazzi nostri, immediatamente ci viene in mente uno ‘status’ sagace da postare, un’opinione vitale ed importantissima da condividere senza il quale il genere umano non sopravviverebbe.
Uno status cinico, ma vago e criptico, con il quale sfogarsi nei confronti di qualcuno o qualcosa. “Salvate quei cani, vi prego!” “Salvate quelle persone dalla guerra!” “Non capite quanto sia grave la situazione, possibile che lo capisca solamente io? Siete tutti degli stupidi!” Ve lo dico dal mio culo flaccido posato su una comoda sedia di pelle! Condividere condividere condividere.
La nuova legge non scritta.
Ragioniamo automaticamente in termini di status, quindi con tutto il meta-linguaggio che ne consegue: lo stile, la sintesi, la costruzione della frase e della punteggiatura – anche quando è estremizzata da punti esclamativi e puntini di sospensione a caso – il tutto per darci un tono. O meglio: per continuare a costruire il proprio Io sia dentro che fuori la rete. Due entità inscindibili che vanno ormai di pari passo, come abbiamo visto, dato che la nostra attività sociale online si ripercuote inevitabilmente anche su quella offline. Ma anche in questa distinzione c’è una fallacia logica: non siamo mai offline.

Ecco che quindi alla fine aveva ragione il mio professore con alcuni anni di anticipo: non c’è alcuna distinzione tra vita reale e vita virtuale, perché ormai si sono fuse senza che neanche ce ne accorgessimo, così presi nel vortice del nostro egocentrismo che neanche riusciamo a ricordarci cosa facevamo prima. Leggevamo libri e giornali? TV? Radio?
Vite fuse insieme con il risultato che a rimanere non sono altro che delle realisticissime teste di cazzo.

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Quel 24 maggio gli stranieri eravamo noi

di SKA su ControInformazione il 23 maggio 2015, 12:18

lega-nord-piave

E quindi la Meloni e Salvini vogliono andare sul Piave a celebrare il 24 maggio di 100 anni fa, o meglio il 24 maggio 1915, quando il Regno d’Italia dopo aver dichiarato guerra all’Impero Austro-Ungarico andò all’attacco.
Utilizzano gli slogan che si possono leggere nell’immagine di cui sopra, nonché il più esplicito “OGGI COME 100 ANNI FA. NON PASSA LO STRANIERO!“.

Uno spericolato parallelismo tra la Prima guerra mondiale e i flussi migratori, cercando di fare leva sul patriottismo e l’orgoglio nazionale.

“Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio / dei primi fanti, il 24 maggio”: i fanti italiani, più o meno mezzo milione, in quello sventurato 24 maggio stavano andando all’attacco. Fummo noi ad avanzare e varcare la frontiera ed occupare i territori altrui – il primo a Cervignano del Friuli. Viene da sé che gli stranieri eravamo noi. Se non avete semplici libri di storia a portata di mano, basta rileggervi tutto da qua.

L’Italia fu formalmente alleata di quello che sarebbe diventato il suo nemico, l’Impero Austroungarico, fino al 4 maggio del 1915, cioè appena tre settimane prima della dichiarazione di guerra. Si trattava di un’alleanza piuttosto innaturale, considerato che per tutto il Risorgimento l’Austria era stata il nemico storico del Regno di Sardegna (che poi sarebbe diventato l’Italia unita). Non solo: nel 1915 l’Austria controllava ancora Trento e Trieste, due città che gran parte delle forze politiche del nostro paese consideravano italiane e desideravano annettere, con le buone o con le cattive. Le cose però cambiarono verso la fine dell’Ottocento, quando un cambiamento di alleanze in tutta Europa portò a un ribaltamento dei fronti. Dopo l’Unità, i governi italiani decisero di impegnarsi in una serie di avventure coloniali in Africa, dove il rivale principale dell’Italia divenne la Francia, che aveva moltissimi interessi nel continente africano. Per fronteggiarla, i governi italiani decisero di fare causa comune con i loro vecchi nemici e nel 1882 firmarono un’alleanza difensiva con Austria e Germania (difensiva significava che l’Italia sarebbe entrata in guerra soltanto nel caso che uno dei suoi alleati fosse stato attaccato).

di Davide Maria De Luca de Il Post

L’ingresso dell’Italia in guerra, cento anni fa, fu un atto scellerato, una decisione che comportò una immane strage di giovani italiani, morti, con ogni verosimiglianza, inutilmente. Come noto, fu una guerra di aggressione sostanzialmente gratuita, se non addirittura fedifraga: altro che difesa dei confini! Come dovrebbe essere altrettanto noto, l’entrata in guerra fu decisa con un sostanziale raggiro delle regole (quasi) democratiche del tempo, con una vera e propria truffa ordita contro il popolo italiano, che non solo fu trascinato in guerra a seguito di accordi segreti non approvati dal parlamento, ma che fu anche sottoposto ad una furiosa campagna propagandistica perché avvallasse decisioni ormai prese alle sue spalle. Tra i protagonisti di quello sciagurato maggio che un’odiosa, ipocrita propaganda definì “radioso” vi erano Mussolini e D’Annunzio.

dal pezzo di Matteo Saini su Gli Stati Generali

Da dove viene l’errore leghista? Da una lettura superficiale del testo della “canzone del Piave”. Composta nel 1918, la canzone racconta la storia della guerra – con toni assai patriottici – attraverso alcuni momenti salienti che sono ambientati intorno al corso d’acqua. Che nella realtà fu cruciale solo molto dopo il 1915: nei primi versi della canzone, il Piave è ricordato con una generosa licenza poetica, visto che non fu per nulla centrale nel maggio 1915 (e con una certa dose di forzatura retorica: «per far contro il nemico una barriera» è un gentile eufemismo, visto che «i primi fanti» erano all’attacco).

da Giovanni Zagni de Linkiesta

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#ForsExpo

di SKA su Notizie Commentate il 2 maggio 2015, 11:27

Non avendo potuto partecipare in prima persona all’inaugurazione di Expo e relative manifestazioni, mi sono dovuto accontentare – come molti altri – di ciò che passano i canali d’informazione e del commento di altre persone. Come succede ormai per qualsiasi evento globale si tratta pur sempre di una percezione della realtà mediata. Se non vivete sulla Luna – o più semplicemente in un posto del mondo che se ne sbatte il cazzo di cosa succede a Milano – saprete già cos’è accaduto durante i cortei di “protesta” con il vessillo di un difficilmente identificabile #NoExpo. I motivi di protesta ci sono e sono persino validi, ma chi ha partecipato alla devastazione – al di là di dietrologie e connotazioni sociopolitiche – non ha la più pallida idea di cosa si sta parlando.

Mentre scorrevo distrattamente ed in maniera annoiata la bacheca di Facebook noto un post di Fabio Chiusi su in cui chiede “Mi segnalate qualche buon articolo sui fatti di ieri, al netto di retorica-propaganda-melassa-indignazionepneumatica? Grazie.” ed effettivamente ha ragione: non ce ne sono. Perché nella “Democrazia del commento e dell’opinione” la cronaca ed i fatti passano in secondo piano, ma soprattutto perché sui fatti di Expo non c’è molto da dire.

Tra le cose più corrette in merito ci sono quelle di Fabrizio Gatti su L’Espresso

Non chiamatela rabbia. Non chiamateli anarchici. Non chiamateli disoccupati. Questi sono fascisti. Sono i soliti professionisti della violenza. Gente dal cuore nero come le divise che indossano.

Chi è venuto per sfasciare tutto non ha argomenti di discussione e di riflesso neanche di interesse giornalistico o democratico, ma solo penale. Delegittima soltanto una più che valida posizione espressa sin dal 2007 dal movimento NoExpo sul quale ci si può informare direttamente dal loro sito.
Parliamo di cementificazione selvaggia, precarietà, debito. Ma anche di una manifestazione che vorrebbe toccare i temi alimentari e della fame nel mondo – Nutrire il Pianeta-Energia per la vita – sponsorizzata da compagnie petrolifere e da aziende alimentari che da sempre sostengono ed alimentano le politiche dell’Agro-Industria, degli OGM, delle monoculture e delle sementi ibride che affamano intere popolazioni per fornire cibo in eccesso ad 1/5 della popolazione globale.

I temi ci sono, le motivazioni pure. I modi dei fascisti restano soltanto atti fascisti.
Fortuna che ci sono persone – ad esempio ad OffTopicLab – che parlano, protestano e discutono dei temi interessanti in maniera civile, ma soprattutto avendo argomenti da proporre.
Quando si parla di NoExpo sarebbe bene parlare di loro. I coglioni parlano da sé.

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Berlusconi prima di Berlusconi

di SKA su ControInformazione il 3 marzo 2015, 21:00

Nonostante sia passato molto tempo, alcune delle pagine più lette su questo sito sono quelle sulla P2, su Paolo Borsellino, ma soprattutto su Silvio Berlusconi. La “pagina infame” dedicata alla biografia di Silvio Berlusconi, con tutte le dovute e doverose citazioni ed approfondimenti del caso, sembra essere per molti visitatori ancora molto interessante.

In questi giorni mi ha scritto un lettore d’eccellenza, il giornalista e scrittore Mario Guarino – che ringrazio – per ricordarmi che il primo testo (e probabilmente il più importante) sulla persona ed imprenditore Silvio Berlusconi era stato Berlusconi. Inchiesta sul signor Tv (Editori riuniti, 1987, poi Kaos 1994, 1999) scritto a quattro mani con Giovanni Ruggeri, che purtroppo ci ha lasciato nel 2006.

Cito da wikipedia:

La gestazione del libro fu travagliata e circondata da polemiche. Quando fu pubblicato, vendette due edizioni in pochi giorni, per poi proseguire nelle vendite rimanendo nelle classifiche dei best seller dall’inizio di aprile a fine giugno. Gianni Barbacetto su Diario dell’11 maggio 2007 ricorda che Editori Riuniti fu attaccata con una lunga serie di cause civili e penali, e che ci furono pressioni per far scomparire dalle librerie l’opera. Berlusconi secondo Barbacetto avrebbe spinto sul PCI, che indirettamente controllava la casa editrice, per cessare la distribuzione del libro così da non danneggiare gli affari di Fininvest in Unione Sovietica.

L’apposita pagina è stata aggiornata con questa informazione mancante – me ne scuso – e questo ulteriore post cerca di riportare la memoria a quegli anni in cui Mr. B. non era ancora sceso in campo, ma stava già rovinando l’Italia.

Il testo non è purtroppo così facilmente reperibile ad oggi, ma posso fornire dei link:

Berlusconi. Inchiesta sul signor Tv (Kaos, 1994)

BERLUSCONI. Inchiesta sul signor TV (Kaos, 1997 – Cop. Flessibile)

BERLUSCONI. INCHIESTA SUL SIGNOR TV (Kaos, 1997 – Brossura)

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WTF?

Giornalista, web designer e pubblicitario. Da blog di protesta negli anni in cui i blog andavano di moda, questo spazio è diventato col tempo uno spazio di riflessione e condivisione. Per continuare a porsi le giuste domande ed informare se stessi.