Il grande affare della cannabis “libera” – Narcomafie

di SKA su Antimafia, Cose dette da altri il 25 agosto 2015, 17:31

Non so se presto arriveremo a ordinare al bar (o a prepararci in casa) un beverone di succo di cannabis, carote e mela, un frullato eccezionale, stando a quanto asserisce la pimpante cinquantasettenne Cheryl Shuman, dalla sua tenuta americana, dove produce una canapa di eccellente qualità sotto il marchio Beverly Hill Cannabis Club

Sorgente: Il grande affare della cannabis “libera” – Narcomafie

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IRL – Facebook fuori da Facebook

di SKA su La dimanche des crabes il 23 giugno 2015, 11:52

Diversi anni addietro mi trovavo ad una lezione del corso di sociologia dei nuovi media, che in linea di massima trattava di approcci sociologici per comprendere le interazioni tra le persone attraverso l’utilizzo dei mezzi di comunicazione più recenti. Il che tendenzialmente si riduce a: Internet. In quel momento non c’era ancora il boom degli smartphone, quindi non si parlava ancora dell’internet portatile o addirittura indossabile.
Fui colpito, o perlomeno mi portò a fare delle astratte e disordinate considerazioni, una lunga digressione del professore su ciò che consideriamo “vita reale” e “vita virtuale”: il suo assunto di base era che non ci fosse alcuna distinzione. Le interazioni che avvengono nella cosiddetta vita virtuale sono realizzate da e tra persone in carne ed ossa, ergo fanno parte della vita reale a tutti gli effetti; quello che cambia è solamente il mezzo.

Il tipico adagio sia tra i più esperti che tra i molto poco esperti è che questa distinzione ci sia e che sia anche molto marcata. Ma i due punti di vista sono decisamente differenti, cerco di spiegarmi. I meno avvezzi, più spaventati o semplicemente più lontani da quello che è internet, tendono a semplificare in un generico: su internet ognuno può far finta di essere chi vuole, assumendo identità fittizie, o semplicemente fare o dire cose che in un confronto faccia a faccia non direbbero. Una sorta di girone infernale fatto di false identità e ignavia.

I più esperti delle ‘cose di internet’ la vedono un po’ diversamente. Mi riferisco a coloro che sono cresciuti coi modem a 33.6, poi diventati 56k, esplorando i rapporti sociali dal buio delle proprie camere affacciati nel mondo delle chat testuali su IRC, delle jpg che caricavano in 2minuti, delle bullettin board, delle e-zine, di chi ha conosciuto il vero Napster, ecco: queste persone sanno perfettamente cosa significa l’acronimo IRL.

Non si tratta solo di un acronimo per identificare il concetto di “In Real Life”, ma ha anche un mondo alle proprie spalle quasi inesplicabile. Sappiamo perfettamente distinguere quel nostro Io, con la propria identità più che definita, che si relaziona su internet dall’altro nostro Io che invece si relaziona con ‘la gente’ in carne ed ossa. Di solito quello che ci piace di più è il primo: perché l’abbiamo costruito pezzo per pezzo, perché ci abbiamo messo dentro quello che volevamo e avremmo voluto essere, perché è più facile esprimersi con concetti ragionati piuttosto che doversi districare tra i rovi del disagio interpersonale.
Quella persona timida che va a fare la spesa in maniera silenziosa e che spesso non riesce a sostenere lo sguardo di un interlocutore fisico non sarà mai la persona brillante e sagace che riesce ad esprimersi liberamente all’interno di una chat o di un social network. Ovviamente si ragiona per estremi: la generazione di chi è cresciuto dentro internet non è composta da sociopatici. Non esclusivamente, perlomeno.
Tutto questo valeva fino a qualche anno fa (pochi), però.

Ora i social network e gli inseparabili device fanno parte di ogni singolo momento delle nostre giornate – perché sia chi scrive che chi sta leggendo questo breve e confuso testo fa sicuramente parte di quella società borghese e ultra tecnologica che ha vinto nei confronti del resto del mondo impoverito che non ha accesso a tutto questo. E non possiamo far finta che non sia così: tu che ora stai leggendo hai un PC, un tablet o uno smartphone. O probabilmente tutti e tre. Quindi, purtroppo, la demagogia del “ci sono problemi più grandi al mondo” in questo contesto non è sostenibile.
Dicevo : social network e device in ogni momento. Ora le discussioni, le chiacchiere, perfino i cari e vecchi litigi passano per i social e i device, se non addirittura si esauriscono lì dentro. Ora è tutto tremendamente fluido, non abbiamo più neanche gli anticorpi per distinguere IRL/Non IRL perché la massa che è arrivata tramite facebook e twitter, con le proprie condivisioni, i propri pareri non richiesti, le opinioni gratuite su tutto, ci ha tolto anche il fascino di essere protetti nel nostro mondo alternativo della rete. Perché? Perché hanno portato Facebook fuori da Facebook.
Non si riesce a parlare con una persona qualsiasi senza citare o sentire citare ‘cosa è successo / cosa ho visto / cosa ho letto / cosa ho scritto su Facebook o Twitter’. Anche noi stessi in prima persona, pensando ai cazzi nostri, immediatamente ci viene in mente uno ‘status’ sagace da postare, un’opinione vitale ed importantissima da condividere senza il quale il genere umano non sopravviverebbe.
Uno status cinico, ma vago e criptico, con il quale sfogarsi nei confronti di qualcuno o qualcosa. “Salvate quei cani, vi prego!” “Salvate quelle persone dalla guerra!” “Non capite quanto sia grave la situazione, possibile che lo capisca solamente io? Siete tutti degli stupidi!” Ve lo dico dal mio culo flaccido posato su una comoda sedia di pelle! Condividere condividere condividere.
La nuova legge non scritta.
Ragioniamo automaticamente in termini di status, quindi con tutto il meta-linguaggio che ne consegue: lo stile, la sintesi, la costruzione della frase e della punteggiatura – anche quando è estremizzata da punti esclamativi e puntini di sospensione a caso – il tutto per darci un tono. O meglio: per continuare a costruire il proprio Io sia dentro che fuori la rete. Due entità inscindibili che vanno ormai di pari passo, come abbiamo visto, dato che la nostra attività sociale online si ripercuote inevitabilmente anche su quella offline. Ma anche in questa distinzione c’è una fallacia logica: non siamo mai offline.

Ecco che quindi alla fine aveva ragione il mio professore con alcuni anni di anticipo: non c’è alcuna distinzione tra vita reale e vita virtuale, perché ormai si sono fuse senza che neanche ce ne accorgessimo, così presi nel vortice del nostro egocentrismo che neanche riusciamo a ricordarci cosa facevamo prima. Leggevamo libri e giornali? TV? Radio?
Vite fuse insieme con il risultato che a rimanere non sono altro che delle realisticissime teste di cazzo.

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Quel 24 maggio gli stranieri eravamo noi

di SKA su ControInformazione il 23 maggio 2015, 12:18

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E quindi la Meloni e Salvini vogliono andare sul Piave a celebrare il 24 maggio di 100 anni fa, o meglio il 24 maggio 1915, quando il Regno d’Italia dopo aver dichiarato guerra all’Impero Austro-Ungarico andò all’attacco.
Utilizzano gli slogan che si possono leggere nell’immagine di cui sopra, nonché il più esplicito “OGGI COME 100 ANNI FA. NON PASSA LO STRANIERO!“.

Uno spericolato parallelismo tra la Prima guerra mondiale e i flussi migratori, cercando di fare leva sul patriottismo e l’orgoglio nazionale.

“Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio / dei primi fanti, il 24 maggio”: i fanti italiani, più o meno mezzo milione, in quello sventurato 24 maggio stavano andando all’attacco. Fummo noi ad avanzare e varcare la frontiera ed occupare i territori altrui – il primo a Cervignano del Friuli. Viene da sé che gli stranieri eravamo noi. Se non avete semplici libri di storia a portata di mano, basta rileggervi tutto da qua.

L’Italia fu formalmente alleata di quello che sarebbe diventato il suo nemico, l’Impero Austroungarico, fino al 4 maggio del 1915, cioè appena tre settimane prima della dichiarazione di guerra. Si trattava di un’alleanza piuttosto innaturale, considerato che per tutto il Risorgimento l’Austria era stata il nemico storico del Regno di Sardegna (che poi sarebbe diventato l’Italia unita). Non solo: nel 1915 l’Austria controllava ancora Trento e Trieste, due città che gran parte delle forze politiche del nostro paese consideravano italiane e desideravano annettere, con le buone o con le cattive. Le cose però cambiarono verso la fine dell’Ottocento, quando un cambiamento di alleanze in tutta Europa portò a un ribaltamento dei fronti. Dopo l’Unità, i governi italiani decisero di impegnarsi in una serie di avventure coloniali in Africa, dove il rivale principale dell’Italia divenne la Francia, che aveva moltissimi interessi nel continente africano. Per fronteggiarla, i governi italiani decisero di fare causa comune con i loro vecchi nemici e nel 1882 firmarono un’alleanza difensiva con Austria e Germania (difensiva significava che l’Italia sarebbe entrata in guerra soltanto nel caso che uno dei suoi alleati fosse stato attaccato).

di Davide Maria De Luca de Il Post

L’ingresso dell’Italia in guerra, cento anni fa, fu un atto scellerato, una decisione che comportò una immane strage di giovani italiani, morti, con ogni verosimiglianza, inutilmente. Come noto, fu una guerra di aggressione sostanzialmente gratuita, se non addirittura fedifraga: altro che difesa dei confini! Come dovrebbe essere altrettanto noto, l’entrata in guerra fu decisa con un sostanziale raggiro delle regole (quasi) democratiche del tempo, con una vera e propria truffa ordita contro il popolo italiano, che non solo fu trascinato in guerra a seguito di accordi segreti non approvati dal parlamento, ma che fu anche sottoposto ad una furiosa campagna propagandistica perché avvallasse decisioni ormai prese alle sue spalle. Tra i protagonisti di quello sciagurato maggio che un’odiosa, ipocrita propaganda definì “radioso” vi erano Mussolini e D’Annunzio.

dal pezzo di Matteo Saini su Gli Stati Generali

Da dove viene l’errore leghista? Da una lettura superficiale del testo della “canzone del Piave”. Composta nel 1918, la canzone racconta la storia della guerra – con toni assai patriottici – attraverso alcuni momenti salienti che sono ambientati intorno al corso d’acqua. Che nella realtà fu cruciale solo molto dopo il 1915: nei primi versi della canzone, il Piave è ricordato con una generosa licenza poetica, visto che non fu per nulla centrale nel maggio 1915 (e con una certa dose di forzatura retorica: «per far contro il nemico una barriera» è un gentile eufemismo, visto che «i primi fanti» erano all’attacco).

da Giovanni Zagni de Linkiesta

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#ForsExpo

di SKA su Notizie Commentate il 2 maggio 2015, 11:27

Non avendo potuto partecipare in prima persona all’inaugurazione di Expo e relative manifestazioni, mi sono dovuto accontentare – come molti altri – di ciò che passano i canali d’informazione e del commento di altre persone. Come succede ormai per qualsiasi evento globale si tratta pur sempre di una percezione della realtà mediata. Se non vivete sulla Luna – o più semplicemente in un posto del mondo che se ne sbatte il cazzo di cosa succede a Milano – saprete già cos’è accaduto durante i cortei di “protesta” con il vessillo di un difficilmente identificabile #NoExpo. I motivi di protesta ci sono e sono persino validi, ma chi ha partecipato alla devastazione – al di là di dietrologie e connotazioni sociopolitiche – non ha la più pallida idea di cosa si sta parlando.

Mentre scorrevo distrattamente ed in maniera annoiata la bacheca di Facebook noto un post di Fabio Chiusi su in cui chiede “Mi segnalate qualche buon articolo sui fatti di ieri, al netto di retorica-propaganda-melassa-indignazionepneumatica? Grazie.” ed effettivamente ha ragione: non ce ne sono. Perché nella “Democrazia del commento e dell’opinione” la cronaca ed i fatti passano in secondo piano, ma soprattutto perché sui fatti di Expo non c’è molto da dire.

Tra le cose più corrette in merito ci sono quelle di Fabrizio Gatti su L’Espresso

Non chiamatela rabbia. Non chiamateli anarchici. Non chiamateli disoccupati. Questi sono fascisti. Sono i soliti professionisti della violenza. Gente dal cuore nero come le divise che indossano.

Chi è venuto per sfasciare tutto non ha argomenti di discussione e di riflesso neanche di interesse giornalistico o democratico, ma solo penale. Delegittima soltanto una più che valida posizione espressa sin dal 2007 dal movimento NoExpo sul quale ci si può informare direttamente dal loro sito.
Parliamo di cementificazione selvaggia, precarietà, debito. Ma anche di una manifestazione che vorrebbe toccare i temi alimentari e della fame nel mondo – Nutrire il Pianeta-Energia per la vita – sponsorizzata da compagnie petrolifere e da aziende alimentari che da sempre sostengono ed alimentano le politiche dell’Agro-Industria, degli OGM, delle monoculture e delle sementi ibride che affamano intere popolazioni per fornire cibo in eccesso ad 1/5 della popolazione globale.

I temi ci sono, le motivazioni pure. I modi dei fascisti restano soltanto atti fascisti.
Fortuna che ci sono persone – ad esempio ad OffTopicLab – che parlano, protestano e discutono dei temi interessanti in maniera civile, ma soprattutto avendo argomenti da proporre.
Quando si parla di NoExpo sarebbe bene parlare di loro. I coglioni parlano da sé.

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Berlusconi prima di Berlusconi

di SKA su ControInformazione il 3 marzo 2015, 21:00

Nonostante sia passato molto tempo, alcune delle pagine più lette su questo sito sono quelle sulla P2, su Paolo Borsellino, ma soprattutto su Silvio Berlusconi. La “pagina infame” dedicata alla biografia di Silvio Berlusconi, con tutte le dovute e doverose citazioni ed approfondimenti del caso, sembra essere per molti visitatori ancora molto interessante.

In questi giorni mi ha scritto un lettore d’eccellenza, il giornalista e scrittore Mario Guarino – che ringrazio – per ricordarmi che il primo testo (e probabilmente il più importante) sulla persona ed imprenditore Silvio Berlusconi era stato Berlusconi. Inchiesta sul signor Tv (Editori riuniti, 1987, poi Kaos 1994, 1999) scritto a quattro mani con Giovanni Ruggeri, che purtroppo ci ha lasciato nel 2006.

Cito da wikipedia:

La gestazione del libro fu travagliata e circondata da polemiche. Quando fu pubblicato, vendette due edizioni in pochi giorni, per poi proseguire nelle vendite rimanendo nelle classifiche dei best seller dall’inizio di aprile a fine giugno. Gianni Barbacetto su Diario dell’11 maggio 2007 ricorda che Editori Riuniti fu attaccata con una lunga serie di cause civili e penali, e che ci furono pressioni per far scomparire dalle librerie l’opera. Berlusconi secondo Barbacetto avrebbe spinto sul PCI, che indirettamente controllava la casa editrice, per cessare la distribuzione del libro così da non danneggiare gli affari di Fininvest in Unione Sovietica.

L’apposita pagina è stata aggiornata con questa informazione mancante – me ne scuso – e questo ulteriore post cerca di riportare la memoria a quegli anni in cui Mr. B. non era ancora sceso in campo, ma stava già rovinando l’Italia.

Il testo non è purtroppo così facilmente reperibile ad oggi, ma posso fornire dei link:

Berlusconi. Inchiesta sul signor Tv (Kaos, 1994)

BERLUSCONI. Inchiesta sul signor TV (Kaos, 1997 – Cop. Flessibile)

BERLUSCONI. INCHIESTA SUL SIGNOR TV (Kaos, 1997 – Brossura)

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Je suis migrante

di SKA su Cose dette da altri il 13 febbraio 2015, 19:48

“È la strage peggiore dal 3 ottobre 2013,” ha twittato l’account italiano dell’Unicef in riferimento all’ennesima tragedia verificatasi al largo di Lampedusa—ed è impossibile dargli torto.

Il 9 febbraio 2015 la Guardia Costiera ha soccorso un gommone carico di migranti provenienti dalla Libia: 29 di questi sono morti assiderati, e 76 sono stati tratti in salvo. Più tardi sono stati trovati altri due gommoni con solo 9 persone a bordo, mentre il quarto è ancora disperso. Si stima che le vittime potrebbero essere più di 300.

Perché i migranti continuano a morire nel Mediterraneo? La domanda che si pone Vice in questo articolo. A questo link per continuare la lettura.

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Dove sono finite le parole?

di SKA su La dimanche des crabes il 7 febbraio 2015, 19:24

Scrivere.
Scrivere.
Quand’è che ho rinunciato a quella costante presenza nel mondo? Le parole scritte sono sempre state come ossigeno, farne a meno equivarrebbe a morire. Eppure. Eppure. Eppure ho smesso, ho lasciato scorrere via le parole in favore di qualcos’altro. Qualcosa che si chiama lavoro, responsabilità, preoccupazioni, ansie. E non è vero che esista la scrittura terapeutica: se stai male, non riesci neanche a pensare. Figuriamoci a scrivere.
Quella che credevo potesse – dovesse – restare l’unica costante, l’unico porto sicuro a cui aggrapparsi, mi è scivolato via lentamente dalle dita. Il malessere può essere – lo è sempre stato – un viatico naturale per sprofondare con penna e calamaio (virtuali) dentro l’abisso della propria coscienza. Scendere fino in fondo per risalire con quello scrigno di emergenze che lo scrittore talvolta non sapeva neanche di avere. O sì, ma non ha ancora affinato gli strumenti per farlo. Per risalire da quel baratro c’è bisogno di caparbia, di tenacia, di tremenda solitudine, di metodo, di dedizione. TEMPO.

Tutto è legato a doppio filo.

Non ho chiuso nessun capitolo dei romanzi iniziati negli anni. Non ho scritto le decine di racconti che ho abbozzato in decine di taccuini. Non ho praticamente più fatto neanche il giornalista. Neanche più il blogger. Le vette più alte arrivano dagli headline ed i body copy di quelle rarissime campagne pubblicitarie che mi passano tra le mani. Poi il nulla.

Il periodare complesso mi sembra essere diventato uno scoglio insormontabile; la punteggiatura arranca e non so più bene quando mettere virgole, punti fermi e punti e virgola. Forse dovrei finire l’ultimo di Houellebecq per re-imparare come si fa. Mi sembra di balbettare e singhiozzare tra le parole senza avere più la capacità di esprimere un concetto di senso compiuto, interrompendomi ogni volta al margine del significato.

Dove sono finite le parole?

Le ho regalate a quella parte di me stesso che ha deciso di non giocarci più, lasciandole in un angolo buio della casa a prendere polvere.
Come un giocattolo vecchio al quale siamo così tanto affezionati che non vorremmo buttare mai, ma con il quale non ci divertiamo più.

P.s. un’interessante lettura sulla solitudine come veicolo per la creatività e la produttività.
Going Solo: The Extraordinary Rise and Surprising Appeal of Living Alone

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Il rapporto 2014 sulla produzione di oppio nel sud est asiatico

di SKA su ControInformazione, Cose dette da altri il 4 febbraio 2015, 12:44

Il recente rapporto dell’Unodc, “Southeast Asia, Opium Survey 2014, sulla produzione (stimata) di oppio nel lontano sud est asiatico, può aiutare a comprendere la situazione alla fine dell’anno da poco terminato. Nell’introduzione Yuri Fedotov, direttore esecutivo già da alcuni anni dell’agenzia antidroga delle Nazioni Unite (Unodc), esprime preoccupazione per un aumento nella produzione di oppio che viene stimata in circa 762 tonnellate nel Myanmar e nella confinante Repubblica Democratica Popolare del Laos, con un accenno anche ai gruppi che trafficano in precursori e sostanze chimiche per i processi di raffinazione.

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Viaggio nel FascioFacebook

di SKA su Cose dette da altri il 2 febbraio 2015, 12:24

Poco prima di Natale, un’inchiesta della procura dell’Aquila aveva portato in carcere più di dieci persone con l’accusa di aver messo in piedi un’associazione eversiva di stampo neofascista denominata “Avanguardia Ordinovista.” Come avevo scritto dopo aver letto l’ordinanza, più che a una riedizione dello stragismo nero ci si trovava di fronte a una specie di “terrorismo in salsa facebookiana”—ossia una congrega di persone che si fomentava a vicenda sui social network e postava fotomontaggi razzisti sulla Kyenge

Un viaggio nel cosiddetto “FascioFacebook”, un “intero sottobosco che impiega le proprie giornate a rievocare i fasti perduti, combattere contro la Peste Rossa, condividere foto di sfilate al passo dell’oca e sfruttare l’immagine di Mussolini a fini pubblicitari.”

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Audi A4, la nuova all-wheel-drive e-quattro della casa degli anelli

di Camerata Stizza su Shit Propaganda il 30 gennaio 2015, 16:14

Oggi parliamo di automobili, che è un argomento solitamente non trattato sul blog. Ma ho ricevuto alcune indicazioni su alcune nuove tecnologie che verranno utilizzate sulla nuova A4 di Audi, in particolare legate all’utilizzo di motori elettrici e quindi abbattimento di consumi ed inquinamento.

La nuova A4 di Audi, che uscirà entro la fine dell’anno, sarà il primo veicolo da strada della casa automobilistica che sarà caratterizzato da un sistema all-wheel-drive basato sul segmento ibrido, denominato l’e-quattro. Il sistema di e-quattro è stato utilizzato da Audi nel suo prototipo Le Mans per un paio d’ anni, per poi approdare, solo negli ultimi mesi, al reparto produzione.

Si tratta essenzialmente di un sistema ibrido a quattro ruote motrici “through-the-road” in cui un motore a combustione interna aziona un asse, mentre il sistema di alimentazione elettrica viene utilizzato per l’altro asse, creando così un sistema a quattro ruote motrici senza la necessità di eventuali semiassi di collegamento. Diverse case automobilistiche offrono già questa tecnologia: tra queste BMW, Peugeot, Porsche e Volvo .

Secondo CAR, il sistema di e-quattro sarà implementato nella variante di A4 High. Il sistema sarà composto da due motori elettrici, uno integrato con il motore – utilizzato per far girare le ruote anteriori – e un altro utilizzato per far girare le ruote posteriori. In questo modo, la vettura avrà ancora una trazione integrale, anche in modalità completamente elettrica.

Se le fonti di energia siano o meno in grado di lavorare in modo indipendente sarà da stabilire in modalità guida. Ricordiamo che il motore classico sarà deputato alla trazione anteriore, quello elettrico potrà funzionare su due o quattro ruote motrici, mentre l’ibrido girerà sulla trazione integrale. La potenza massima arriva ai 408 CV, ma non si esclude uno sviluppo meno potente della versione e-quattro.

I motori elettrici saranno alimentati con una batteria agli ioni di litio, che i proprietari saranno in grado di caricare comodamente a casa tramite una semplice presa a muro. Audi ha pianificato un sistema di ricarica wireless realizzata tramite bobine induttive, ma questa possibilità sarà presente solamente sul nuovo crossover denominato TTQ. Le auto della casa automobilistica degli anelli sono disponibili nelle versioni precedenti sui migliori portali online di auto usate come l’Audi A4.

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La violenza contro i giornalisti (2014)

di SKA su ControInformazione il 7 gennaio 2015, 13:24

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Sessantasei giornalisti uccisi (cui devono essere aggiunti 19 citizen-journalists e 11 tra operatori e tecnici), 119 rapiti, 40 ancora in ostaggio, 853 arrestati, 178 processati e condannati, 1846 minacciati o aggrediti, 139 costretti a lasciare il loro paese. Il rapporto di Reporter senza frontiere sugli attacchi alla libertà d’informazione nel 2014 racconta un ennesimo anno nero per i giornalisti. Il totale di quelli assassinati negli ultimi 10 anni è arrivato a 720. L’organizzazione non governativa per la libertà di stampa segnala con preoccupazione i metodi barbari di uccisione (come la decapitazione di James Foley e di altri suoi colleghi, non occidentali e per questo sconosciuti), l’aumento dei rapimenti (più 17 per cento rispetto al 2013) e il raddoppio del numero dei giornalisti costretti all’esilio a causa delle ripetute minacce.

Il maggior numero di uccisioni di giornalisti è avvenuto in Siria (15, quasi un quarto del totale). Seguono Gaza (7), Ucraina (6), Iraq e Libia (4). Sei giornaliste sono state uccise in Afghanistan, Egitto, Filippine, Iraq, Messico e Repubblica Centrafricana. Tra i luoghi dove, secondo Reporter senza frontiere, è più pericoloso esercitare la professione giornalistica figurano i territori di Iraq e Siria controllati dallo Stato Islamico, la Libia orientale (da cui sono dovuti scappare 43 giornalisti), la regione del Belucistan in Pakistan, quelle di Donetsk e Luhansk nell’Ucraina dell’est (215 giornalisti minacciati o aggrediti, tanto dai separatisti quanto dalle forze governative, e 47 arrestati) e il dipartimento di Antioquia in Colombia. Quanto alle minacce o alle aggressioni, ve ne sono state anche 134 in Venezuela e 117 in Turchia. La Cina continua a essere il paese col maggior numero di giornalisti in carcere (29), seguita da Eritrea (28), Iran (19), Egitto (16) e Siria (13).

(Riccardo Noury, Corriere.it )

Leggi qui il rapporto completo di Reporter Without Borders

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Aquile nere in picchiata

di SKA su Cose dette da altri il 23 dicembre 2014, 19:28

Il terrorismo neofascista degli anni di piombo richiama un periodo della storia d’Italia segnata da bombe, stragi, omicidi, apparati deviati e tentativi più o meno riusciti di rovesciare l’ordine democratico—una lunga scia di morte e impunità con cui l’Italia non ha ancora fatto completamente i conti.

È principalmente per questo che l’inchiesta ” Aquila Nera,” che ieri ha portato agli arresti 14 persone (per la maggior parte residenti in Abruzzo) e messo sotto indagine un totale di 44 persone in tutta Italia, ha avuto una risonanza del genere— qualcuno ha anche parlato di un “nucleo nero che puntava a fare davvero la guerra allo Stato,” mentre quasi tutti i giornali hanno sottolineato preoccupati il clamoroso ritorno dell’eversione nera.

Le indagini della procura dell’Aquila e dei carabinieri, infatti, hanno scoperchiatol’esistenza di un’associazione “con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico” denominata “Avaguardia Ordinovista” che si rifà esplicitamente agli “ideali” di Ordine Nuovo—uno dei movimenti neofascisti più sanguinari e cruenti degli anni Settanta—e “progettava azioni violente nei confronti di obiettivi istituzionali, al fine di sovvertire l’ordine democratico dello Stato.”

di Leonardo Bianchi (La Privata Repubblica) continua su Vice

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Dal Totocalcio alle scommesse sportive online: storia breve

di SKA su ControInformazione il 27 novembre 2014, 13:09

Il mondo delle scommesse sportive è diventato una passione avvincente per milioni di italiani. Fino a dieci anni fa gli amanti del calcio si dilettavano il file settimana con il classico Totocalcio, pratica che ora è stata quasi totalmente sostituita dal successo che hanno avuto le scommesse sportive sul calcio che si possono giocare, per il sollazzo di migliaia di appassionati collegandosi direttamente ad internet tramite computer, tablet e smartphone con l’utilizzo di app sviluppate dagli stessi bookmakers.

Ma quali sono i motivi che stanno alla base del successo delle scommesse online? Il punto principale è, ovviamente, quello della comodità per gli scommettitori di non doversi recare fisicamente in un centro scommesse per effettuare le proprie puntate. Da non sottovalutare, poi, il fatto che oggi è possibile scommettere praticamente su qualsiasi sport come tennis, basket, volley, motori e anche tanti altri sport minori. A queste vanno aggiunte, per gli amanti del gossip, le cosiddette novelty bets, arrivate da pochi mesi in Italia, ma che stanno registrando numeri davvero interessanti. Un esempio interessante di novelty bets – e abbastanza comico a guardarlo dall’Italia – è stata la proposta di scommessa sul nome del primogenito della coppia reale William e Kate. Non solo sport e gossip, però, caratterizzano il palinsesto dei vari bookmakers ma anche scommesse dedicate al mondo della televisione. In questo momento, ad esempio, sul sito di una delle agenzie più importanti del panorama italiano, Paddy Power, troviamo una sezione denominata Speciale Tv in cui sono presenti quote sul talent di Sky X-Factor.

Si sta parlando comunque di un mercato, assente fino a dieci anni fa, che produce oramai un giro d’affari di svariati miliardi di euro, necessitando quindi al tempo stesso di una regolazione ma anche di una promozione, dati gli enormi introiti che potrebbe portare nelle casse degli Stati, in un periodo di recessione mondiale.

In Italia i primi operatori delle scommesse on-line si sono affacciati sul mercato “nostrano” in una situazione di totale mancanza di regolamentazione del fenomeno.
Il governo italiano e l’AAMS, infatti, non avevano ancora considerato il settore delle scommesse on-line, pertanto erano visibili a tutti, senza alcun tipo di censura o blocco, i siti aperti in ogni parte del mondo che si dedicavano a tale attività.

La situazione attuale in Italia vede un grande sviluppo di siti internet dedicati alle scommesse sportive, con una crescita esponenziale del settore.
Ciò è dovuto principalmente alla normativa introdotta dal decreto Bersani che ha contribuito ad una liberalizzazione del settore, la quale esplica effetti ancora maggiori se si limita l’analisi alle sole scommesse on-line.
Il decreto Bersani, infatti, dispone che per le scommesse on-line non serva una concessione come per l’apertura dei punti di raccolta, bastando una semplice licenza, la quale viene concessa a chiunque paghi 300 mila euro e possieda una licenza per attività connesse al gioco, rilasciata dal proprio paese di origine e verificata da un’apposita commissione nominata dall’ AAMS. La normativa Bersani, permettendo di acquisire una licenza con molta facilità, ha portato la grande maggioranza di questi operatori ad abbandonare la strada del contenzioso preferendo investire per acquisire la licenza e mettere on-line un sistema di raccolta di scommesse sportive rispettoso della normativa italiana. Allo stato attuale, infatti, quasi tutti i grandi operatori stranieri hanno inaugurato i loro siti internet di raccolta delle scommesse sportive, i quali sono fisicamente e tecnicamente diversi da quelli, sempre da loro gestiti, residenti su server stranieri e bloccati tuttora dalla normativa AAMS.

Ma quanto ha raccolto l’intero comparto? Qualche dato.

Citiamo alcuni dati disponibili per il 2008: per dare valutazione della situazione italiana basti considerare come le previsioni di crescita dell’intero settore dei giochi e delle scommesse, in base ai primi nove mesi del 2008, davano un incremento dell’ 11%, con una crescita del 54,7% del solo settore delle scommesse sportive. La sola Snai, leader del settore, nei primi nove mesi del 2008 ha raccolto oltre 2,66 miliardi di euro.

E nei primi 9 mesi di questo 2014?

Le scommesse sportive, secondo le stime degli analisti, rappresentano circa il 30% del bilancio totale del settore delle scommesse sportive, quota che sta salendo vertiginosamente ogni anno e che andrà sempre crescendo, soprattutto ora che i siti internet degli operatori stranieri che hanno acquistato una licenza italiana sono entrati a pieno regime,
Parliamo di una cifra esorbitante che si attesta quasi a 3 miliardi di euro facendo registrare un incremento del 14% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Di sicuro avrà influito in maniera positiva il Mondiale 2014 giocato in Brasile che ha di fatto permesso di registrare una raccolta interessante a tutti i bookies nei mesi di giugno e luglio, periodo che normalmente sono piuttosto avari di avvenimenti importanti. Oltre all’avvenimento calcistico più importante per le Nazionali, però, sono state introdotte anche alcune interessanti novità come le scommesse virtuali. Queste ultime si basano su incontri virtuali simulati da computer. Non solo partite di calcio ma anche corse di cani, cavalli e auto. Per questa tipologia di scommessa tutta nuova il boom si è registrato nel mese di novembre quando la maggior parte dei campionati europei più importanti erano fermi.

Il settore delle scommesse on-line sembra essere un’oasi felice all’interno del convulso mondo delle scommesse italiane, essendosi garantito equilibri e stabilità grazie ad un sistema che, da un lato, garantisce l’accesso al settore praticamente senza ostacoli e, dall’altro, offre allo scommettitore un notevole aumento dell’offerta con conseguente aumento di interesse. L’auspicio, da molti condiviso, è che l’intero settore delle scommesse sportive, e non solo, segua, al più presto, il modello introdotto dal settore on-line.

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Will you bite the hand that feeds? aka Editori vs Google

di SKA su Cose dette da altri il 10 novembre 2014, 13:06

Si torna a parlare di Editori vs. Google. L’editore – in questo caso – è quella specie protetta ed in estinzione che usufruisce a piene mani di un servizio gratuito che porta sui propri siti circa il 40% del proprio traffico totale. Costui non solo vuole che il servizio resti in piedi senza pagare una lira, ma vuole inoltre che Google paghi una tassa governativa per qualcosa di non ben definito, che potrebbe essere però assimilabile all’appropriazione indebita di contenuti web. L’ho già scritto qui sopra, credo, tempo addietro. Le soluzioni tecniche esistono già da ora per gli editori che non vogliono dare contenuti al malvagio Google e sono semplici da applicare – una stupida regola .htaccess – perché nessuno li obbliga a dare i contenuti ad un motore di ricerca. Leggetevi l’articolo di Valigia Blu comunque.

Continua la guerra delle news che vede contrapposta l’intera editoria europea da un lato e Google, come fornitore del più utilizzato motore di ricerca online, dall’altro. L’oggetto del contendere è il servizio Google News che inserisce i titoli degli articoli giornalistici con un breve estratto (2 righe) e il link al giornale online. Secondo gli editori questo modo di fare è un “furto”, Google “ruba” le news facendo “enormi” profitti, senza pagare nulla agli editori. Per questo motivo è da anni che gli editori europei provano a costringere i rispettivi governi ad introdurre una nuova norma che obblighi Google a pagare una sorta di “tassa” per ogni aggregazione, cioè per l’inserimento di un titolo con un link. Google News In realtà la questione è un po’ forzata da parte degli editori. Innanzitutto Google News non presenta alcuna pubblicità, cioè l’attività di aggregazione delle news non gli porta alcun introito diretto così sconfessando l’argomento principale degli editori. Di contro Google consente agli editori di monetizzare gli estratti tramite Google Adsense (circa 6,5 miliardi di dollari distribuiti agli editori partner nel 2011).

Continua su Valigia Blu: http://www.valigiablu.it/lincomprensibile-guerra-degli-editori-a-google-news/

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La caduta del muro

di SKA su Cose curiose successe oggi, Cose dette da altri il 9 novembre 2014, 17:31

Il giorno della caduta del Muro di Berlino http://www.ilpost.it/2014/11/09/caduta-muro-berlino/

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La percezione errata della realta’

di SKA su Cose dette da altri il 30 ottobre 2014, 15:54

La società britannica Ipsos Mori ha chiesto a un campione rappresentativo di italiani – e spagnoli, svedesi, inglesi, tedeschi, etc – un po’ di informazioni sul loro paese. Quanti sono secondo loro gli immigrati che vivono nel loro paese. Quanti sono i disoccupati del loro paese. Quante sono le persone con più di 65 anni. Quante sono le ragazze madri. Quanti sono i musulmani, quanti sono i cristiani. Eccetera. L’Italia è risultato il paese più ignorante di tutti: quello che pensa le cose più sbagliate su se stesso.

Crediamo che ogni anno ci siano in Italia un 17 per cento di ragazze madri: sono lo 0,5 per cento. Crediamo che in Italia ci sia un 20 per cento di musulmani: sono il 4 per cento. Crediamo che in Italia ci sia un 49 per cento di disoccupati: sono il 12 per cento. Crediamo che in Italia ci sia un lunare 30 per cento di immigrati: sono il 7 per cento. Nessuno ha percezioni fuori dalla realtà come noi.

Continua a leggere su Francesco Costa (con i link ai dati)

p.s. la font utilizzata per i titoli non supporta le accentate, quell’abominio dell’apostrofo al posto dell’accento ha motivazioni esclusivamente tecniche.

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Uomini Femministi

di SKA su La dimanche des crabes il 24 settembre 2014, 16:29

Dopo tanto tempo in cui questo blog è andato avanti quasi per forza d’inerzia mi piacerebbe tornare a quello che succedeva qua sopra qualche tempo fa. Riuscivo ad esprimere concetti più o meno articolati, con lunghezza variabile e di solito prendendo spunto dalle decine di fonti che leggevo – e leggo ancora – per poter dare una versione dei fatti, sotto una chiave per ovvi motivi soggettiva. Una soggettività relativa, o un’obiettività soggettivizzata. Sempre che esista questo termine. Mi lasciavo andare anche a lunghe premesse, che altro non erano che escamotages narrativi per darmi e darci il lancio al pezzo, il blog d’altronde – nella sua concezione originaria, non sottomessa alle logiche del nanopublishing – è fatto anche di questo, no? Possiamo perdere tempo a parlare di fuffa per una decina di righe, consapevoli che i pochi lettori che navigano a vista se ne saranno già andati, mentre gli altri rimarranno incollati nella lettura perché interessati nonostante tutto o perché incuriositi dal “dove andrà a parare?”. Soprattutto se lanci il pezzo con quel titolo e dopo quasi 200 battute sei ancora lì a cincischiare.

Si è molto parlato dell’intervento di Emma Watson alle Nazioni Unite – sì sì, lei, Hermione di Harry Potter – a supporto della campagna #HeForShe, in qualità di portavoce di UN Women, l’organizzazione che si occupa della parità di genere all’interno delle Nazioni Unite.

Mi piace essere quasi banale ed ovvio per una volta, ma il discorso tenuto dalla Watson è bellissimo e lei lo ha interpretato meravigliosamente. Non siamo però sul piano di lettura “le hanno scritto il discorso e lei essendo un’attrice è stata molto brava”, “lo fa per pubblicità”, lo sappiamo già tutti. Per ovvi motivi un discorso del genere va scritto e ragionato con molta cautela, da professionisti della comunicazione e dei diritti civili. Lei ha sposato l’idea che ne è alle spalle e si è fatta carico di esporle ad una platea il più ampia possibile, sfruttando la propria immagine e popolarità. Tutti quanti consapevoli anche del fatto che sarebbe stata lei, prima di tutto, oggetto di attenzioni, positive e negative (non sono mancate le critiche feroci e persino alcune minacce).

In coda al post c’è il video integrale con sottotitoli in italiano, inutile stare qui a fare la cronaca di “quello che ha detto Emma Watson alle nazioni unite”, là fuori è pieno di articoli-aggregatori che già lo fanno (beh sì, cari amici del Post, potevate risparmiarvi la fatica e pubblicare direttamente il video sottotitolato).
L’intenzione di mettermi qui sopra a riempire di parole questo post è per dire: finalmente. Un concetto talmente ovvio come quello di HerforShe (lui per lei) è assurdo che non fosse mai stato messo al centro di una discussione globale, perché è un’assoluta verità: la causa del femminismo non può (non deve) essere prerogativa esclusiva delle donne. C’è assoluto bisogno di uomini femministi, di uomini che capiscano che la lotta per le pari opportunità è un dovere di entrambi i sessi. Una citazione del discorso:

Più ho parlato di femminismo e più mi sono resa conto che troppo spesso battersi per i diritti delle donne era diventato sinonimo di odiare gli uomini. Se c’è una cosa che so con certezza è che questo deve finire. Per la cronaca, il femminismo per definizione è la convinzione che uomini e donne debbano avere pari diritti e opportunità: è la teoria dell’uguaglianza tra i sessi – politica, economica e sociale

Sposo questa causa diventata mainstream a causa della Watson perché è giusta, perché è dagli anni del liceo che vado predicando questi stessi principi, perché è da quegli anni che mi auto considero un femminista, esattamente della tipologia che non si schiera verso una delle parti in questa strana guerra di generi che viviamo ancora oggi.
All’interno del discorso si parla anche di uomini “imprigionati negli stereotipi di genere che li riguardano” e mai sintesi fu più adatta a descrivere una forma di malessere vissuta in prima persona, ma mai realmente compresa dalle persone attorno, sia uomini che donne. Tutte quelle dimostrazioni di forza e supremazia territoriale e sociale al quale gli uomini si autocostringono, per abitudine, tradizione, ignoranza: l’uomo deve dimostrare comunque di avercelo più lungo.

Scardinare quest’impostazione primitiva è compito prima di tutto degli uomini: le donne lo hanno già capito da secoli, ma ci assecondano perché sanno perfettamente che – generalmente – non capiamo un cazzo.
Discorsi del genere in larghissime parti d’Italia portano a due tipi di reazione: ti danno della femmina, ti danno del frocio. Come se essere gay fosse un insulto. (Perché gli omosessuali non si offendono se gli da dell’etero?)

Cambia finalmente un paradigma inattaccabile: le donne devono combattere per i propri diritti. Giusto.
Ma la verità è che uomini e donne, insieme, devono combattere per i diritti di entrambi, in tutto il globo.

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La tubercolosi del Grillo

di SKA su Cose dette da altri il 7 settembre 2014, 11:13

LPR decide che é il caso di prendere sul serio i post sanitario-complottisti di grillocasaleggio per spiegare senza toni allarmistici e sensazionalistici che no, non c’é un ritorno della tubercolosi proveniente dagli immigrati che sbarcano in Italia (o come li chiamano loro, clandestini).
Il 2014 della politica e dell’informazione italiana é questo, bisogna prendere sul serio cose evidentemente idiote (e sul quale ci si sarebbe riso sopra) perché rivolte ad una massa cosí fragile e facilmente condizionabile da far quasi paura.

Il MoVimento 5 Stelle Si È Fermato A Ebola http://www.laprivatarepubblica.com/tubercolosi-grillo-m5s/

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Farfalle

di SKA su La dimanche des crabes il 14 luglio 2014, 11:24

Leggo le parole e le storie di alcuni ragazzi sognatori, chiusi tra le quattro mura di un’università, con le loro vite che scorrono lente e faticose tra le strade di città e di paese. Ci rileggo il mio passato. Un passato scritto tra pagine bianche sporcate dall’inchiostro e infinite parole digitali che segnano anni di sogni, aspettative, dolori e illusioni ormai mescolate alla nebbia della quotidianità. Leggo le loro parole e ci vedo la doppia anima di chi è arrabbiato col mondo, ma innamorato della vita. Parole di chi ha il sogno di scrivere per vivere, della musica come costante di giorni che passano ogni anno sempre più veloci. Nelle loro storie presenti ci vedo la consapevolezza di un futuro nebuloso ed insicuro che non ricordo di aver avuto, forse troppo impegnato ad inseguire le farfalle dei miei sogni di vita con quel retino bucato che non ho mai ricucito.

Mi rendo conto con dolore quasi fisico che queste cose le ho parcheggiate in una scatola con il coperchio semi-aperto, per lasciarmi aperta la possibilità di dargli una sbirciata ogni tanto, ma senza troppa convinzione.
Mi guardo allo specchio e non mi riconosco, riesco ancora a scorgere quello che sono stato tra le crepe di quello che sono, ma ad ogni giorno passato, stanco e ammantato dai problemi giornalieri, mi allontano sempre di più da quello che avrei voluto essere.
Mi scivolo dalle dita e non ho più neanche la soddisfazione di ritrovarmele sporche d’inchiostro.

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Hipsterofilia

di SKA su Cose dette da altri il 7 luglio 2014, 09:26

O anche “Berlino ha rotto il cazzo”, come da titolo originale.

Poi c’è quell’amico che un giorno, col sorrisetto beffardo di chi ha capito tutto della vita e che vuole assolutamente farti sentire una merda, confessa a te e alla comitiva il suo straordinario progetto esistenziale: “Raga, ho deciso, vado a Berlino”.

Siete nell’unico pub del paese, quello in cui avete passato innumerevoli noiosissime serate; lui sorseggia la sua bionda media (l’unica birra alla spina disponibile nel raggio di sedici chilometri), se la guarda continuando a sorridere, anzi di più, ghignando proprio. D’un tratto, quell’amico con cui sei cresciuto e che riconosci a stento dietro la sua maschera da italiano in fuga, dà voce ai luoghi comuni: “A Berlino la birra non costa un cazzo”. Hai una fitta nel costato: l’invidia, sì, l’invidia. “Beato te!” dici con l’entusiasmo di uno che è appena stato messo in regola in macelleria dallo zio a San Giovanni in Persiceto e col cazzo che si muove più.

Tu sei triste, lui è a tremila. Cristosanto, dovevi essere tu a prendere due stracci, buttarli in uno zaino e andare a Berlino. Sei tu quello con una laurea da 110 e lode in Scienze della comunicazione; lui ha fatto l’istituto tecnico e lì s’è fermato. “Ma che mondo è?” ti chiedi sbigottito.

continua su
http://libernazione.it/berlino-ha-rotto-il-cazzo/

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WTF?

Giornalista, web designer e pubblicitario. Da blog di protesta negli anni in cui i blog andavano di moda, questo spazio è diventato col tempo uno spazio di riflessione e condivisione. Per continuare a porsi le giuste domande ed informare se stessi.