Brand Journalism: raccontare l’azienda ed aumentare la brand awareness

di SKA su ControInformazione il 24 aprile 2017, 00:46

Brand Awareness

Qualche giorno fa stavo leggendo un lungo articolo, cartaceo, tratto dal The Independent in cui si faceva una sorta di riassunto ed al tempo stesso spiegazione di quelle che sono le tematiche del giornalismo attuale, collegate alle necessità delle aziende (e quindi del marketing).
Sono ormai oltre 15 anni (sic!) che mi occupo di web, digital marketing e giornalismo ed ho potuto toccare con mano l’evoluzione della materia giornalistica in funzione del tema di marketing ormai portante nell’ultimo decennio: lo storytelling.

Le aziende hanno compreso perfettamente ed inglobato nei propri piani di comunicazione il marketing narrativo, figlio di una duplice esigenza: gli strumenti si sono amplificati e l’utente/consumatore è più esperto, più difficilmente influenzabili da messaggi promozionali classici. Prendete ad esempio questi ultimi anni sui social network: è stato tutto un proliferare di Stories. Al di là del mezzo in sé il concetto di storia, narrazione, racconto di una porzione di vita personale o di un brand – perché Facebook/Instagram/Whatsapp vogliono chiaramente dialogare con i brand paganti – consentono un incremento delle vendite e della tanto agognata brand awareness.

Nell’epoca attuale ogni brand può diventare editore di se stesso e produrre contenuti rivolti direttamente alla propria clientela, reale o potenziale, attraverso tutti gli strumenti di comunicazione che sono a disposizione oggi: social media, blog, aggregatori, social network, magazine aziendali ecc…

Per riempire di contenuti questi strumenti si possono sfruttare due strategie: quelle del content marketing e quelle del brand journalism. La differenza tra le due potrebbe non essere così facilmente distinguibile, ma mentre la prima è creazione di contenuti per veicolare messaggi finalizzati alla vendita, la seconda è una strategia più ampia ed “onesta” per rivolgersi alle persone fornendo delle notizie utili – ad esempio – o per raccontare la storia del brand (ed è qui che ritorna lo storytelling). In questo caso parliamo di Brand Journalism.

Il giornalismo d’impresa ha ricevuto un impulso notevole intorno al 2004, ovviamente negli USA, ed è quel tipo di giornalismo rivolto alla comunicazione di tutto ciò che ruota attorno ad un brand – un marchio – con lo scopo di informare i lettori sulla storia aziendale. Per storia non si intende “una storia”, ma una raccolta di micro-narrazioni e quindi storie più piccole che messe insieme vanno a comporre un piano più ampio di costruzione – o ricostruzione – del marchio aziendale, aiutando a fornire tutti gli strumenti più corretti per identificare valori, principi e motivazioni dell’azienda di cui si sta parlando. Per dirla in termini di marketing: raccontare storie che abbiano la capacità di attrarre la domanda, utilizzando interessi ed emozioni come veicolo.

Tutto questo non è mera pubblicità, ma rientra in un contesto in cui il giornalista dovrà essere bravo a bilanciare le richieste dell’azienda con la
“corretta informazione, distinta e distinguibile dal messaggio pubblicitario” (tratto dalla Carta dei Doveri dell’Ordine dei Giornalisti).

L’abbiamo anticipato sopra: a cosa serve il Brand Journalism, quindi? Per la Brand Awareness: la promozione dell’immagine di marca.

Kotler fornisce la definizione più utilizzata di Brand, ossia “Il brand è un nome, un termine, un segno, un simbolo, o un disegno che identifica i prodotti o i servizi di un’impresa e li differenzia da quelli dei concorrenti”

La Brand Awareness non è altro che il livello di notorietà della marca all’interno del sistema di mercato di riferimento e può passare per 4 livelli solitamente riconosciuti: assenza di conoscenza del brand, il riconoscimento della marca, il richiamo della marca, Top of mind. Il Top of Mind è il livello maggiore di notorietà, ossia il brand che vi viene per primo in mente quando si parla di un determinato settore merceologico (pensate alle lamette da barba, con tutta probabilità vi sarà venuto in mente Gillette).

Il brand journalism avrà quindi come funzione primaria quella di incrementare la notorietà di marca tramite il racconto di storie legate la brand ed attraverso un utilizzo consapevole dei mezzi di comunicazione/canali offerti sia dal web che non.

Il giornalista o il professionista addetto non dovrà occuparsi solamente degli aspetti di mera scrittura dei testi, ma anche di un’attività di coordinamento globale di tutti gli strumenti – online ed offline – che abbiano come fine ultimo quello di incrementare la brand awareness dell’azienda o del prodotto. Gli altri metodi più efficaci e consigliati per raggiungere l’obiettivo sono:

Investire nel merchandising: il metodo di gran lunga più fruttuoso ed utilizzato è quello di creare gadgets e merchandising da poter sfruttare sia in punti vendita, che in eventi specifici. La strategia più efficace è quella della stampa magliette di www.gedshop.it al quale si possono aggiungere portachiavi, cappelli, peluches e quant’altro possa essere in tema con l’azienda.

– Investire nella creazione di eventi: si possono organizzare eventi aziendali in location esclusive, con l’invio di inviti personalizzati a target di persone potenzialmente interessate (o che sono già clienti).

– Lanciare una campagna PR: una massiccia campagna di pubbliche relazione sulla carta stampata è anche il momento in cui il brand journalism si sposa perfettamente con gli obiettivi aziendali. Ricevere una copertura da parte dei giornali, senza praticamente nessun costo, riesce a posizionare l’azienda o il brand in un settore narrativo diverso da quello prettamente “sponsorizzato” e per questo facilmente riconoscibile dal consumatore.

– Scendere in strada: può sembrare folle, ma per le compagnie che hanno come target il consumatore finale non c’è modo migliore per far accrescere la propria brand awareness che scendere in strada ed interagire con potenziali clienti. Non stiamo parlando dell’assalto al cliente tipico dei centri commerciali, ma attività di ambient marketing che coinvolgano artisti, organizzazione di flash mob, attività comunque creative per cogliere e mantenere alta l’attenzione dell’utente consumatore.

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Il Certificato Camerale: cos’è, a cosa serve e quando richiederlo

di SKA su ControInformazione il 12 aprile 2017, 11:44

Certificato Camerale

Proseguo il viaggio nei meandri della burocrazia italiana scrivendo di un argomento abbastanza spinoso che mi sono ritrovato ad affrontare nei mesi passati: il certificato camerale. Un documento fondamentale per le imprese, le aziende, artigiani iscritti alla Camera di Commercio Italiana.

Mi sono dovuto districare tra informazioni frammentarie prima di raggiungere una sintesi quanto più chiara possibile, quindi cerco di mettere in ordine quello che ho appreso e lo riassumo qua per raccogliere tutte le informazioni in un unico posto e fornire qualche soluzione.

Prima di tutto:

Cos’è il Certificato Camerale?

In estrema sintesi: il Certificato Camerale raccoglie tutte le informazioni camerali dell’impresa, certificate dalla Camera di Commercio. Viene rilasciato su carta filigranata sopra il quale è applicato il bollo che attesta l’autenticità del documento e ne assolve i diritti di segreteria.

Il certificato attesta, quindi, l’iscrizione dell’impresa all’interno del Registro delle Imprese tenuto dalla Camera di Commercio e fornisce tutte le informazioni economico/giuridiche sull’impresa; ha valore legale ed ha validità sei mesi dalla data del rilascio.

Esistono vari tipi di Certificato Camerale: Ordinario, Storico, Artigiano e di Vigenza

– Il Certificato Camerale Ordinario/d’iscrizione attesta l’iscrizione dell’azienda o impresa presso il Registro delle Imprese della Camera di Commercio Italiana e non è altro che la visura camerale certificata in cui vengono riportati tutti i dati dell’impresa e quelli correlati.

– Il Certificato Camerale Storico contiene le informazioni di un’impresa, ma partendo dalla data della prima costituzione con l’inserimento storico di tutte le modifiche subìte nel corso degli anni (non si riferisce solo all’anno fiscale in corso).

– Il Certificato Camerale Artigiano si spiega da sé: contiene tutte le informazioni di un’impresa artigiana, con riferimenti d’iscrizione, n. albo, attività e titolari.
– Il Certificato di Vigenza attesta e certifica che l’azienda non è soggetta a procedure concorsuali di fallimento, liquidazione amministrativa coatta o amministrazione controllata/straordinaria. Di solito è necessario e richiesto per partecipare a gare di appalto, per rimborsi delle tasse, per la concedere mutui e finanziamenti ecc… ed in generale per valutare la solidità dell’azienda (o della ditta).

La differenza fondamentale tra il Certificato Camerale e la Visura Camerale è che la seconda – pur contenendo tutte le informazioni economiche e giuridiche sull’impresa – viene rilasciata in carta semplice può essere richiesta praticamente da tutti, ma non ha valore legale. Il certificato camerale invece ha valore legale.

I dati contenuti nel documento sono solitamente:
Il numero di iscrizione al registro imprese o al R.E.A.
La denominazione
Il codice fiscale
La sede
La data di costituzione
il capitale sociale
L’oggetto sociale
La descrizione dell’attività
I dati anagrafici dei titolari di cariche

A cosa serve il Certificato Camerale?

Come detto sopra, a differenza della semplice Visura Camerale il Certificato Camerale può essere utilizzato per attestare l’iscrizione alla CCIAA con valore legale.
Esistenza procedure concorsuali per richieste di finanziamento, fusioni societarie, richieste specifiche e varie ed eventuali. Per procedure concorsuali si intendono: se l’impresa commerciale è insolvente (non è più in grado di pagare); se è in stato di fallimento, di liquidazione coatta amministrativa, in situazione di amministrazione straordinaria.
Tutte caratteristiche che servono a definire quanto e se l’impresa commerciale è sana, fondamentalmente. Con il certificato è possibile attestare la situazione dell’impresa, a livello legale.

Per contro l’impresa può anche richiedere, in casi specifici, certificato di “Assenza procedure concorsuali”.

Come richiedere il Certificato Camerale

Ci sono diversi modi per richiedere i certificati camerali:
in primis c’è chiaramente la possibilità di recarsi fisicamente alla propria Camera di Commercio d’appartenenza e rivolgersi agli sportelli dedicati – nelle sedi ed agli orari dedicati – munendosi di tanta pazienza e relativo numeretto.

Si possono chiedere le informazioni via telefono, sempre alla propria camera di commercio d’appartenenza, per poter effettuare una richiesta tramite posta ordinaria.

Un’alternativa per chi ha poco tempo è quella di richiedere il Certificato Camerale (o la Visura) direttamente online, tramite portali specializzati come ad esempio
Visureinrete.it. Lo riceverete in pochi minuti direttamente in mail e con tutti i diritti già assolti. Molto comodo.

Alla prossima puntata.

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Il Certificato Stato di Famiglia: cos’è e quando richiederlo

di SKA su ControInformazione il 6 aprile 2017, 23:22

In questo periodo particolarmente caotico e denso sotto il profilo familiare e personale, mi sono ritrovato a dover affrontare in più battute alcune questioni burocratiche particolarmente spinose (e noiose, ad onor del vero; altrimenti non sarebbe burocrazia).
Tra le tante questioni che ci si ritrova ad affrontare nella convivenza, nel matrimonio, alla nascita di un figlio c’è quella di dover quasi sempre avere a portata di mano il famigerato Certificato Stato di Famiglia, che viene richiesto in più battute per motivazioni di vario tipo. Ma andiamo per gradi, innanzitutto:

Cos’è il Certificato Stato di Famiglia

Il Certificato Stato di Famiglia riporta la composizione della famiglia anagrafica: un insieme di persone che vivono e coabitano all’interno di una stesso appartamento. Tutte le persone risultanti ad uno stesso indirizzo, in una medesima unità immobiliare, risulteranno in un unico stato di famiglia. In tale documento vengono quindi elencati i componenti del nucleo familiare che vivono allo stesso indirizzo, residenti nella medesima unità abitativa e ne specifica le informazioni relative (nome, cognome, data e comune di nascita, comune e indirizzo di residenza). Ha validità di 6 mesi dal rilascio.

Nonostante il termine “famiglia” possa portare a pensare alla classica composizione con genitori e figli, non è necessario essere legati da vincoli di parentela o essere coniugati. In un’unica famiglia anagrafica possono trovarsi più nuclei famigliari (chiamati infatti famiglia nucleare).

La legge recita così “agli effetti anagrafici per famiglia si intende un insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o da vincoli affettivi, coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso comune”: quindi, per intenderci, vi rientrano a pieno titolo anche coppie conviventi (etero ed omosessuali).

Ma a cosa serve il Certificato Stato di Famiglia?

Può essere richiesto per motivi ed adempimenti di vario tipo come ad esempio per la richiesta degli assegni famigliari ed è necessario sia nei rapporti con la Pubblica Amministrazione che tra privati. In questo caso il nucleo familiare diviene rilevante al fine di ottenere dei benefici economici o fiscali legati alla composizione del nucleo, come per l’appunto gli assegni di maternità.

L’esempio più concreto e diffuso di utilizzo è la compilazione del modello ISEE per quanto concerne i redditi dei componenti il nucleo famigliare, ma qui sotto elenco alcuni dei principali motivi per cui bisogna – o può essere necessario – produrre il certificato di stato di famiglia:

– per consegnarlo al datore di lavoro al fine dell’ottenimento degli assegni famigliari, se richiesto;
– al datore di lavoro in caso di assunzione;
– per la compilazione del modello ISEE;
– per la documentazione da allegare alla richiesta di un mutuo (serve a verificare se vi sono persone a carico e per avere un quadro del contesto familiare.);
– per l’ottenimento di una serie di benefici economici e/o fiscali (riduzioni nella tassazione, bollette ecc…)

Esiste e può essere richiesto con le medesime modalità anche un Certificato Stato di Famiglia originario (anche chiamato Certificato storico di Stato di famiglia) che fotografa una situazione una passata, ossia quella del nucleo familiare originario: cioè la composizione di una famiglia prima che i figli si sposassero o, comunque, andassero a vivere fuori di casa.

Il certificato di famiglia originario in questo caso diventa necessario – ad esempio – quando ci si trova nella necessità di dimostrare chi sono gli eredi di un defunto; in questa maniera è quindi possibile risalire a tutti i discendenti che concorreranno alla divisione dell’eredità (qualora ci sia).

Quando richiedere il Certificato Stato di Famiglia

Nonostante il certificato di stato di famiglia sia, ad oggi, uno dei documenti più richiesti dai cittadini, non tutti i comuni hanno le medesime procedure per quanto concerne il rilascio. La prima cosa da fare è armarsi di santa pazienza ed informarsi presso l’ufficio anagrafe del vostro comune di residenza. La maggior parte dei comuni necessita di una richiesta ufficiale e non in carta semplice.

La richiesta del certificato di stato di famiglia può comunque essere richiesta da chiunque, su se stesso o su qualsiasi altra persona. E’ sufficiente essere in possesso dei dati anagrafici del soggetto (nome, cognome e data di nascita). Fondamentale ed obbligatorio è indicare il luogo di residenza (comune e provincia): soltanto il Comune presso il quale il soggetto è anagraficamente residente può rilasciare lo stato di famiglia.

Il Certificato Stato di Famiglia viene rilasciato dal Comune presso il quale il soggetto risulta anagraficamente residente e per ottenerlo si può:

  • – recarsi all’ufficio anagrafe del Comune di residenza;
  • – richiederlo per posta elettronica certificata (PEC) inviata al proprio Comune di residenza all’indirizzo indicato sul sito dell’amministrazione;
  • -richiederlo online attraverso portali specializzati come ad esempio Evisura.it senza doversi recare agli sportelli: valido su qualsiasi Comune italiano ed inviato per e-mail

Spero di essere stato d’aiuto a tutti coloro che si trovano e si troveranno nella mia stessa situazione di panico da burocrazia.

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La responsabilità sui commenti degli utenti, cosa dice la sentenza

di SKA su Cose dette da altri, Notizie Commentate il 8 gennaio 2017, 12:20

Nella sentenza, infatti, non si afferma che il gestore del sito internet sia responsabile, automaticamente, sempre e comunque dei commenti diffamatori pubblicati dagli utenti attraverso le pagine del medesimo sito internet (come, peraltro, si legge nella sentenza n. 116/13 del GIP di Varese secondo cui “la disponibilità dell’amministrazione del sito Internet rende l’imputata responsabile di tutti i contenuti di esso accessibili dalla Rete, sia quelli inseriti da lei stessa, sia quelli inseriti da utenti; è indifferente sotto questo profilo sia l’esistenza di una forma di filtro (poiché in tal caso i contenuti lesivi dell’altrui onorabilità devono ritenersi specificamente approvati dal dominus), sia l’inesistenza di filtri (poiché in tal caso i contenuti lesivi dell’altrui onorabilità devono ritenersi genericamente e incondizionatamente approvati dal dominus)”).

I gestori dei siti sono sempre responsabili dei commenti? No, ecco cosa dice la nuova sentenza della Cassazione http://www.valigiablu.it/siti-commenti-diffamazione/

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Tutto quello che devi sapere sul referendum costituzionale | VICE News

di SKA su Cose dette da altri il 8 ottobre 2016, 15:37

Secondo le ultime rilevazioni, solo un cittadino su dieci dichiara di conoscere nel dettaglio i contenuti della riforma costituzionale, sulla quale gli italiani saranno chiamati a decidere il prossimo 4 dicembre. Tutti gli altri – nonostante se ne parli praticamente ogni giorno – la conoscerebbero a grandi linee, o non ne sarebbero nemmeno al corrente.

Se da un lato l’aver personalizzato il voto da parte del Governo ha certamente contribuito alla polarizzazione delle opinioni – facendo scivolare in secondo piano la sostanza della riforma -, dall’altro la materia su cui siamo chiamati a votare è davvero complicata.

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Maledetta Comfort Zone

di SKA su Cose dette da altri il 11 luglio 2016, 10:03

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Vivere, crescere, diventare dei cittadini come gli altri può diventare spesso una gabbia sempre più piccola e stretta, del quale dopo un po’ di tempo impariamo ad abituarci. Vedete come suona assurda questa frase? Abituarsi ad una gabbia significa aver perso tutta la nostra voglia di vivere esperienze nuove, di conoscere tutto ciò che di meraviglioso può esserci fuori da quelle sbarre.

In psicologia viene definita “Comfort Zone”, una coppia di anglicismi – forse anche ridondanti – che non significano altro che: abitudine e paura. Una zona di conforto in cui siamo convinti di sentirci tranquilli, sereni ed al riparo da eventuali rischi e pericoli. Una zona piena di oggetti, esperienze, persone e routine che fondamentalmente ci rassicurano, tenendoci al riparo da situazioni difficili e spaventose, che preferiremmo non affrontare.

Vivere nella propria Comfort zone significa accettazione di quei confini quotidiani autoimposti, da un’idea di sicurezza falsata dal ripetere le stesse azioni, frequentare gli stessi spazi, parlare solo con le stesse persone.

Ma come abbiamo iniziato? Spesso e volentieri questa zona di conforto rischia di diventare una gabbia piena di panico, che ci immobilizza e ci manda in panico nell’affrontare – per esigenza o piacere – nuove esperienze o persone.

Presa di coscienza

Primo passo per uscirne: consapevolezza. Osservare in maniera analitica ai mesi passati ci può fornire dei dettagli importanti. La scontentezza e la routine hanno fatto parte della maggior parte della nostra vita? Se si sente la necessità di oltrepassare i confini della nostra gabbia significa che ci siamo dentro con tutte le scarpe: abbiamo bisogno di novità e stimoli.

Cambio di rotta

Il passo più importante per sfuggire al nostro essere pigri e statici, per scoprire mondi che non conoscevamo, e che possono regalarci altre sensazioni. L’ultima goccia al momento di ciò che può essere definito lo “scavalcare” il recinto che divide il vecchio dal nuovo, lo statico dal dinamico, l’aridità dalla fantasia.

Cosa fare?

Appena fuori la nostra area di conforto c’è la zona in cui “accade la magia”. Non stiamo parlando di fantasia, ma di scienza. La comfort zone si manifesta quando abbiamo un basso livello di ansia, il che potrebbe sembrare positivo, ma non lo è.

Fare cose nuove stimola la dopamina nel cervello e l’adrenalina nel corpo, alzando il livello di ansia generale e rendendoci più vivi e produttivi.

Per stimolare l’adrenalina possiamo fare diverse attività che magari non abbiamo mai preso in considerazione per avere una scarica improvvisa di adrenalina:

Se vuoi iniziare da casa tua puoi guardare un film o un telefilm dell’orrore;  prova un videogioco avvincente e pieno di azione.

Ma soprattutto: Rischia. Non fare niente di pericoloso per la tua salute, ma puoi fare dalle cose più semplici come chiedere un appuntamento ad una ragazza o un ragazzo che ti interessano; salire su un palco del karaoke e cantare a squarciagola; iniziare un corso di ballo; scommettere su un match o giocare a un casino online per mettere in gioco te stesso e le tue abilità.

Fino ad arrivare ad esempio al paracadutismo o al bungee jumping in strutture controllate e con istruttori esperti. La scarica di adrenalina in questi casi è garantita.

Fare sempre nuove attività, scoprire cose nuove, spingersi sempre verso nuovi confini e limiti ci aiuta a mantenere il livello di ansia e di dopamina/adrenalina alti. Riusciamo ad restare fuori la nostra comfort zone, ma soprattutto: ci stiamo godendo tutto quello che ci mette a disposizione il mondo esterno.

Non bisogna cercare riparo nella monotonia e nella sicurezza apparente, ma uscire allo scoperto per entrare in contatto con la vita. Quella vera.

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Impasse – Diario di un venditore di niente #1

di SKA su Il Terzo Occhio il 24 giugno 2016, 23:49

“Difficoltà che non permette soluzioni o vie d’uscita.”
Pensieri notturni che si affastellano nella mente e decine di cose che succedono continuamente intorno, sempre difficili da sostenere, sempre difficili da controllare. Tra le centinaia di micro-riflessioni mi fermo alla parola ‘impasse’, che il fedele amico dizionario mi aiuta a definire in maniera chiara e lineare. Senza via d’uscita, per l’appunto. “Senza via d’uscita” è lo stato d’animo con il quale mi trovo a combattere la maggior parte delle volte; lo stato d’animo che si genera autonomamente quando la mente non ce la fa più a razionalizzare ogni singola fottutissima azione, reazione, movimento. Mi fermo e non so più dove andare.
Si perdono pezzi e lascio le macerie dietro di me, simulando un finto distacco che è invece un peso sul petto insostenibile la maggior parte delle volte. Vorrei, veramente vorrei, riuscire a riprendere in mano quella voglia di scrivere che si è nascosta in qualche anfratto tra le pieghe delle inutili idiozie che chiamo lavoro. È fuffa, è vacuità, sono un venditore di niente. E niente è quello che mi rimane in mano, in testa, sulla penna.
Le lunghe digressioni solipsistiche sono forse l’ultima meta al quale posso approdare per lasciarvi in consegna le migliaia di pensieri che mi attanagliano lo sterno e la gola, perché non ho altro argomento all’infuori di me. Sono imploso all’interno di un corpo che non sento più mio, perché è stato abbandonato dalla mente, giornalmente occupata ad elaborare metodi migliori e nuovi per vendere il niente che mi viene richiesto. Decine e decine di termini anglofoni, tecnici, economici per raccontarsi la stessa storia : tutto è merce, tutto è vendibile, compreso il nulla. E lo vogliono tutti, perché siamo tutti complici consapevoli.
Attorno sembrano succedere ogni giorno centinaia di accadimenti, ma la maggior parte di essi sono mediati da strumenti virtuali, digitali: vuoti. Il nulla di cui sopra. Si perdono amicizie attraverso il nulla, ci si scambiano migliaia di messaggi e sentimenti, si rompono rapporti. Ma non ‘sentiamo’ più veramente niente. Il nulla, il nulla, siamo noi.

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A Roma hanno privatizzato la democrazia – LIBERNAZIONE

di SKA su Cose dette da altri il 21 giugno 2016, 16:29

Il Sindaco, ciascun Assessore e ciascun consigliere assume altresìl’impegno etico di dimettersiqualora sia ritenuto inadempiente al presente codice di comportamento, al rispetto delle sue regole e dei suoi principi e all’impegno assunto al momento della presentazione della candidatura nei confronti degli iscritti al M5S, con decisione assunta da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio o dagli iscritti M5S mediante consultazione online.

http://libernazione.it/a-roma-hanno-privatizzato-la-democrazia/

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Davigo oltre il chiacchiericcio politico

di SKA su Antimafia, Cose dette da altri il 30 aprile 2016, 00:09

Nelle due interviste al Corriere e al Fatto Davigo ha parlato di questioni ben più importanti delle due frasi da chiacchiericcio da Bar dello Sport che hanno alimentato il dibattito – più giornalistico che politico – negli ultimi giorni. Valigia Blu le ha messe in fila, benissimo come sempre, sotto la giusta prospettiva.

Lotta alla corruzione: cosa fa il governo, cosa chiedono i magistrati http://www.valigiablu.it/magistratura-politica-corruzione/

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Tecnodipendenza e tecnostress: le nuove dipendenze dell’era digitale

di SKA su ControInformazione, Notizie Commentate il 11 aprile 2016, 16:03

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Lo stress tecnologico colpisce in media un italiano su quattro e influisce sulle prestazioni, sul carattere e sulla salute delle persone. È legato alla paura o all’ansia provocata dall’uso della tecnologia o all’abuso della stessa.

Lo stress tecnologico o tecno-stress è il termine con cui ci si riferisce alle persone che avvertono qualche paura o ansia nell’imparare a utilizzare le nuove tecnologie e si verifica comunemente in quelle maggiori di 40 anni. Tuttavia non si limita solo a questo segmento, giacché colpisce qualsiasi persona cui è affidata un’attività alla quale non è abituata e che richiede l’uso di particolari conoscenze tecnologiche.

Di seguito riportiamo alcuni esempi di attività che stanno “migrando” verso la gestione digitale:

Acquisto di biglietti per concerti.
Prenotazione alloggi o acquisto di biglietti aerei.
Procedure di trasmissione di documenti pubblici.
Banking digitale.

Attività professionali parallele alle quali non eravamo abituati:

Gestione e uso dei social network.
Utilizzo di Google Drive/ WeTransfer / Altro
Conferenze via Skype, Hangouts, altri.
Trasformazione di documenti (da Word in PDF)
Trasmissione di documenti via Bluetooth / Wifi
Utilizzo dei servizi Netflix o stream vide.
Farsi un “selfie”.

La tecnodipendenza rappresenta una specifica tipologia di tecno-stress attribuito all’uso compulsivo che caratterizza le persone che sentono il costante bisogno di essere collegate in ogni momento e in ogni luogo alla rete per attività legate al social networking, giochi online, siti di scommesse, siti di incontri e relazioni, pornografia, musica, video e altro ancora.

Il tecnodipendente è quella persona che oltre a trascorrere molte ore su internet e esporsi al contatto e all’interazione con estranei (nel caso dei ragazzi a temi come “sexting”, “Grooming” o “Ciberbullyng” ), vuole essere sempre al passo con gli ultimi progressi tecnologici e finisce per essere “dipendente” dalla tecnologia, che diventa l’asse su cui struttura la propria vita.

Una delle principali cause del tecnostress e della tecnodipendenza è il cambiamento di quei processi che sono stati tradizionalmente eseguiti senza la tecnologia e che comportavano un’azione personale da parte dagli utenti, accompagnate dalla dipendenza che si sviluppa in coloro che  usano dispositivi, social network e “gadgets” che li rendono dipendenti dalla connessione e dalla funzionalità offerta dalla tecnologia, limitando la loro capacità di svolgere attività senza essere connessi.

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Come identificare un tecnodipendente? Ecco alcune caratteristiche:

Posticipare o ritardare delle attività lasciandole in sospeso.
Perdita del senso del tempo e della puntualità.
Tendenza a cambiare in maniera compulsiva dispositivi elettronici per “essere alla moda” .

E’ utente di tutti i nuovi social network.
In incontri sociali passa più tempo collegato al suo dispositivo mobile che a interagire con la gente.
Se non dispone di una connessione a Internet, cambia d’umore e si sente stressato.
Basso rendimento scolastico o nel lavoro.
Incapacità di lavorare senza essere connesso a  internet.

Modi per prevenirla o curarla:

Riprogrammare la routine e stabilire dei limiti per la connessione. (Esempio: massimo 2 ore al giorno o a partire dalle 18:00  “starò scollegato” ).
Installare delle applicazioni che controllano il tempo e il contenuto a cui si accede.
Riposare dopo essere stati connessi per almeno 30 minuti.
Dedicarsi ad hobby non legati alla tecnologia.
Rafforzare la comunicazione personale.
Uscire senza cellulare.

Far dipendere le proprie azioni e attività dagli strumenti tecnologici colpisce ripetutamente l’esecuzione del lavoro e delle relazioni personali. Fermatevi  a pensare tutto quello che state perdendo per l’uso eccessivo della tecnologia e ripensate le vostre priorità, senza essere schiavi di strumenti digitali. La tecnologia è cosa buona solo se usata responsabilmente e senza esagerare, come tutte le cose di questo mondo, d’altronde.

Leggi il testo integrale sulla Tecnodipendenza pubblicato da GamingReport

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Referendum trivelle: votare informati (da Valigia Blu)

di SKA su ControInformazione, Cose dette da altri il 21 marzo 2016, 12:46

Il dibattito sul cosiddetto “referendum anti-trivelle” si è caricato, in queste settimane, di significati politici e simbolici che vanno al di là della stessa questione (tutto sommato limitata) oggetto del quesito referendario. Nel confronto tra le ragioni del sì e quelle del no, o dell’astensione, si è finito spesso per prendere di mira non le tesi, ma i loro sostenitori, finendo per parlare di questioni molto più ampie, come il fabbisogno energetico, l’inquinamento ambientale, i consumi. Da una parte si è evocato il rischio della “marea nera” o dei danni al turismo, dall’altra quello della perdita di posti di lavoro e della fine di un intero settore economico e industriale (in una polemica contro l’“ambientalismo ideologico” e l’“Italia dei no”). Abbiamo, perciò, messo in in fila alcune delle affermazioni che in queste settimane sono state pronunciate a sostegno del sì e del no, convinti che la correttezza degli argomenti utilizzati in una discussione sia indispensabile per comprendere il tema e quindi votare in modo consapevole.

Referendum Trivelle: le ragioni del Sì, le ragioni del No. Votare informati http://www.valigiablu.it/referendum-trivelle/

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Professioni emergenti, il caso dello specialista in risorse umane

di SKA su Notizie Commentate il 15 marzo 2016, 12:49

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In un momento di grande attenzione alle professioni del futuro, il settore delle risorse umane rappresenta un’opzione di grande prestigio per poter ottenere un posto di lavoro che possa dare grandi soddisfazioni a livello professionale ed anche economico. Stando all’HR Barometer di Michael Page, infatti, i prossimi dodici mesi vedranno una massiccia apertura alle assunzioni di specialisti in risorse umane, accompagnata anche da una crescita degli stipendi medi. D’altronde parliamo di una figura che, come vedremo più avanti, risulta fondamentale per il corretto funzionamento dei meccanismo aziendali.

L’importanza del conseguimento della giusta laurea

Le lauree in economia sono senza dubbio quelle che garantiscono gli sbocchi lavorativi migliori e meglio pagati. Analizzando la scheda del corso di laurea in economia dell’università Unicusano, ad esempio, osserviamo che tale percorso di studi, attraverso una serie di materie aziendali, economiche, matematico-statistiche e giuridiche intende fornire agli studenti una conoscenza completa formandoli per intraprendere la carriera di specialista in risorse umane. Parliamo di una professione prestigiosa che permette anche notevoli avanzamenti di carriera: se è vostra intenzione conseguire un titolo di studio che vi permetta di accedere a questa professione, dovrete iscrivervi ad una laurea in economia che sia rilasciata da una università prestigiosa.

Chi è lo specialista in risorse umane

Lo specialista in risorse umane è una figura che si occupa principalmente dell’amministrazione del personale, sia da un punto di vista legale (cessazione dei rapporti di lavoro, stipula dei contratti d’assunzione), sia da un punto di vista umano. In questo senso, lo specialista in risorse umane ha il compito di valutare il rendimento di chi lavora in azienda, di proporre eventuali promozioni e di selezionare i nuovi candidati durante i colloqui. Infine, questa figura specializzata ha anche il compito di formare il personale e di definire i ruoli per i quali i lavoratori sono più portati. In altre parole, lo specialista in risorse umane è anche un importantissimo talent scout: la sua presenza all’interno di un’azienda può fare la differenza a livello di competizione con i concorrenti, scovando le menti migliori e formandole secondo uno spirito orientato al raggiungimento di obiettivi comuni.

Quanto guadagna lo specialista in risorse umane

Lo specialista in risorse umane non solo è una professione con un’alta probabilità di contratto a tempo indeterminato, ma è anche una figura che guadagna davvero bene. Stando ai dati raccolti da Almalaurea, infatti, questo specialista guadagna in media 1.400 euro al mese, con la possibilità di fare carriera e di ottenere un contratto più ricco.

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Street Artist #Blu Is Erasing All The Murals He Painted in #Bologna

di SKA su Cose dette da altri il 12 marzo 2016, 15:50

Blu cancella i pezzi dipinti a Bologna nel corso di quasi vent’anni., per protesta contro la volontà di privatizzazione delle opere d’arte di strada da parte di alcune lobby di potere bolognesi. Wu Ming spiegano tutto qui sotto.

Action against the rich and powerful who take street art off the street. English version below.] Il 18 marzo si inaugura a Bologna la mostra Street Art. Banksy & Co. – L’arte allo stato […]

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Pro e contro il referendum sulle trivellazioni – Il Post

di SKA su Cose dette da altri, Notizie Commentate il 8 marzo 2016, 14:43

Per cosa andremo a votare in aprile, spiegato bene, e cosa dicono quelli che chiedono di votare sì e quelli che chiedono di votare no

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Forse padre Pio non era tutto questo santo | VICE | Italia

di SKA su Cose dette da altri il 11 febbraio 2016, 13:44

Più o meno chiunque ha una vaga idea di chi fosse padre Pio e delle controversie che l’hanno interessato. Meno note, invece, sono le fasi veramente cruciali nella costruzione del mito. Abbiamo provato a ricostruirle.

Nella sconfinata mole di libri prodotti sul frate cappuccino—dalle agiografie ai testi in cui la critica sfocia nel complottismo—ce ne è uno che aiuta a farsi un’idea abbastanza obiettiva: si tratta di Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento, un libro critico ma ricercato e senza eccessi polemici, del già citato Sergio Luzzatto, uscito nel 2007 per Einaudi.

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Il testo del disegno di legge Cirinnà – 2081

di SKA su Notizie Commentate il 10 febbraio 2016, 15:06

Un post semplice, veloce e che si rifà a quello che su questo blog si faceva in maniera molto più costante fino ad un po’ di tempo fa: citare e condividere le fonti originali. Non si tratta di un mero vezzo giornalistico, ma di una prassi praticamente ormai sommersa dai lunghi editoriali, le opinioni e dei “secondo me”.

Sulla questione di merito, ossia la regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze , così come viene definita nell’oggetto del disegno di legge in questione non c’è molto altro da aggiungere. Il primo dato fondamentale è che si tratta di un (ennesimo) atto dovuto da parte delle istituzioni più progressiste per andare a riempire, finalmente, un vuoto legislativo che lascia l’Italia praticamente isolata tra i paesi occidentali. Non possiamo permetterci di non avere una qualsiasi regolamentazione in merito: anche una che vada a sfavore delle unioni civili sarebbe meglio del nulla attuale.

Come spesso è successo in disegni di legge, poi diventati legge a tutti gli effetti, la “Cirinnà” non fa altro che fotografare una situazione già esistente nella società civile italiana e al tempo stesso si chiede: che diritti hanno o avranno queste persone, questi figli, che vivono già come una famiglia? Per renderlo ancora più comprensibile bisognerebbe volare molto più bassi durante la discussione, probabilmente evitare di scomodare parole come “dignità umana” e consimili, soprattutto da parte dei favorevoli, perché si tratta di una questione legislativa e quindi con significati molto più tecnici e pratici che emotivi. I nostri-bambini e la “stepchild adoption” sono falsi problemi, inseriti nella discussione dai conservatori più bigotti e meno lungimiranti per allontanare l’attenzione dalla questione reale dei diritti fondamentali. Perché nel 2016 sono diventati anche quelli i diritti fondamentali dell’uomo, ficcatevelo bene in testa.

Noi favorevoli e progressisti dovremmo partire dal semplice presupposto che abbiamo ragione e che ogni altra opinione in merito, in particolare quelle contrarie, non hanno motivo di esistere. Esistono soltanto perché glielo stiamo concedendo noi; quelle piccole ed insignificanti sacche di resistenza reazionaria spariranno come sono sempre sparite nelle battaglie passate: in Italia siamo soltanto molto più lenti.

Anche i più accaniti conservatori italiani dovranno rassegnarsi come hanno già fatto per il divorzio, il divorzio breve, l’aborto, i diritti per i conviventi. Andando ad usare le parole di David Cameron in supporto del matrimonio omosessuale (nel 2011): «Io non sono a favore del matrimonio gay nonostante sia un conservatore; io sono a favore del matrimonio gay perché sono un conservatore».

Resta evidente che senza qualcuno pronto a combattere quelle battaglie non vinceremo (e non avremmo vinto) mai, quindi mai come oggi è necessario spingere verso la direzione del progresso civile in maniera ancora più decisa perché i tempi sono giusti ed il terreno è pronto: farsi sfuggire l’occasione, proprio oggi, per essere annoverati tra i paesi più evoluti in tema di diritti civili sarebbe una sconfitta ancora più dolorosa.

Basta opinioni. Vi lascio alla lettura del testo integrale. E poi sì, esprimete pure la vostra opinione.

Leggi il testo integrale del disegno di legge 2081 – Cirinnà

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Multitasking is Killing Your Brain — Life Tips. — Medium

di SKA su Cose dette da altri il 8 febbraio 2016, 12:05

Many people believe themselves to be multitasking masters, but could it all be in their heads?

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Privacy Shield, ovvero come l’Europa ha svenduto i diritti europei agli Usa

di SKA su Cose dette da altri il 8 febbraio 2016, 11:45

Il 2 febbraio l’Unione Europea e gli Usa annunciano di aver raggiunto un accordo sul trasferimento dei dati tra UE e USA. La Commissione Europea e il Segretario al Commercio per il governo americano presentano il Privacy Shield che andrà a sostituire il Safe Harbour invalidato a seguito dell’importantissima sentenza della Corte di Giustizia Europea dell’ottobre del 2015, con la quale la Corte, in contrasto con la politica della Commissione, ha accolto il ricorso di Max Schrems contro il Garante irlandese e, in conseguenza della decisione, ha sostenuto che la Commissione europea nel 2000 ha ecceduto i poteri conferiti dalla Direttiva europea 95/46 adottando l’accordo Safe Harbour.

 

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Scommettere online: fenomeno di costume e realtà economica

di SKA su Notizie Commentate il 25 gennaio 2016, 12:15

Per una questione di praticità e di comodità, nel secondo millennio la scommessa sportiva è diventata online e si è sostituita a poco a poco alla tradizionale schedina giocata presso i punti territoriali autorizzati. In Italia la scommessa online è un fenomeno di costume e gli scommettitori abituali sono diventati a loro volta dei veri e propri professionisti del guadagno online realizzato attraverso i siti bookmakers. Gli scommettitori online più esperti sono degli studiosi che analizzano nei minimi particolari gli eventi sportivi in programma per poi elaborare un pronostico personale ottenuto partendo da dati ben precisi da incrociare con quelli presenti sul bookmaker di riferimento. Nel caso specifico di un evento calcistico, pagina calcio scommesse su William Hill stabilisce per ogni scommessa delle quote che potrebbero essere successivamente modificate in sede di scommessa live tenendo conto di situazioni particolari come infortuni, luogo dell’incontro o formazioni in campo.

La scommessa live, prevista soltanto per alcune partite, è quel tipo di scommessa che consente di puntare anche all’ultimo minuto, durante il corso dell’evento, questa sua particolarità la rende molto apprezzata dagli scommettitori più esperti. Gli scommettitori del web si dividono in due grandi blocchi, ci sono quelli più cauti e quelli che invece amano sentire sulla loro pelle il brivido del rischio. Lo scommettitore cauto, di solito, preferisce scommettere il suo denaro su un evento con alte probabilità di successo e di conseguenza si accontenta di vincite poco significative, mentre lo scommettitore intraprendente ama scommette su un evento con scarsa probabilità di successo in maniera tale da riuscire a realizzare vincite più consistenti avvalendosi di quote alte. La condizione essenziale per scommettere legalmente tramite un bookmaker online è quella di essere maggiorenni, in questo caso si potrà procedere direttamente all’iscrizione indicando i dati personali e bancari su un modulo di registrazione elettronico intuitivo e veloce.

Una volta che si dispone di un profilo cliente e di un conto di gioco attivo, cioè con deposito di denaro pienamente sufficiente, si possono realizzare online diverse tipologie di scommesse singole o multiple che a loro volta prendono in considerazione l’esito finale 1X2, l’esito esatto, i risultati parziali, i gol realizzati, i no gol, la somma di gol, l’under, l’over, la scommessa con handicap, il pari e dispari e poi ancora tantissime altre scommesse tutte da scoprire e da consultare facilmente sul sito. Secondo alcune statistiche in merito alle preferenze degli scommettitori online, pare che la scommessa più gettonata sia quella sull’esito finale 1X2 , in cui se viene indicato 1 si pronostica la vittoria della squadra in casa, se viene indicata X il pareggio e se si indica 2 la vittoria della squadra che gioca fuori casa, tutto ciò prendendo comunque in considerazione l’esito della partita al termine dei tempi regolamentari. Scommettere online è semplice e in questo tempo di crisi viene visto come un metodo alternativo per arrotondare lo stipendio tentando la fortuna in un ambiente legale e munito di tutte le autorizzazioni governative necessarie.

Gli italiani e il gioco. L’ultimo rapporto Eurispes ad affrontare il tema è quello del 2014, dal quale si evince che per il  34,5% degli intervistati il gioco è puro e semplice divertimento; mentre per il 12,1% è l’occasione per cercare momenti di emozione. Tra le motivazioni principali che spingono a tentare la giocata ci sono ovviamente la speranza o l’attesa di poter ottenere una vincita in denaro: è così per quasi la metà delle persone che giocano, dal momento che il 32,7% è interessato al gioco per ottenere una grossa vincita e il 15,6% punta a beneficiare di risorse economiche in modo più facile.

Quando il gioco si fa troppo duro. Ad aver perso moti soldi al gioco sono il 10,1% degli intervistati con una prevalenza degli uomini rispetto alle donne (12,8% vs 6,5%). In generale, se il 72,1% degli intervistati dichiara di non aver mai chiesto denaro in prestito per il gioco, il 18,2% lo ha fatto qualche volta e il 4,7% quasi mai.

Ludopatie in agguato. Quando da divertimento il gioco diventa un serio problema, difficilmente si ricorre all’aiuto di personale specializzato. I risultati mettono in luce che nella maggior parte dei casi (52,9%) si sceglie ancora di affrontare in maniera empirica autonomamente l’insorgere di una ludopatia.

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Cosa ci racconta di noi il nuovo Poynter.org

di SKA su Cose dette da altri il 16 gennaio 2016, 12:26

Il nuovo Poynter è bellissimo.
Ne parla Luisa Carrada.

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WTF?

Giornalista, web designer e pubblicitario. Da blog di protesta negli anni in cui i blog andavano di moda, questo spazio è diventato col tempo uno spazio di riflessione e condivisione. Per continuare a porsi le giuste domande ed informare se stessi.