Propaganda fascista: la proposta Fiano, il dibattito e le criticità. “Un pasticcio senza senso” – Valigia Blu

di SKA su Cose dette da altri il 13 luglio 2017, 12:23

Il disegno di legge che introduce il reato di propaganda del regime fascista e nazifascista è al centro di un’accesa polemica. Cosa prevede il Ddl, il dibattito e quali sono le criticità del provvedimento secondo alcuni esperti: “Un pasticcio senza senso e in parte incostituzionale”.

Sorgente: Propaganda fascista: la proposta Fiano, il dibattito e le criticità. “Un pasticcio senza senso” – Valigia Blu

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Scegliere la carta di credito aziendale: qualche consiglio

di SKA su Notizie Commentate il 17 giugno 2017, 16:18

Da libero professionista e consulente per le aziende mi trovo spesso ad affrontare problematiche che spesso esulano dai consueti temi del marketing – digitale e tradizionale – e delle strategie di comunicazione online. Talvolta, sia essendo un manager d’azienda o un semplice libero professionista, può capitare di trovarsi in difficoltà con questioni ordinarie come ad esempio la scelta della carta di credito aziendale.

La carta di credito aziendale può essere richiesta ed utilizzata tranquillamente sia essendo dei liberi professionisti – titolari di partita iva, ovviamente – piccole ditte individuali che, come nei casi più comuni, essere titolari di un’azienda di piccole o medie dimensioni con dei dipendenti. La carta di credito aziendale diventa lo strumento più comodo ed utile per tenere sotto controllo le spese dei dipendenti, ma anche per consentire loro di avere autonomia per le transazioni quotidiane soprattutto se si hanno alle dipendenze responsabili commerciali, account, buyer o in generale dipendenti che escono dall’azienda spesso. Poter effettuare e tenere sotto controllo ogni voce di spesa, ad oggi è abbastanza semplice.

Esistono comunque due tipologia di carte aziendali, che bisogna prendere in considerazione per poter scegliere, che hanno funzioni ed obiettivi differenti. Esiste la possibilità di intestare la carta direttamente al dipendente, oppure mantenere l’intestazione direttamente all’azienda.

Nel primo caso – con intestazione diretta al dipendente – si intende la carta aziendale come un benefit da parte dell’azienda: gli importi vengono addebitati direttamente sul conto del dipendente, ma a pagare i costi di gestione (ad es. canoni) sarà l’azienda.

Nel secondo caso la carta aziendale viene concessa al dipendente da parte dell’azienda, che ne rimane comunque l’intestataria. Questo è l’utilizzo più comune nei casi di trasferte dei dipendenti, sia per consentire di effettuare delle spese che sarebbero comunque a carico dell’azienda, sia per controllare adeguatamente tutte le transazioni.

Tra le carte esistenti ci sono le carte di credito a saldo o le prepagate, ma consiglio sempre le prime perché con le prepagate ci sono troppi costi di ricarica a causa delle continue transazioni (al contrario: se siamo una piccola azienda con dipendenti che escono raramente, la carta di credito prepagata potrebbe essere la scelta più giusta.)

Se abbiamo scelto la carta di credito a saldo possiamo iniziare a comparare alcuni fattori per scegliere la soluzione migliore. I parametri più importanti da prendere in considerazione ci sono: i costi di commissione, l’imposta di bollo, l’ammontare del canone, il costo per l’invio dell’estratto conto (ad esempio, spesso con il solo invio elettronico il costo è zero).

Ovviamente questa è solo la prima parte del consiglio: la prima analisi da effettuare è quella relativa alle caratteristiche della carta, i benefit specifici di cui abbiamo bisogno in base alle peculiarità dell’azienda stessa (o del libero professionista). Si fanno molte trasferte? Si fanno molti pranzi di lavoro? Il reparto logistica ha bisogno della massima libertà negli spostamenti, quindi pagamento dei caselli autostradali o del rifornimento di carburante? In base a tutta questa serie di domande avrete la possibilità di scegliere quale carta aziendale scegliere tra le proposte esistenti.

Ad oggi praticamente tutte le società che offrono carte di credito aziendali, come ad esempio le carte di credito Diners, consentono di poter controllare le spese e gestire la disponibilità di fondi direttamente online.

Da consulente dei sistemi comunicativi consiglio in tal caso, per strano che possa sembrare, di effettuare un’analisi interna tra i dipendenti dei settore contabilità – saranno coloro che avranno più a che fare con la questione – per comprendere il grado di abilità con i sistemi online e secondo poi scegliere quali sono le interfacce online più usabili e performanti. Uno studio di usabilità e di architettura della comunicazione fatto a priori sulle interfacce online, con la collaborazione dei dipendenti, limiterà di molto le frustrazioni quotidiane nell’uso del gestionale nonché un’ottimizzazione della tempistica lavorativa. In soldoni: un’interfaccia intuitiva, agile e facile da comprendere consente di risparmiare tempo e denaro (ad esempio il dipendente non sarà costretto a chiamare il servizio clienti così tanto, come succede invece spesso). Quindi scegliete e fate scegliere con la massima attenzione.

Una volta scelto sarà sufficiente recarsi nell’istituto di credito che riteniamo più affidabile – o contattare un responsabile, qualora sia previsto l’appuntamento in azienda – fornire alcune credenziali creditizie che verranno indicate dalla filiale e poco dopo avremo attiva la nostra (o le nostre) carte di credito nuove di zecca. Ricordatevi sempre di scegliere in base alle vostre esigenze specifiche, facendo attenzione agli eventuali costi nascosti o non necessari.

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La percezione sociale del gioco d’azzardo in Italia e le sue sfaccettature

di Camerata Stizza su Notizie Commentate il 8 giugno 2017, 16:22

La Fondazione Bruno Visentini, organizzazione specializzata nella ricerca giuridico-economica, ha pubblicato un rapporto intitolato “La percezione sociale del gioco d’azzardo in Italia”. Lo studio è stato incaricato dalla Fundaciòn CODERE, multinazionale spagnola di riferimento nel settore del gioco privato, ed è stato coordinato da Fabio Marchetti e Luciano Monti, Condirettori scientifici della fondazione.

L’obiettivo del presente Rapporto è quello di fornire un’analisi chiara, dettagliata e puntuale del gioco d’azzardo in Italia libera da preconcetti, che possa andare incontro alle duplici esigenze dei policy-makers e degli esperti del settore, al fine di meglio comprendere i comportamenti della popolazione italiana in relazione alle pratiche di gioco d’azzardo e, nel corso degli anni a venire, offrire una serie storica che permetta di cogliere l’affermarsi di nuove percezioni da parte dei consumatori”, si legge in un estratto dello studio compiuto dalla Fondazione Bruno Visentini attraverso il quale si è voluto provare a dare una risposta alle domande: chi sono i consumatori di giochi d’azzardo? Quanti anni hanno? Da quale macroarea del Paese provengono? Che livello di istruzione hanno conseguito? Quale è la loro professione e il loro livello di benessere? Ogni quanto giocano e quali giochi preferiscono?

La relazione, presentata durante convegno tenutosi giovedì 11 maggio presso la Sala delle Colonne di LUISS, che si basa su un’analoga ricerca effettuata dall’Università Carlos III di Madrid, compie un’analisi (a cura di IPSOS) sul gioco “fisico” e online in Italia. Alla ricerca hanno partecipato 1.600 intervistati e l’analisi è stata compiuta a livello di genere, territoriale, così come per classi di età e sociale. Il “Rapporto 2017” evidenzia che in Italia, il 44% dei cittadini di età compresa tra 18 e 75 anni ha giocato d’azzardo almeno una volta nel corso dell’ultimo anno. Solo lo 0,9% di questi (secondo il PGSI, Indice di gravità del gioco problematico) possono essere considerati come giocatori problematici.

Il gioco preferito dai giocatori italiani  è il Gratta & Vinci, il 62,8% di consumatori che vi hanno fatto ricorso. Segue la Lotteria Italia, più popolare tra le donne e il Superenalotto più apprezzato invece dagli uomini. La maggior parte delle giocate sono effettuate su Newslot e Videolottery sulle quali si concentra quasi il 50% delle giocate e forniscono  i contributi più significativi in termini di raccolta. Le slot machine sono al vertice della catena di montaggio della filiera, come testimoniano i numeri riassunti in un articolo pubblicato da Raffaelloeurbino: “alla fine dello scorso anno erano attive sul territorio italiano l’Italia 418.000 slot machine presenti in oltre 83.000 punti vendita, per un fatturato pari a 25.900 milioni di euro e dal quale lo Stato ha raccolto 3.300 milioni di euro”. Nella relazione è stata messa in rilievo la conclusione che per quanto riguarda il gioco il consumo non rappresenta un problema. Ciò che può essere considerato problematico è invece l’eventuale abuso o il gioco non regolamentato.

A tal proposito è stato fatto un paragone con il vino, uno dei prodotti più diffusi in Italia dal quale è emerso che oltre 1 italiano su 2 di età di 11 anni e più ha ammesso di averlo bevuto almeno una volta nell’ultimo anno; solo il 2,4% di queste persone consuma oltre ½ litro al giorno. Il 4,8% dei cittadini di età compresa tra i 25 e 44 anni ha dichiarato di consumare abitualmente bevande alcooliche. La percentuale scende al 3,1% se si considerano solo le donne (ISTAT, Indagine sulla vita quotidiana, 2016). La conclusione cui si è giunti è che, come abbiamo suddetto, come per il vino, anche per il gioco d’azzardo non è il consumo il problema, ma il suo eventuale abuso o utilizzo non regolamentato: giocare on line mentre si guida è pericoloso come farlo con un tasso alcolemico superiore a quello consentito. Entrambi i prodotti rivestono una particolare importanza per lo stato dal punto di visto economico: il gioco d’azzardo rappresenta l’1,1% del PIL nazionale, mentre il vino genera lo 0,6%.

Spostando l’attenzione a livello territoriale, è stata constatata una significativa divergenza di risultato tra la quantità di coloro che giocano, concentrata maggiormente nel Mezzogiorno e nelle Isole, e la quantità di spesa media pro-capite giocata, che vede prevalere il Nord Italia e, in particolare, la Lombardia.

Inoltre, secondo i dati del rapporto FBV non è vero che le persone meno abbienti hanno una maggiore inclinazione verso il gioco, anzi, sono proprio i cittadini con un livello di benessere e istituzione più elevato a giocare di più (il 5,45% quotidianamente, il 7,73% almeno una volta a settimana) Tra i laureati il 47% è risultato essere consumatore di gioco d’azzardo.  La relazione riporta che “Gioco e Sviluppo non sono tra loro in contraddizione” poiché possono essere considerati componenti del benessere.

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La cassazione non ha detto che Riina va scarcerato

di SKA su Cose dette da altri, Notizie Commentate il 6 giugno 2017, 10:31

La Cassazione ha dunque annullato la decisione del tribunale di sorveglianza di Bologna con rinvio: ha dato cioè un giudizio di legittimità sul caso e non di merito, affermando che il tribunale di Bologna dovrà verificare di nuovo, motivando adeguatamente, l’eventuale compatibilità delle condizioni generali di salute di Riina con la detenzione carceraria. E dovrà farlo tenendo conto, nei confronti di Riina, del rispetto dei principi stabiliti dalla Costituzione.”

Tutta la storia spiegata bene qui:

http://www.ilpost.it/2017/06/06/cassazione-toto-riina-bologna/

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Il gioco Online in Italia

di Camerata Stizza su Notizie Commentate il 29 maggio 2017, 11:19

Le ultime statistiche riguardanti il gioco d’azzardo online nel mondo sono chiare: si tratta di uno dei pochissimi settori in espansione, forse quello con la crescita maggiore in assoluto. In tutti gli stati “occidentali” ed in quelli in espansione (Cina, India, Malesia) la crisi economica, l’impoverimento dei rapporti interpersonali ed il miraggio di ricchezza rapida e facile han portato sempre più gente al gioco d’azzardo.

Il record di dipendenza patologica dal gambling appartiene, pare, ad Hong Kong, con ben una persona su venti alle prese con una forma più o meno grave di ludopatie del genere. Se il dato nel lontano est asiatico non vi impressiona poi così tanto, andiamo a vedere il dato italiano: nel Bel Paese gioca ben l’un per cento della popolazione (percentuali alla mano, tanto quanto negli Stati Uniti d’America). Ben 80.000 sono coloro a rischio elevato di dipendenza, cifre che salgono a 2 milioni se consideriamo tutti coloro esposti ad un rischio minimo.

Da noi nel 2009 l’attivo delle aziende che si occupano d’azzardo è incrementato di ben il 40%, spostando peraltro l’interesse di questa fetta sempre più consistente della popolazione da giochi che considerassero in un certo qual modo una richiesta minima di abilità o conoscenza (ad esempio il Totocalcio od il poker stesso) a giochi più puramente di gambling, ovvero in cui la fortuna la fa da completa padrona. Basti pensare alla Lotteria Italia prima, al Superenalotto poi, alle infinite tipologie di Gratta&Vinci e Win For Life, oppure a casinò online come ad esempio Voglia di Vincere software del casinò. Un settore in cui lo stato ha pensato bene di metter lo zampino, rendendo legale una mania che, se per una grandissima fetta di popolazione è solo un passatempo, per alcuni può trasformarsi in un incubo, tra conti da saldare e carte di credito improvvisamente vuote.

Come ogni cosa, il gioco deve essere affrontato con equilibrio e morigeratamente, in modo che continui ad esser non un incubo, ma un divertimento. Ed in questo modo, questo gioco fatto per metà di fortuna e per metà di psicologia può anche esser il divertimento migliore.

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Allenare la mente con i giochi online

di Camerata Stizza su Cose dette da altri il 25 maggio 2017, 11:34

La routine quotidiana, lo stress, il poco tempo per leggere, studiare o dedicarsi a qualche attività culturale sono tutte realtà che ci assalgono ogni giorno. Questo stile di vita, sempre di corsa e colmo di impegni, porta molte persone a non riuscire a dedicare del tempo alla propria salute mentale. Da quello che risulta dalle ultime ricerche però anche svolgere un semplice gioco online ci permette di allenare alcune abilità del nostro cervello, come ad esempio la memoria, il problem solving, la rapidità, la vista.

Quali giochi

Sono tantissimi i giochi disponibili in rete che permettono di allenare i nostri sensi, l’acuità di pensiero e visiva, la capacità di comprendere i problemi e di risolverli in modo originale. Non serve avere ore di tempo ogni giorno, anche perché buona parte dei giochi più adatti ad allenare la mente si possano praticare anche solo per pochi minuti: il massimo del divertimento in tempi brevi e con ottimi vantaggi per il nostro sviluppo cerebrale. Quale gioco scegliere? Beh, molto dipende dai gusti, in quanto conviene sempre scegliere un gioco che piace e diverte, che si possa svolgere con grande passione e piacere, senza costrizioni. Alcuni giochi sono più adatti ad allenare la mente rispetto ad altri, ma se vengono svolti controvoglia i vantaggi diminuiscono rapidamente, così come il desiderio di applicarvisi.

Al computer o al telefono

La grande diffusione degli smartphone ha portato all’ampliarsi dei giochi che si possono svolgere con questo tipo di dispositivo. Oggi la gran parte dei giochi che si possono fare online hanno una versione mobile, da praticare tramite una comoda app da scaricare, spesso totalmente gratuita. Giocare dallo smartphone è una possibilità che rende ancora più semplice sfruttare questo tipo di allenamento per il cervello; lo smartphone è infatti sempre con noi e ci permette di giocare anche durante l’intervallo pranzo, o alla pausa caffè, o anche per periodi di tempo molto brevi nel corso della giornata.

I giochi di carte allenano la mente

Tra i giochi che meglio si adattano al compito di allenare la nostra mente ci sono sicuramente quelli che si effettuano con le carte. Questo tipo di giochi sono da tempo disponibili anche online, sul computer fisso di casa o anche con lo smartphone. Per giocare ai migliori giochi di carte si può scaricare il software gratuito del casinò, che permette anche di scommettere in modo intelligente e responsabile.

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ONG e migranti, un lungo approfondimento 

di SKA su ControInformazione, Cose dette da altri il 25 maggio 2017, 07:59

Negli ultimi due mesi le Organizzazioni non governative, che soccorrono i migranti lungo la rotta centrale del Mediterraneo, sono state accusate di collusione con i trafficanti e di incentivare, con la loro presenza, le partenze dei barconi dalla Libia verso l’Italia. Si è innescato un dibattito acceso che ha coinvolto istituzioni, giornalisti, politici e magistrati. Questo lavoro di approfondimento affronta in maniera dettagliata le questioni emerse, ricostruendo attraverso un’analisi critica il dibattito pubblico, le ipotesi avanzate dal procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro nei confronti delle ONG, chi sono le organizzazioni non governative nel mirino delle procure e come funzionano e il complicato scenario internazionale in cui si inserisce tutta questa vicenda.”

Un lungo e dettagliato approfondimento sulla questione da parte di Valigia Blu, per districarsi tra tutte le informazioni e capirci qualcosa. 

Continua a leggere qua sotto.  

ONG, migranti, trafficanti, inchieste. Tutto quello che c’è da sapere http://www.valigiablu.it/ong-migranti-trafficanti-inchieste/

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Bonus mobili 2017: un’occasione per fare arredamento su misura

di SKA su Notizie Commentate il 11 maggio 2017, 23:48

Quanti di noi hanno dentro le proprie case ed appartamenti mobili acquistati nella grande distribuzione? Tanti, basta alzare gli occhi e molto probabilmente vedrete davanti a voi una Billy o un Besta di Ikea. Spesso però gli spazi sono angusti, spigolosi, provenienti da vecchie costruzioni – o costruzioni fatte coi piedi – e quel maledetto mobile proprio non ci va: siamo sempre costretti ad arrangiarci, con soluzioni creative pur di riuscire a metterci quel mobile che ci siamo montati da soli, armati di santa pazienza e tante imprecazioni.

Un’occasione per poter cambiare un po’ le carte in tavola su questo modo di vivere la propria casa potrebbe essere quello di usufruire del Bonus mobili istituito dal governo. Ma andiamo con ordine.

Il Bonus Mobili è il sistema di agevolazioni che consente la detrazione dall’Irpef – nella dichiarazione dei redditi – il 50% della spesa sostenuta per l’acquisto di arredi o elettrodomestici per un massimo di 10 mila euro. Se spendete 10mila, si possono detrarre 5mila. Facile, no?
Il bonus è entrato in vigore nel 2016 ed è stato rinnovato nuovamente dentro la manovra economica del 2017.

A chi spetta

Spetta a giovani coppie (conviventi o sposate da almeno 3 anni) in cui uno dei componenti non abbia più di 35 anni e che abbiano acquistato un immobile, utilizzato come prima casa. Attenzione però: il bonus mobili spetta solo ai contribuenti che ne usufruiscono – entro il 31 dicembre 2017 – per lavori ed interventi di ristrutturazione iniziati a partire dal 1 gennaio 2016. Rientrando nel discorso “Bonus Casa” significa che per usufruirne è necessario effettuare una ristrutturazione edilizia ed è quindi necessario l’inizio dei lavori preceda quella dell’acquisto dei mobili. Se siete in questa condizione, siete ancora in tempo, perché il periodo compreso è tra il 6 giugno 2013 e il 31 dicembre 2017.

I beni che usufruiscono della possibilità sono mobili nuovi, come ad esempio armadi, cassettiere, scrivanie, divani, letti, credenze, ma anche apparecchi di illuminazione ecc… Questo significa che potrebbe essere finalmente l’occasione per farsi fare degli arredamenti su misura dagli esperti del settore, dato l’effettivo vantaggio economico che se ne potrebbe trarre.
I motivi principali che potrebbero portarvi a questo tipo di scelta, che è indubbiamente più costosa ma qualitativamente decisamente più alta, sono pochi.

L’architettura moderna, per rispondere alle esigenze del mercato, applica regole sempre differenti – a volte più innovative, a volte semplicemente più strambe o lontane dalla tradizione – per sfruttar al meglio possibile la metratura calpestabile delle case. Quella maledetta parete asimmetrica vi dice qualcosa? E quell’angolo?

Ritrovandosi con spazi e forme fuori dallo standard è sin troppo frequente l’impossibilità di affidarsi, con soddisfazione, alle soluzioni di arredo della grande distribuzione. Preferibile quindi commissionare l’arredamento a professionisti e basandosi sulle misure, sulla forma della stanza e sulle reali esigenze.

A volte ci si ritrova invece in case in affitto ingestibili o già ammobiliate, dentro il quale è difficile far entrare qualsiasi elemento di arredo preconfezionato. Anche se il discorso “affitto” non rientra nel discorso bonus, non va comunque sottovalutata l’opportunità di rendere la casa in cui si vive più confortevole (magari per la sopraggiunta di un figlio).

I mobili su misura hanno solitamente un prezzo superiore ai pezzi fabbricati industrialmente, ma la qualità, l’attenzione ai dettagli e alle esigenze specifiche di ciascuno di noi hanno un valore intrinseco ben maggiore.
Sono varie le aziende che offrono prodotti su misura di qualità, sempre nel rispetto del Made in Italy – ci stiamo facendo fare un mobile su misura, accertiamoci che siano fatti in Italia – come ad esempio i rinomati Divani Santambrogio ed i Letti Santambrogio realizzati con materiali naturali.

L’innegabile vantaggio di poter scegliere fino al più piccolo dettaglio nell’arredamento su misura vi potrà far sbizzarrire – ed impazzire, come è successo a me – anche nella scelta dei pomelli, dei cassetti, della disposizione delle ante nell’armadio o con l’inserimento di una luce nella cabina armadio. Oppure realizzare finalmente una scarpiera che contenga anche la taglia 46!

Quando si commissiona un mobile su misura, inoltre, un altro vantaggio è quello di poter scegliere non solo modello e dimensione ma anche materia prima, colore, tipo di lavorazione e personalizzazione dei dettagli come, ad esempio, i pomelli, il numero dei cassetti, la disposizione delle ante. Partendo dal disegno del cliente l’artigiano può realizzare il mobile o l’arredamento completo secondo indicazioni, per far sì che il cliente ottenga esattamente ciò che desidera e ha in mente.

Ricordatevi che nel bonus fiscale non rientrano gli acquisti di porte, di pavimenti (anche parquet o moquette), tende o altri piccoli complementi d’arredo ed i pagamenti validi possono essere effettuati solamente con bonifico o carta di debito/credito. Niente assegni o contanti.

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Brand Journalism: raccontare l’azienda ed aumentare la brand awareness

di SKA su ControInformazione il 24 aprile 2017, 00:46

Brand Awareness

Qualche giorno fa stavo leggendo un lungo articolo, cartaceo, tratto dal The Independent in cui si faceva una sorta di riassunto ed al tempo stesso spiegazione di quelle che sono le tematiche del giornalismo attuale, collegate alle necessità delle aziende (e quindi del marketing).
Sono ormai oltre 15 anni (sic!) che mi occupo di web, digital marketing e giornalismo ed ho potuto toccare con mano l’evoluzione della materia giornalistica in funzione del tema di marketing ormai portante nell’ultimo decennio: lo storytelling.

Le aziende hanno compreso perfettamente ed inglobato nei propri piani di comunicazione il marketing narrativo, figlio di una duplice esigenza: gli strumenti si sono amplificati e l’utente/consumatore è più esperto, più difficilmente influenzabili da messaggi promozionali classici. Prendete ad esempio questi ultimi anni sui social network: è stato tutto un proliferare di Stories. Al di là del mezzo in sé il concetto di storia, narrazione, racconto di una porzione di vita personale o di un brand – perché Facebook/Instagram/Whatsapp vogliono chiaramente dialogare con i brand paganti – consentono un incremento delle vendite e della tanto agognata brand awareness.

Nell’epoca attuale ogni brand può diventare editore di se stesso e produrre contenuti rivolti direttamente alla propria clientela, reale o potenziale, attraverso tutti gli strumenti di comunicazione che sono a disposizione oggi: social media, blog, aggregatori, social network, magazine aziendali ecc…

Per riempire di contenuti questi strumenti si possono sfruttare due strategie: quelle del content marketing e quelle del brand journalism. La differenza tra le due potrebbe non essere così facilmente distinguibile, ma mentre la prima è creazione di contenuti per veicolare messaggi finalizzati alla vendita, la seconda è una strategia più ampia ed “onesta” per rivolgersi alle persone fornendo delle notizie utili – ad esempio – o per raccontare la storia del brand (ed è qui che ritorna lo storytelling). In questo caso parliamo di Brand Journalism.

Il giornalismo d’impresa ha ricevuto un impulso notevole intorno al 2004, ovviamente negli USA, ed è quel tipo di giornalismo rivolto alla comunicazione di tutto ciò che ruota attorno ad un brand – un marchio – con lo scopo di informare i lettori sulla storia aziendale. Per storia non si intende “una storia”, ma una raccolta di micro-narrazioni e quindi storie più piccole che messe insieme vanno a comporre un piano più ampio di costruzione – o ricostruzione – del marchio aziendale, aiutando a fornire tutti gli strumenti più corretti per identificare valori, principi e motivazioni dell’azienda di cui si sta parlando. Per dirla in termini di marketing: raccontare storie che abbiano la capacità di attrarre la domanda, utilizzando interessi ed emozioni come veicolo.

Tutto questo non è mera pubblicità, ma rientra in un contesto in cui il giornalista dovrà essere bravo a bilanciare le richieste dell’azienda con la
“corretta informazione, distinta e distinguibile dal messaggio pubblicitario” (tratto dalla Carta dei Doveri dell’Ordine dei Giornalisti).

L’abbiamo anticipato sopra: a cosa serve il Brand Journalism, quindi? Per la Brand Awareness: la promozione dell’immagine di marca.

Kotler fornisce la definizione più utilizzata di Brand, ossia “Il brand è un nome, un termine, un segno, un simbolo, o un disegno che identifica i prodotti o i servizi di un’impresa e li differenzia da quelli dei concorrenti”

La Brand Awareness non è altro che il livello di notorietà della marca all’interno del sistema di mercato di riferimento e può passare per 4 livelli solitamente riconosciuti: assenza di conoscenza del brand, il riconoscimento della marca, il richiamo della marca, Top of mind. Il Top of Mind è il livello maggiore di notorietà, ossia il brand che vi viene per primo in mente quando si parla di un determinato settore merceologico (pensate alle lamette da barba, con tutta probabilità vi sarà venuto in mente Gillette).

Il brand journalism avrà quindi come funzione primaria quella di incrementare la notorietà di marca tramite il racconto di storie legate la brand ed attraverso un utilizzo consapevole dei mezzi di comunicazione/canali offerti sia dal web che non.

Il giornalista o il professionista addetto non dovrà occuparsi solamente degli aspetti di mera scrittura dei testi, ma anche di un’attività di coordinamento globale di tutti gli strumenti – online ed offline – che abbiano come fine ultimo quello di incrementare la brand awareness dell’azienda o del prodotto. Gli altri metodi più efficaci e consigliati per raggiungere l’obiettivo sono:

Investire nel merchandising: il metodo di gran lunga più fruttuoso ed utilizzato è quello di creare gadgets e merchandising da poter sfruttare sia in punti vendita, che in eventi specifici. La strategia più efficace è quella della stampa magliette di www.gedshop.it al quale si possono aggiungere portachiavi, cappelli, peluches e quant’altro possa essere in tema con l’azienda.

– Investire nella creazione di eventi: si possono organizzare eventi aziendali in location esclusive, con l’invio di inviti personalizzati a target di persone potenzialmente interessate (o che sono già clienti).

– Lanciare una campagna PR: una massiccia campagna di pubbliche relazione sulla carta stampata è anche il momento in cui il brand journalism si sposa perfettamente con gli obiettivi aziendali. Ricevere una copertura da parte dei giornali, senza praticamente nessun costo, riesce a posizionare l’azienda o il brand in un settore narrativo diverso da quello prettamente “sponsorizzato” e per questo facilmente riconoscibile dal consumatore.

– Scendere in strada: può sembrare folle, ma per le compagnie che hanno come target il consumatore finale non c’è modo migliore per far accrescere la propria brand awareness che scendere in strada ed interagire con potenziali clienti. Non stiamo parlando dell’assalto al cliente tipico dei centri commerciali, ma attività di ambient marketing che coinvolgano artisti, organizzazione di flash mob, attività comunque creative per cogliere e mantenere alta l’attenzione dell’utente consumatore.

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Il Certificato Camerale: cos’è, a cosa serve e quando richiederlo

di SKA su ControInformazione il 12 aprile 2017, 11:44

Certificato Camerale

Proseguo il viaggio nei meandri della burocrazia italiana scrivendo di un argomento abbastanza spinoso che mi sono ritrovato ad affrontare nei mesi passati: il certificato camerale. Un documento fondamentale per le imprese, le aziende, artigiani iscritti alla Camera di Commercio Italiana.

Mi sono dovuto districare tra informazioni frammentarie prima di raggiungere una sintesi quanto più chiara possibile, quindi cerco di mettere in ordine quello che ho appreso e lo riassumo qua per raccogliere tutte le informazioni in un unico posto e fornire qualche soluzione.

Prima di tutto:

Cos’è il Certificato Camerale?

In estrema sintesi: il Certificato Camerale raccoglie tutte le informazioni camerali dell’impresa, certificate dalla Camera di Commercio. Viene rilasciato su carta filigranata sopra il quale è applicato il bollo che attesta l’autenticità del documento e ne assolve i diritti di segreteria.

Il certificato attesta, quindi, l’iscrizione dell’impresa all’interno del Registro delle Imprese tenuto dalla Camera di Commercio e fornisce tutte le informazioni economico/giuridiche sull’impresa; ha valore legale ed ha validità sei mesi dalla data del rilascio.

Esistono vari tipi di Certificato Camerale: Ordinario, Storico, Artigiano e di Vigenza

– Il Certificato Camerale Ordinario/d’iscrizione attesta l’iscrizione dell’azienda o impresa presso il Registro delle Imprese della Camera di Commercio Italiana e non è altro che la visura camerale certificata in cui vengono riportati tutti i dati dell’impresa e quelli correlati.

– Il Certificato Camerale Storico contiene le informazioni di un’impresa, ma partendo dalla data della prima costituzione con l’inserimento storico di tutte le modifiche subìte nel corso degli anni (non si riferisce solo all’anno fiscale in corso).

– Il Certificato Camerale Artigiano si spiega da sé: contiene tutte le informazioni di un’impresa artigiana, con riferimenti d’iscrizione, n. albo, attività e titolari.
– Il Certificato di Vigenza attesta e certifica che l’azienda non è soggetta a procedure concorsuali di fallimento, liquidazione amministrativa coatta o amministrazione controllata/straordinaria. Di solito è necessario e richiesto per partecipare a gare di appalto, per rimborsi delle tasse, per la concedere mutui e finanziamenti ecc… ed in generale per valutare la solidità dell’azienda (o della ditta).

La differenza fondamentale tra il Certificato Camerale e la Visura Camerale è che la seconda – pur contenendo tutte le informazioni economiche e giuridiche sull’impresa – viene rilasciata in carta semplice può essere richiesta praticamente da tutti, ma non ha valore legale. Il certificato camerale invece ha valore legale.

I dati contenuti nel documento sono solitamente:
Il numero di iscrizione al registro imprese o al R.E.A.
La denominazione
Il codice fiscale
La sede
La data di costituzione
il capitale sociale
L’oggetto sociale
La descrizione dell’attività
I dati anagrafici dei titolari di cariche

A cosa serve il Certificato Camerale?

Come detto sopra, a differenza della semplice Visura Camerale il Certificato Camerale può essere utilizzato per attestare l’iscrizione alla CCIAA con valore legale.
Esistenza procedure concorsuali per richieste di finanziamento, fusioni societarie, richieste specifiche e varie ed eventuali. Per procedure concorsuali si intendono: se l’impresa commerciale è insolvente (non è più in grado di pagare); se è in stato di fallimento, di liquidazione coatta amministrativa, in situazione di amministrazione straordinaria.
Tutte caratteristiche che servono a definire quanto e se l’impresa commerciale è sana, fondamentalmente. Con il certificato è possibile attestare la situazione dell’impresa, a livello legale.

Per contro l’impresa può anche richiedere, in casi specifici, certificato di “Assenza procedure concorsuali”.

Come richiedere il Certificato Camerale

Ci sono diversi modi per richiedere i certificati camerali:
in primis c’è chiaramente la possibilità di recarsi fisicamente alla propria Camera di Commercio d’appartenenza e rivolgersi agli sportelli dedicati – nelle sedi ed agli orari dedicati – munendosi di tanta pazienza e relativo numeretto.

Si possono chiedere le informazioni via telefono, sempre alla propria camera di commercio d’appartenenza, per poter effettuare una richiesta tramite posta ordinaria.

Un’alternativa per chi ha poco tempo è quella di richiedere il Certificato Camerale (o la Visura) direttamente online, tramite portali specializzati come ad esempio
Visureinrete.it. Lo riceverete in pochi minuti direttamente in mail e con tutti i diritti già assolti. Molto comodo.

Alla prossima puntata.

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Il Certificato Stato di Famiglia: cos’è e quando richiederlo

di SKA su ControInformazione il 6 aprile 2017, 23:22

In questo periodo particolarmente caotico e denso sotto il profilo familiare e personale, mi sono ritrovato a dover affrontare in più battute alcune questioni burocratiche particolarmente spinose (e noiose, ad onor del vero; altrimenti non sarebbe burocrazia).
Tra le tante questioni che ci si ritrova ad affrontare nella convivenza, nel matrimonio, alla nascita di un figlio c’è quella di dover quasi sempre avere a portata di mano il famigerato Certificato Stato di Famiglia, che viene richiesto in più battute per motivazioni di vario tipo. Ma andiamo per gradi, innanzitutto:

Cos’è il Certificato Stato di Famiglia

Il Certificato Stato di Famiglia riporta la composizione della famiglia anagrafica: un insieme di persone che vivono e coabitano all’interno di una stesso appartamento. Tutte le persone risultanti ad uno stesso indirizzo, in una medesima unità immobiliare, risulteranno in un unico stato di famiglia. In tale documento vengono quindi elencati i componenti del nucleo familiare che vivono allo stesso indirizzo, residenti nella medesima unità abitativa e ne specifica le informazioni relative (nome, cognome, data e comune di nascita, comune e indirizzo di residenza). Ha validità di 6 mesi dal rilascio.

Nonostante il termine “famiglia” possa portare a pensare alla classica composizione con genitori e figli, non è necessario essere legati da vincoli di parentela o essere coniugati. In un’unica famiglia anagrafica possono trovarsi più nuclei famigliari (chiamati infatti famiglia nucleare).

La legge recita così “agli effetti anagrafici per famiglia si intende un insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o da vincoli affettivi, coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso comune”: quindi, per intenderci, vi rientrano a pieno titolo anche coppie conviventi (etero ed omosessuali).

Ma a cosa serve il Certificato Stato di Famiglia?

Può essere richiesto per motivi ed adempimenti di vario tipo come ad esempio per la richiesta degli assegni famigliari ed è necessario sia nei rapporti con la Pubblica Amministrazione che tra privati. In questo caso il nucleo familiare diviene rilevante al fine di ottenere dei benefici economici o fiscali legati alla composizione del nucleo, come per l’appunto gli assegni di maternità.

L’esempio più concreto e diffuso di utilizzo è la compilazione del modello ISEE per quanto concerne i redditi dei componenti il nucleo famigliare, ma qui sotto elenco alcuni dei principali motivi per cui bisogna – o può essere necessario – produrre il certificato di stato di famiglia:

– per consegnarlo al datore di lavoro al fine dell’ottenimento degli assegni famigliari, se richiesto;
– al datore di lavoro in caso di assunzione;
– per la compilazione del modello ISEE;
– per la documentazione da allegare alla richiesta di un mutuo (serve a verificare se vi sono persone a carico e per avere un quadro del contesto familiare.);
– per l’ottenimento di una serie di benefici economici e/o fiscali (riduzioni nella tassazione, bollette ecc…)

Esiste e può essere richiesto con le medesime modalità anche un Certificato Stato di Famiglia originario (anche chiamato Certificato storico di Stato di famiglia) che fotografa una situazione una passata, ossia quella del nucleo familiare originario: cioè la composizione di una famiglia prima che i figli si sposassero o, comunque, andassero a vivere fuori di casa.

Il certificato di famiglia originario in questo caso diventa necessario – ad esempio – quando ci si trova nella necessità di dimostrare chi sono gli eredi di un defunto; in questa maniera è quindi possibile risalire a tutti i discendenti che concorreranno alla divisione dell’eredità (qualora ci sia).

Quando richiedere il Certificato Stato di Famiglia

Nonostante il certificato di stato di famiglia sia, ad oggi, uno dei documenti più richiesti dai cittadini, non tutti i comuni hanno le medesime procedure per quanto concerne il rilascio. La prima cosa da fare è armarsi di santa pazienza ed informarsi presso l’ufficio anagrafe del vostro comune di residenza. La maggior parte dei comuni necessita di una richiesta ufficiale e non in carta semplice.

La richiesta del certificato di stato di famiglia può comunque essere richiesta da chiunque, su se stesso o su qualsiasi altra persona. E’ sufficiente essere in possesso dei dati anagrafici del soggetto (nome, cognome e data di nascita). Fondamentale ed obbligatorio è indicare il luogo di residenza (comune e provincia): soltanto il Comune presso il quale il soggetto è anagraficamente residente può rilasciare lo stato di famiglia.

Il Certificato Stato di Famiglia viene rilasciato dal Comune presso il quale il soggetto risulta anagraficamente residente e per ottenerlo si può:

  • – recarsi all’ufficio anagrafe del Comune di residenza;
  • – richiederlo per posta elettronica certificata (PEC) inviata al proprio Comune di residenza all’indirizzo indicato sul sito dell’amministrazione;
  • -richiederlo online attraverso portali specializzati come ad esempio Evisura.it senza doversi recare agli sportelli: valido su qualsiasi Comune italiano ed inviato per e-mail

Spero di essere stato d’aiuto a tutti coloro che si trovano e si troveranno nella mia stessa situazione di panico da burocrazia.

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La responsabilità sui commenti degli utenti, cosa dice la sentenza

di SKA su Cose dette da altri, Notizie Commentate il 8 gennaio 2017, 12:20

Nella sentenza, infatti, non si afferma che il gestore del sito internet sia responsabile, automaticamente, sempre e comunque dei commenti diffamatori pubblicati dagli utenti attraverso le pagine del medesimo sito internet (come, peraltro, si legge nella sentenza n. 116/13 del GIP di Varese secondo cui “la disponibilità dell’amministrazione del sito Internet rende l’imputata responsabile di tutti i contenuti di esso accessibili dalla Rete, sia quelli inseriti da lei stessa, sia quelli inseriti da utenti; è indifferente sotto questo profilo sia l’esistenza di una forma di filtro (poiché in tal caso i contenuti lesivi dell’altrui onorabilità devono ritenersi specificamente approvati dal dominus), sia l’inesistenza di filtri (poiché in tal caso i contenuti lesivi dell’altrui onorabilità devono ritenersi genericamente e incondizionatamente approvati dal dominus)”).

I gestori dei siti sono sempre responsabili dei commenti? No, ecco cosa dice la nuova sentenza della Cassazione http://www.valigiablu.it/siti-commenti-diffamazione/

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Tutto quello che devi sapere sul referendum costituzionale | VICE News

di SKA su Cose dette da altri il 8 ottobre 2016, 15:37

Secondo le ultime rilevazioni, solo un cittadino su dieci dichiara di conoscere nel dettaglio i contenuti della riforma costituzionale, sulla quale gli italiani saranno chiamati a decidere il prossimo 4 dicembre. Tutti gli altri – nonostante se ne parli praticamente ogni giorno – la conoscerebbero a grandi linee, o non ne sarebbero nemmeno al corrente.

Se da un lato l’aver personalizzato il voto da parte del Governo ha certamente contribuito alla polarizzazione delle opinioni – facendo scivolare in secondo piano la sostanza della riforma -, dall’altro la materia su cui siamo chiamati a votare è davvero complicata.

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Maledetta Comfort Zone

di SKA su Cose dette da altri il 11 luglio 2016, 10:03

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Vivere, crescere, diventare dei cittadini come gli altri può diventare spesso una gabbia sempre più piccola e stretta, del quale dopo un po’ di tempo impariamo ad abituarci. Vedete come suona assurda questa frase? Abituarsi ad una gabbia significa aver perso tutta la nostra voglia di vivere esperienze nuove, di conoscere tutto ciò che di meraviglioso può esserci fuori da quelle sbarre.

In psicologia viene definita “Comfort Zone”, una coppia di anglicismi – forse anche ridondanti – che non significano altro che: abitudine e paura. Una zona di conforto in cui siamo convinti di sentirci tranquilli, sereni ed al riparo da eventuali rischi e pericoli. Una zona piena di oggetti, esperienze, persone e routine che fondamentalmente ci rassicurano, tenendoci al riparo da situazioni difficili e spaventose, che preferiremmo non affrontare.

Vivere nella propria Comfort zone significa accettazione di quei confini quotidiani autoimposti, da un’idea di sicurezza falsata dal ripetere le stesse azioni, frequentare gli stessi spazi, parlare solo con le stesse persone.

Ma come abbiamo iniziato? Spesso e volentieri questa zona di conforto rischia di diventare una gabbia piena di panico, che ci immobilizza e ci manda in panico nell’affrontare – per esigenza o piacere – nuove esperienze o persone.

Presa di coscienza

Primo passo per uscirne: consapevolezza. Osservare in maniera analitica ai mesi passati ci può fornire dei dettagli importanti. La scontentezza e la routine hanno fatto parte della maggior parte della nostra vita? Se si sente la necessità di oltrepassare i confini della nostra gabbia significa che ci siamo dentro con tutte le scarpe: abbiamo bisogno di novità e stimoli.

Cambio di rotta

Il passo più importante per sfuggire al nostro essere pigri e statici, per scoprire mondi che non conoscevamo, e che possono regalarci altre sensazioni. L’ultima goccia al momento di ciò che può essere definito lo “scavalcare” il recinto che divide il vecchio dal nuovo, lo statico dal dinamico, l’aridità dalla fantasia.

Cosa fare?

Appena fuori la nostra area di conforto c’è la zona in cui “accade la magia”. Non stiamo parlando di fantasia, ma di scienza. La comfort zone si manifesta quando abbiamo un basso livello di ansia, il che potrebbe sembrare positivo, ma non lo è.

Fare cose nuove stimola la dopamina nel cervello e l’adrenalina nel corpo, alzando il livello di ansia generale e rendendoci più vivi e produttivi.

Per stimolare l’adrenalina possiamo fare diverse attività che magari non abbiamo mai preso in considerazione per avere una scarica improvvisa di adrenalina:

Se vuoi iniziare da casa tua puoi guardare un film o un telefilm dell’orrore;  prova un videogioco avvincente e pieno di azione.

Ma soprattutto: Rischia. Non fare niente di pericoloso per la tua salute, ma puoi fare dalle cose più semplici come chiedere un appuntamento ad una ragazza o un ragazzo che ti interessano; salire su un palco del karaoke e cantare a squarciagola; iniziare un corso di ballo; scommettere su un match o giocare a un casino online per mettere in gioco te stesso e le tue abilità.

Fino ad arrivare ad esempio al paracadutismo o al bungee jumping in strutture controllate e con istruttori esperti. La scarica di adrenalina in questi casi è garantita.

Fare sempre nuove attività, scoprire cose nuove, spingersi sempre verso nuovi confini e limiti ci aiuta a mantenere il livello di ansia e di dopamina/adrenalina alti. Riusciamo ad restare fuori la nostra comfort zone, ma soprattutto: ci stiamo godendo tutto quello che ci mette a disposizione il mondo esterno.

Non bisogna cercare riparo nella monotonia e nella sicurezza apparente, ma uscire allo scoperto per entrare in contatto con la vita. Quella vera.

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Impasse – Diario di un venditore di niente #1

di SKA su Il Terzo Occhio il 24 giugno 2016, 23:49

“Difficoltà che non permette soluzioni o vie d’uscita.”
Pensieri notturni che si affastellano nella mente e decine di cose che succedono continuamente intorno, sempre difficili da sostenere, sempre difficili da controllare. Tra le centinaia di micro-riflessioni mi fermo alla parola ‘impasse’, che il fedele amico dizionario mi aiuta a definire in maniera chiara e lineare. Senza via d’uscita, per l’appunto. “Senza via d’uscita” è lo stato d’animo con il quale mi trovo a combattere la maggior parte delle volte; lo stato d’animo che si genera autonomamente quando la mente non ce la fa più a razionalizzare ogni singola fottutissima azione, reazione, movimento. Mi fermo e non so più dove andare.
Si perdono pezzi e lascio le macerie dietro di me, simulando un finto distacco che è invece un peso sul petto insostenibile la maggior parte delle volte. Vorrei, veramente vorrei, riuscire a riprendere in mano quella voglia di scrivere che si è nascosta in qualche anfratto tra le pieghe delle inutili idiozie che chiamo lavoro. È fuffa, è vacuità, sono un venditore di niente. E niente è quello che mi rimane in mano, in testa, sulla penna.
Le lunghe digressioni solipsistiche sono forse l’ultima meta al quale posso approdare per lasciarvi in consegna le migliaia di pensieri che mi attanagliano lo sterno e la gola, perché non ho altro argomento all’infuori di me. Sono imploso all’interno di un corpo che non sento più mio, perché è stato abbandonato dalla mente, giornalmente occupata ad elaborare metodi migliori e nuovi per vendere il niente che mi viene richiesto. Decine e decine di termini anglofoni, tecnici, economici per raccontarsi la stessa storia : tutto è merce, tutto è vendibile, compreso il nulla. E lo vogliono tutti, perché siamo tutti complici consapevoli.
Attorno sembrano succedere ogni giorno centinaia di accadimenti, ma la maggior parte di essi sono mediati da strumenti virtuali, digitali: vuoti. Il nulla di cui sopra. Si perdono amicizie attraverso il nulla, ci si scambiano migliaia di messaggi e sentimenti, si rompono rapporti. Ma non ‘sentiamo’ più veramente niente. Il nulla, il nulla, siamo noi.

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A Roma hanno privatizzato la democrazia – LIBERNAZIONE

di SKA su Cose dette da altri il 21 giugno 2016, 16:29

Il Sindaco, ciascun Assessore e ciascun consigliere assume altresìl’impegno etico di dimettersiqualora sia ritenuto inadempiente al presente codice di comportamento, al rispetto delle sue regole e dei suoi principi e all’impegno assunto al momento della presentazione della candidatura nei confronti degli iscritti al M5S, con decisione assunta da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio o dagli iscritti M5S mediante consultazione online.

http://libernazione.it/a-roma-hanno-privatizzato-la-democrazia/

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Davigo oltre il chiacchiericcio politico

di SKA su Antimafia, Cose dette da altri il 30 aprile 2016, 00:09

Nelle due interviste al Corriere e al Fatto Davigo ha parlato di questioni ben più importanti delle due frasi da chiacchiericcio da Bar dello Sport che hanno alimentato il dibattito – più giornalistico che politico – negli ultimi giorni. Valigia Blu le ha messe in fila, benissimo come sempre, sotto la giusta prospettiva.

Lotta alla corruzione: cosa fa il governo, cosa chiedono i magistrati http://www.valigiablu.it/magistratura-politica-corruzione/

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Tecnodipendenza e tecnostress: le nuove dipendenze dell’era digitale

di SKA su ControInformazione, Notizie Commentate il 11 aprile 2016, 16:03

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Lo stress tecnologico colpisce in media un italiano su quattro e influisce sulle prestazioni, sul carattere e sulla salute delle persone. È legato alla paura o all’ansia provocata dall’uso della tecnologia o all’abuso della stessa.

Lo stress tecnologico o tecno-stress è il termine con cui ci si riferisce alle persone che avvertono qualche paura o ansia nell’imparare a utilizzare le nuove tecnologie e si verifica comunemente in quelle maggiori di 40 anni. Tuttavia non si limita solo a questo segmento, giacché colpisce qualsiasi persona cui è affidata un’attività alla quale non è abituata e che richiede l’uso di particolari conoscenze tecnologiche.

Di seguito riportiamo alcuni esempi di attività che stanno “migrando” verso la gestione digitale:

Acquisto di biglietti per concerti.
Prenotazione alloggi o acquisto di biglietti aerei.
Procedure di trasmissione di documenti pubblici.
Banking digitale.

Attività professionali parallele alle quali non eravamo abituati:

Gestione e uso dei social network.
Utilizzo di Google Drive/ WeTransfer / Altro
Conferenze via Skype, Hangouts, altri.
Trasformazione di documenti (da Word in PDF)
Trasmissione di documenti via Bluetooth / Wifi
Utilizzo dei servizi Netflix o stream vide.
Farsi un “selfie”.

La tecnodipendenza rappresenta una specifica tipologia di tecno-stress attribuito all’uso compulsivo che caratterizza le persone che sentono il costante bisogno di essere collegate in ogni momento e in ogni luogo alla rete per attività legate al social networking, giochi online, siti di scommesse, siti di incontri e relazioni, pornografia, musica, video e altro ancora.

Il tecnodipendente è quella persona che oltre a trascorrere molte ore su internet e esporsi al contatto e all’interazione con estranei (nel caso dei ragazzi a temi come “sexting”, “Grooming” o “Ciberbullyng” ), vuole essere sempre al passo con gli ultimi progressi tecnologici e finisce per essere “dipendente” dalla tecnologia, che diventa l’asse su cui struttura la propria vita.

Una delle principali cause del tecnostress e della tecnodipendenza è il cambiamento di quei processi che sono stati tradizionalmente eseguiti senza la tecnologia e che comportavano un’azione personale da parte dagli utenti, accompagnate dalla dipendenza che si sviluppa in coloro che  usano dispositivi, social network e “gadgets” che li rendono dipendenti dalla connessione e dalla funzionalità offerta dalla tecnologia, limitando la loro capacità di svolgere attività senza essere connessi.

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Come identificare un tecnodipendente? Ecco alcune caratteristiche:

Posticipare o ritardare delle attività lasciandole in sospeso.
Perdita del senso del tempo e della puntualità.
Tendenza a cambiare in maniera compulsiva dispositivi elettronici per “essere alla moda” .

E’ utente di tutti i nuovi social network.
In incontri sociali passa più tempo collegato al suo dispositivo mobile che a interagire con la gente.
Se non dispone di una connessione a Internet, cambia d’umore e si sente stressato.
Basso rendimento scolastico o nel lavoro.
Incapacità di lavorare senza essere connesso a  internet.

Modi per prevenirla o curarla:

Riprogrammare la routine e stabilire dei limiti per la connessione. (Esempio: massimo 2 ore al giorno o a partire dalle 18:00  “starò scollegato” ).
Installare delle applicazioni che controllano il tempo e il contenuto a cui si accede.
Riposare dopo essere stati connessi per almeno 30 minuti.
Dedicarsi ad hobby non legati alla tecnologia.
Rafforzare la comunicazione personale.
Uscire senza cellulare.

Far dipendere le proprie azioni e attività dagli strumenti tecnologici colpisce ripetutamente l’esecuzione del lavoro e delle relazioni personali. Fermatevi  a pensare tutto quello che state perdendo per l’uso eccessivo della tecnologia e ripensate le vostre priorità, senza essere schiavi di strumenti digitali. La tecnologia è cosa buona solo se usata responsabilmente e senza esagerare, come tutte le cose di questo mondo, d’altronde.

Leggi il testo integrale sulla Tecnodipendenza pubblicato da GamingReport

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Referendum trivelle: votare informati (da Valigia Blu)

di SKA su ControInformazione, Cose dette da altri il 21 marzo 2016, 12:46

Il dibattito sul cosiddetto “referendum anti-trivelle” si è caricato, in queste settimane, di significati politici e simbolici che vanno al di là della stessa questione (tutto sommato limitata) oggetto del quesito referendario. Nel confronto tra le ragioni del sì e quelle del no, o dell’astensione, si è finito spesso per prendere di mira non le tesi, ma i loro sostenitori, finendo per parlare di questioni molto più ampie, come il fabbisogno energetico, l’inquinamento ambientale, i consumi. Da una parte si è evocato il rischio della “marea nera” o dei danni al turismo, dall’altra quello della perdita di posti di lavoro e della fine di un intero settore economico e industriale (in una polemica contro l’“ambientalismo ideologico” e l’“Italia dei no”). Abbiamo, perciò, messo in in fila alcune delle affermazioni che in queste settimane sono state pronunciate a sostegno del sì e del no, convinti che la correttezza degli argomenti utilizzati in una discussione sia indispensabile per comprendere il tema e quindi votare in modo consapevole.

Referendum Trivelle: le ragioni del Sì, le ragioni del No. Votare informati http://www.valigiablu.it/referendum-trivelle/

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Professioni emergenti, il caso dello specialista in risorse umane

di SKA su Notizie Commentate il 15 marzo 2016, 12:49

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In un momento di grande attenzione alle professioni del futuro, il settore delle risorse umane rappresenta un’opzione di grande prestigio per poter ottenere un posto di lavoro che possa dare grandi soddisfazioni a livello professionale ed anche economico. Stando all’HR Barometer di Michael Page, infatti, i prossimi dodici mesi vedranno una massiccia apertura alle assunzioni di specialisti in risorse umane, accompagnata anche da una crescita degli stipendi medi. D’altronde parliamo di una figura che, come vedremo più avanti, risulta fondamentale per il corretto funzionamento dei meccanismo aziendali.

L’importanza del conseguimento della giusta laurea

Le lauree in economia sono senza dubbio quelle che garantiscono gli sbocchi lavorativi migliori e meglio pagati. Analizzando la scheda del corso di laurea in economia dell’università Unicusano, ad esempio, osserviamo che tale percorso di studi, attraverso una serie di materie aziendali, economiche, matematico-statistiche e giuridiche intende fornire agli studenti una conoscenza completa formandoli per intraprendere la carriera di specialista in risorse umane. Parliamo di una professione prestigiosa che permette anche notevoli avanzamenti di carriera: se è vostra intenzione conseguire un titolo di studio che vi permetta di accedere a questa professione, dovrete iscrivervi ad una laurea in economia che sia rilasciata da una università prestigiosa.

Chi è lo specialista in risorse umane

Lo specialista in risorse umane è una figura che si occupa principalmente dell’amministrazione del personale, sia da un punto di vista legale (cessazione dei rapporti di lavoro, stipula dei contratti d’assunzione), sia da un punto di vista umano. In questo senso, lo specialista in risorse umane ha il compito di valutare il rendimento di chi lavora in azienda, di proporre eventuali promozioni e di selezionare i nuovi candidati durante i colloqui. Infine, questa figura specializzata ha anche il compito di formare il personale e di definire i ruoli per i quali i lavoratori sono più portati. In altre parole, lo specialista in risorse umane è anche un importantissimo talent scout: la sua presenza all’interno di un’azienda può fare la differenza a livello di competizione con i concorrenti, scovando le menti migliori e formandole secondo uno spirito orientato al raggiungimento di obiettivi comuni.

Quanto guadagna lo specialista in risorse umane

Lo specialista in risorse umane non solo è una professione con un’alta probabilità di contratto a tempo indeterminato, ma è anche una figura che guadagna davvero bene. Stando ai dati raccolti da Almalaurea, infatti, questo specialista guadagna in media 1.400 euro al mese, con la possibilità di fare carriera e di ottenere un contratto più ricco.

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WTF?

Giornalista, web designer e pubblicitario. Da blog di protesta negli anni in cui i blog andavano di moda, questo spazio è diventato col tempo uno spazio di riflessione e condivisione. Per continuare a porsi le giuste domande ed informare se stessi.