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	<title>Terzo occhio.org - fonte di domanda per informare se stessi &#187; Antimafia</title>
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		<title>&#8220;Avete vinto voi, ha vinto lo Stato&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2011 12:14:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>SKA</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La notizia del giorno è l&#8217;arresto del boss dei casalesi Michele Zagaria, latitante da 16 anni. Il titolo del post sono le parole che ha pronunciato &#8211; dicono i procuratori &#8211; al suo arresto. Gli fa in qualche modo eco Piero Grasso dicendo che &#8220;si è certamente tagliata la testa dei Casalesi, l’unica rimasta dopo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La notizia del giorno è l&#8217;arresto del boss dei casalesi Michele Zagaria, latitante da 16 anni. Il titolo del post sono le parole che ha pronunciato &#8211; dicono i procuratori &#8211; al suo arresto. Gli fa in qualche modo eco Piero Grasso dicendo che &#8220;si è certamente tagliata la testa dei Casalesi, l’unica rimasta dopo l&#8217;arresto di Antonio Iovine&#8221;. Ma da qui a dichiarare la vittoria dello Stato ce ne passa. Qui sotto un po&#8217; di link per approfondire.</p>
<p>L&#8217;arresto su <a href="http://napoli.repubblica.it/cronaca/2011/12/07/news/caccia_al_capo_di_gomorra_cento_poliziotti_assediano_casapesenna-26217471/">Repubblica</a>, <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/07/camorra-fermo-potrebbe-essere-michele-zagaria/175825/?C">Il Fatto Quotidiano</a>, dal <a href="http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/cronaca/2011/7-dicembre-2011/dopo-16-anni-manette-michele-zagariasuperboss-latitante-clan-casalesi-1902449518913.shtml">Corriere del Mezzogiorno</a>, <a href="http://www.antimafiaduemila.com/2011120734898/Camorra/arrestato-dopo-16-anni-di-latitanza-il-boss-zagaria.html">Antimafiaduemila</a> e <a href="http://www.narcomafie.it/2011/12/07/19267/">Narcomafie</a>.</p>
<p><a href="http://www.crimeblog.it/post/4669/i-30-latitanti-piu-pericolosi-ditalia-michele-zagaria-boss-dei-casalesi">La scheda su Crimeblog</a> dedicata ai 30 latitanti più pericolosi.</p>
<p><a href="http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2011/12/michele-zagaria-e-i-clan-dei-casalesi-si-accordano-sulle-slot-machines-da-piazzare-in-campania.html">Un pezzo del sempre ottimo Roberto Galullo</a>, proprio di ieri, in cui si parla di Michele Zagaria e del traffico di slot machines. Un argomento di cui parliamo spesso ultimamente.</p>
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		<title>Ndrangheta e Lega</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Nov 2010 17:52:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>SKA</dc:creator>
				<category><![CDATA[Antimafia]]></category>

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		<description><![CDATA[«Nell’ultimo quindicennio la ‘ndrangheta ha conteso alla Lega il controllo del territorio “padano”. Non è vero che al Nord c’è solo la Lega che controlla il territorio; c’è anche la ‘ndrangheta che, esattamente nelle stesse località dove c’è un forte insediamento della Lega, gestisce potere, agisce economicamente, fa investimenti, interviene in vari campi, anche sociali, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.terzoocchio.org/wp-content/uploads/2010/11/la-padania-berlusconi-11-domande.jpg" alt="" title="la padania berlusconi 11 domande" width="420" height="326" class="alignnone size-full wp-image-1285" /><br />
«Nell’ultimo quindicennio<strong> la ‘ndrangheta ha conteso alla Lega il controllo del territorio “padano”. Non è vero che al Nord c’è solo la Lega che controlla il territorio; c’è anche la ‘ndrangheta</strong> che, esattamente nelle stesse località dove c’è un forte insediamento della Lega, gestisce potere, agisce economicamente, fa investimenti, interviene in vari campi, anche sociali, ha una presenza in politica».</p>
<p>«L’egemonia politica e territoriale della Lega non ha comportato la scomparsa della ‘ndrangheta. A voler essere precisi, <strong>s’è realizzata una coabitazione tra Lega e ‘ndrangheta esattamente negli stessi territori</strong>. L’equazione “controllo del territorio da parte della Lega = scomparsa dei fenomeni criminali e mafiosi” non è affatto vera; anzi, è falsa. La preponderanza politica della Lega non ha assicurato una minore incidenza mafiosa su quei territori; al contrario, tale incidenza è aumentata. È un dato di fatto, è la descrizione della realtà così com’è; negare l’evidenza non serve a nulla. Serve, semmai, cercare di capire perché ciò sia avvenuto; e per farlo c’è bisogno di armarsi di coraggio e umiltà. Non è, questa, una polemica con la Lega, ma un invito a riflettere rivolto prima di tutto ai militanti e ai dirigenti della Lega, che affermano di battersi per la difesa del loro territorio e della loro identità; e non c’è motivo per non credere che queste intenzioni siano vere.»</p>
<p>Paolo Cicone scrive questo <a href="http://www.ibs.it/code/9788849828405/ciconte-enzo/ndrangheta-padana.html">Ndrangheta Padana</a> che spiega, o prova a spiegare, la coabitazione tra &#8216;ndrangheta e Lega Nord nei territori della cosiddetta &#8220;Padania&#8221;. </p>
<p>Sono ormai lontani anni luce i tempi in cui gli esponenti della Lega Nord, anche tramite il proprio organo di stampa ufficiale &#8220;La Padania&#8221;, si schieravano radicalmente contro tutte le organizzazioni criminali che &#8211; anche grazie alla politica Democristiana e Socialista &#8211;  avevano o stavano per prendere il controllo dei &#8220;loro&#8221; territori. La Padania e la Lega Nord in decine di interventi arrivarono ad attaccare senza timore il <a href="http://www.terzoocchio.org/controinformazione/la-fininvest-e-nata-da-cosa-nostra/2008/08/">&#8220;mafioso di Arcore&#8221;</a>. Umberto Bossi diceva cose di questo tipo: <a href="http://www.terzoocchio.org/controinformazione/cosa-penso-del-nuovo-presidente-del-consiglio/2008/04/">&#8220;Il problema è che al Nord la gente è ancora divisa tra chi sa che Berlusconi è un mafioso e chi non lo sa ancora.&#8221;</a> Ed altre carinerie. Cose che a dirle oggi ti becchi come minimo del <em>giacobino-giustizialista-manettaro</em>.</p>
<p>L&#8217;<em>argumentum</em> era di una facilità disarmante: noi della Lega non vogliamo infiltrazioni mafiose nei nostri territori, nelle nostre aziende o soldi dalle &#8220;finanziarie della mafia&#8221;. A costo di mettersi contro quello che, di lì a pochi anni, sarebbe stato il loro unico referente politico e senza il quale la Lega sarebbe rimasta a fare comizi lì dov&#8217;era. Senza poltrone o incarichi di governo.</p>
<p>Negli ultimi 20 anni le politiche territoriali della Lega Nord sono state gradualmente abbandonate, sino al completo dissolvimento, in favore di un dislocamento quasi totale verso la tanto odiata &#8220;Roma Ladrona&#8221; e piazzando esponenti all&#8217;interno di alcuni &#8211; molti &#8211; Comuni Padani. Il tanto sbandierato controllo del territorio è venuto a mancare &#8211; nessuno sta parlando di collusione, attenti &#8211; lasciando campo libero a quella che è ormai diventata la principale associazione criminale di stampo mafioso in Italia. O perlomeno <a href="http://espresso.repubblica.it/dettaglio/milano-ndrangheta/2130677">dalle loro part</a>i.</p>
<blockquote><p>Io <strong>sono per il mantenimento anche della mafia e della &#8216;ndrangheta</strong>. Il Sud deve darsi uno statuto poggiante sulla personalità del comando. Che cos&#8217;è la mafia? Potere personale, spinto fino al delitto. Io non voglio ridurre il Meridione al modello europeo, sarebbe un&#8217;assurdità. C&#8217;è anche un clientelismo buono che determina crescita economica. Insomma, <strong>bisogna partire dal concetto che alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate</strong>.</p></blockquote>
<p><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gianfranco_Miglio">Gianfranco Miglio</a>, <a href="http://www.terzoocchio.org/docs/intervista_miglio_giornale_20marzo99.pdf">Il Giornale, 20 Marzo 1999</a></p>
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		<title>Il popolo fatto libero</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Aug 2010 21:10:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>SKA</dc:creator>
				<category><![CDATA[Antimafia]]></category>

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		<description><![CDATA[Che il popolo fatto libero si ritempri nel sentimento della sua dignità e della sua potenza; che la violenza e l&#8217;iniquità dell&#8217;alto non autorizzino la violenza e l&#8217;iniquità del basso; che la paura, questo vergognoso istinto di degradazione e schiavitù, sia sradicata affatto dalla coscienza popolare che si rialza: ecco il sistema di repressione che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>Che il popolo fatto libero si ritempri nel sentimento della sua dignità e della sua potenza; che la violenza e l&#8217;iniquità dell&#8217;alto non autorizzino la violenza e l&#8217;iniquità del basso; che la paura, questo vergognoso istinto di degradazione e schiavitù, sia sradicata affatto dalla coscienza popolare che si rialza: ecco il sistema di repressione che senza fallo riuscirà; e la pallottola sarà estratta dalla ferita, e la camorra non esisterà più, se non come memoria in quest&#8217;opuscolo caduto nell&#8217;oblio.<br />
<b>Marco Monnier, 1° Novembre 1862</b>
</p></blockquote>
<p>Nel 1862 Marco Monnier scriveva questo all&#8217;interno del suo <a href="http://books.google.it/books?id=tGo5AAAAcAAJ&amp;pg=PP7&amp;dq=marco+monnier&amp;ei=2ApjTL_LFY2IygSA-72aAQ&amp;cd=10#v=onepage&amp;q=marco%20monnier&amp;f=false">&#8220;La Camorra: Notizie storiche raccolte e documentate&#8221;</a> quando in Italia la Camorra era più famosa della mafia, Cosa Nostra non esisteva ancora e camorre erano definite tutte le forme di delinquenza organizzata. Società segrete finalizzate a far soldi attraverso l&#8217;intimidazione da parte di misteriosi esattori appostati lungo le strade, quelle che Monnier definiva adeguatamente &#8220;estorsione organizzata&#8221;.</p>
<p>Negli anni le organizzazioni criminali si sono radicate, evolute, spostate dal Sud al Nord,dalle strade al Parlamento, ma il cuore stesso del fenomeno è rimasto intatto: la paura. Dopo 148 anni non è cambiato molto. Un testo prezioso e puntuale che è caduto, come predisse lo stesso Monnier, &#8220;nell&#8217;oblio&#8221; di un paese congelato da paura, omertà ed interessi personali. Eppure molto più attuali di alcuni editoriali scritti da prestigiose firme lontani anni luce dal comprendere il problema.</p>
<div class="zemanta-pixie"><img class="zemanta-pixie-img" alt="" src="http://img.zemanta.com/pixy.gif?x-id=b89f19b7-4cd7-876d-9d8a-4011735bd3c4" /></div>
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		<title>Ipse Dixit</title>
		<link>http://www.terzoocchio.org/controinformazione/antimafia/ipse-dixit/2010/04/</link>
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		<pubDate>Wed, 21 Apr 2010 19:03:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>SKA</dc:creator>
				<category><![CDATA[Antimafia]]></category>
		<category><![CDATA[matteo messina denaro]]></category>
		<category><![CDATA[silvio berlusconi]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;In Italia da circa 15 anni c’è stato un golpe bianco tinto di rosso attuato da alcuni magistrati con pezzi della politica ed ancora oggi si vive su quest’onda&#8221; Vi ricorda le parole di qualcuno? L&#8217;ispiratore però è un altro, un tal Matteo Messina Denaro in una delle lettere sequestrate negli ultimi anni.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>&#8220;In Italia da circa 15 anni c’è stato un golpe bianco tinto di rosso attuato da alcuni magistrati con pezzi della politica ed ancora oggi si vive su quest’onda&#8221;</em></p>
<p>Vi ricorda le parole di <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2003/maggio/01/Berlusconi_giudici_con_logica_golpista_co_0_030501016.shtml">qualcuno</a>? L&#8217;ispiratore però è un altro, un tal Matteo Messina Denaro in una delle <a href="http://www.ipezzimancanti.it/?p=615">lettere sequestrate</a> negli ultimi anni.</p>
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		<title>Il silenzio dei nostri amici</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Aug 2009 13:13:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>SKA</dc:creator>
				<category><![CDATA[Antimafia]]></category>

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		<description><![CDATA[di Roberto Scarpinato (Procuratore della Repubblica Aggiunto di Palermo) Se provate a chiedere a un fruitore medio di fiction e di film sulla mafia che idea si sia fatto della stessa, vi sentirete sciorinare i nomi dei soliti noti: Riina, Provenzano, i casalesi e via elencando. Sentirete evocare frammenti di una storia di bassa macelleria [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Roberto Scarpinato</strong><br />
(Procuratore della Repubblica Aggiunto di Palermo)</p>
<p><strong>Se provate a chiedere a un fruitore medio di fiction e di film sulla mafia che idea si sia fatto della stessa</strong>, vi sentirete sciorinare i nomi dei soliti noti: Riina, Provenzano, i casalesi e via elencando. Sentirete evocare frammenti di una storia di bassa macelleria criminale, intessuta di omicidi, cadaveri sciolti nell’acido, estorsioni, traffici di stupefacenti, di cui sono esclusivi protagonisti personaggi di questa risma: gente che viene dalla campagna o dai quartieri degradati delle città, e che si esprime in un italiano approssimativo. Una storia di brutti sporchi e cattivi, e sullo sfondo la complicità di qualche colletto bianco, di qualche pecora nera appartenente al mondo della gente “normale”. Ma, del resto, in quale famiglia non esiste qualche pecora nera? Se dunque la mafia è solo quella rappresentata (tranne qualche eccezione) da fiction e film, è evidente che il fruitore medio tragga la conclusione che la soluzione del problema consista nel mettere in carcere quanti più brutti sporchi e cattivi, e nel fare appello alla buona volontà di tutti i cittadini onesti perché collaborino con lo sforzo indefesso delle forze di polizia e della magistratura per estirpare la mala pianta. Questo, con le dovute varianti, il pastone culturale ammannito da fiction e film di conserva con la retorica ufficiale televisiva, e metabolizzato dall’immaginario collettivo. Un pastone che non fornisce le chiavi per dare risposta ad alcune domande elementari. Ad esempio come mai, tenuto conto che le cose sono così semplici, lo Stato italiano è riuscito a debellare il banditismo, il terrorismo e tante altre forme di criminalità, ma si rivela impotente dinanzi alla mafia che dall’unità d’Italia a oggi continua a imperversare in gran parte del Paese?</p>
<p><strong>Come mai parlamenti, consigli regionali e comunali, organi di governo e di sottogoverno sono affollati di pregiudicati o inquisiti per mafia</strong>, tanto da insinuare il dubbio che quel che combattiamo fuori di noi sia dentro di noi? Come mai, oggi come ieri, tra i capi organici della mafia vi è uno stuolo di famosi medici, avvocati, professionisti, imprenditori, molti dei quali già condannati con sentenze definitive? Come mai commercianti e imprenditori a Palermo, a Napoli, in Calabria continuano a pagare in massa il pizzo e, a differenza del fruitore medio, non si bevono la buona novella che la mafia è alle corde? Come mai i vertici di Confindustria lanciano tuoni e fulmini contro i piccoli commercianti che non hanno il coraggio di denunciare gli estorsori, minacciandoli di espellerli dall’organizzazione, ma vengono colti da improvvisa afasia quando si chiede loro perché intanto non comincino a prendere posizione nei confronti delle centinaia di imprenditori, inquisiti o già condannati, che hanno azzerato la libera concorrenza e costruito posizioni di oligopolio utilizzando il metodo mafioso?</p>
<p>Continua a leggere su <a href="http://cinema-tv.corriere.it/cinema/09_agosto_26/storia_rimozione_7da5b9b2-9244-11de-bb1e-00144f02aabc.shtml">Corriere.it</a> o su <a href="http://toghe.blogspot.com/2009/08/la-mafia-il-potere-e-la-cultura.html">Uguale per Tutti</a></p>
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		<title>Fidel Brunetta</title>
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		<pubDate>Thu, 28 May 2009 15:15:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Camerata Stizza</dc:creator>
				<category><![CDATA[Antimafia]]></category>

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		<description><![CDATA[Mentre praticamente tutti i giornali soffermano le proprie attenzioni su &#8220;look casual&#8221;, poliziotti &#8220;panzoni&#8221; e facebook dagli uffici pubblici Fidel Brunetta esterna un&#8217;affermazione leggermente più grave, auspicando lo scioglimento dell&#8217;antimafia: Nel senso che mi piacerebbe che non ci fosse nemmeno lo specifico della mafia. C&#8217;è l&#8217;antimafia perché c&#8217;è la mafia. Se si rispettassero le regole, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mentre praticamente <a href="http://www.google.it/news?q=brunetta&#038;sourceid=navclient-ff&#038;ie=UTF-8&#038;rlz=1B3GGGL_itIT302IT302">tutti i giornali</a> soffermano le proprie attenzioni su &#8220;look casual&#8221;, poliziotti &#8220;panzoni&#8221; e facebook dagli uffici pubblici Fidel Brunetta esterna un&#8217;affermazione <em>leggermente</em> più grave, auspicando lo <strong>scioglimento dell&#8217;antimafia</strong>:</p>
<blockquote><p>Nel senso che <strong>mi piacerebbe che non ci fosse nemmeno lo specifico della mafia. C&#8217;è l&#8217;antimafia perché c&#8217;è la mafia.</strong> Se si rispettassero le regole, non ci sarebbe bisogno dell&#8217;antimafia, perché la mafia è una forma di criminalità e dovrebbe essere perseguita come tutte le altre. La mafia dev&#8217;<strong>essere affrontata in modo laico e non ideologico</strong>. Se della mafia facciamo un <strong>simbolo ideologico</strong>, con la sua cultura, la sua storia e così via, rischiamo di farne un&#8217;ideologia e come tale, alla fine, produce professionisti di quella ideologia proprio nei termini in cui ne parlava Sciascia, professionisti dell&#8217;antimafia <a href="http://www.corriere.it/politica/09_maggio_28/brunetta_polizia_panzoni_eff05cee-4b71-11de-a6f4-00144f02aabc.shtml">#</a></p></blockquote>
<p>Che è un po&#8217; come dire che la prima causa dei divorzi sono i matrimoni.<br />
O che per combattere la fame nel mondo, andrebbe sterminato chi ha fame.</p>
<p>Che poi sarebbe stato anche positivo se Brunetta <a href="http://www.italialibri.net/dossier/mafia/professionistiantimafia.html">avesse letto l&#8217;articolo di Sciascia</a>, che dice l&#8217;esatto opposto.</p>
<p><em>Rivoluzione in corso</em>, amici.</p>
<p>Update 21.01: TUTTO quello che c&#8217;è da dire sulla questione e oltre l&#8217;ha scritto <strong>harlot</strong> su <a href="http://www.laprivatarepubblica.com/le-nostre-inquisizioni/si-vis-pacem-para-mafia/la-classe-antimafiosa-va-in-paradiso/" title="La Classe Antimafiosa va in Paradiso">LaPrivataRepubblica</a>. Da lasciare ai posteri.</p>
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		<title>La vittoria dell&#8217;antistato</title>
		<link>http://www.terzoocchio.org/controinformazione/antimafia/la-vittoria-dellantistato/2008/10/</link>
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		<pubDate>Fri, 03 Oct 2008 12:01:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>SKA</dc:creator>
				<category><![CDATA[Antimafia]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;E&#8217; vergognoso che a sedici anni di distanza dall&#8217;assassinio di Paolo sono stati messi in galera gli autori materiali della strage ma non sono stati ancora colpiti, in nessuna maniera, gli ispiratori. Alcuni ritengo che si trovino all&#8217;interno dello Stato.&#8221; Oggi di mafia si sente parlare di meno &#8211; ha proseguito &#8211; anche perché la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><cite class="wp-caption">&#8220;E&#8217; vergognoso che a sedici anni di distanza dall&#8217;assassinio di Paolo sono stati messi in galera gli autori materiali della strage ma non sono stati ancora colpiti, in nessuna maniera, gli ispiratori. Alcuni ritengo che si trovino all&#8217;interno dello Stato.&#8221;</cite></p>
<p><cite class="wp-caption">Oggi di mafia si sente parlare di meno &#8211; ha proseguito &#8211; anche perché la mafia, così come la criminalità organizzata, ha cambiato strategie, tanto che diventa più difficile combatterla. Ci sono ancora oggi giudici coraggiosi che hanno tentato di combatterla, ma a differenza di una volta, oggi non vengono più uccisi. Da una parte, infatti, vengono tolti alla magistratura quegli strumenti che servirebbero per condurre la guerra alla mafia; dall&#8217;altra, i giudici scomodi vengono rimossi o trasferiti, in modo che non riescano più a fare il loro lavoro.</cite></p>
<p><cite class="wp-caption">E’ lo Stato che ha ucciso mio fratello! I mandanti dell’omicidio di Paolo e dei ragazzi della sua scorta non pagheranno mai per quell’orribile strage, perché lo stato non può processare se stesso!</cite> (cit. Sciascia)</p>
<p>Salvatore Borsellino</p>
<p>La mafia ha vinto, perché non ha più bisogno di bombe per farsi sentire.<br />
L&#8217;antistato è lo Stato.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Pane, Mafia e Cassazione</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Oct 2008 15:06:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>SKA</dc:creator>
				<category><![CDATA[Antimafia]]></category>

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		<description><![CDATA[Secondo l’ipotesi investigativa su cui si fonda l’inchiesta denominata “Hiram”, il gruppo, composto da al­cuni elementi direttamen­te aderenti (come Acco­mando) o comunque vicini a logge massoniche, si adoperava dietro il paga­mento di ingenti somme di denaro per l’insabbia­mento di processi penali in Cassazione, al fine di far maturare i tempi di prescrizione. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>(Riceviamo e pubblichiamo)</em></p>
<p>Su richiesta della Dda di Palermo, il 17 giu­gno scorso otto per­sone sono state arrestate in varie località italiane con l&#8217;accusa di <strong>concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione in at­ti giudiziari, peculato, ac­cesso abusivo a sistemi informatici e rivelazione di segreto d&#8217;ufficio</strong>. Tra gli arrestati <strong>Rodolfo Gra­cini</strong>, faccendiere con soli­de amicizie in ambienti politici ed ecclesiastici ro­mani, <strong>Michele Accoman­do</strong>, noto imprenditore di Mazara del Vallo arresta­to nel 2007 per mafia e condannato a 9 anni e tre mesi di carcere, <strong>Calogero La Licata</strong>, funzionario del ministero delle finanze in servizio ad Agrigento, <strong>Guido Peparaio</strong>, impiega­to del ministero della Giustizia in servizio pres­so la cancelleria del se­conda sezione della Corte di Cassazione e <strong>France­sca Surd</strong>o, poliziotta pa­lermitana impiegata nella segreteria del direttore del Servizio centrale ope­rativo della polizia di Sta­to. In manette anche gli imprenditori agrigentini <strong>Calogero Russello</strong>, 68 an­ni, in passato già indaga­to per mafia, e <strong>Nicola Sorrentino</strong>.</p>
<p style="text-indent: 0.25cm; margin-bottom: 0cm;" align="justify">Secondo l&#8217;ipotesi investigativa su cui si fonda l&#8217;inchiesta denominata “Hiram”, il gruppo, composto da al­cuni elementi direttamen­te aderenti (come Acco­mando) o comunque vicini a logge massoniche, si adoperava dietro il <strong>paga­mento di ingenti somme di denaro per l&#8217;insabbia­mento di processi penali in Cassazione, al fine di far maturare i tempi di prescrizione. </strong></p>
<p style="text-indent: 0.25cm; margin-bottom: 0cm;" align="justify">Tra le pratiche trattate, anche quelli di esponenti di spicco della mafia tra­panese e agrigentina. Il costo di servizio si aggira­va sui <strong>20mila euro</strong>. Inte­ressati al rallentamento dei procedimenti non sa­rebbero state solo fami­glie mafiose ma anche semplici cittadini come <strong>Renato De Gregorio</strong>, gine­cologo palermitano, con­dannato in appello per violenza sessuale e anch&#8217;esso destinatario di un provvedimento di cu­stodia cautelare.</p>
<p style="text-indent: 0.25cm; margin-bottom: 0cm;" align="justify">L&#8217;inchie­sta, è coordinata dai pm Fernando Asaro, Pieran­gelo Padova, sotto la gui­da del procuratore aggiun­to Roberto Scarpinato e dello stesso procuratore capo di Palermo France­sco Messineo. Tra gli in­dagati a piede libero an­che <strong>Stefano De Carolis</strong>, Gran Maestro della Serenissima <strong>Gran loggia Unita d&#8217;Italia</strong>, e il sacerdote gesuita <strong>Ferruccio Romanin</strong>, rettore della Chiesa di Sant&#8217;Ignazio di Roma, accusato di concorso ester­no in associazione mafio­sa <strong>per aver scritto lettere indirizzate ai giudici finalizzate a condizionare il giudizio su alcuni imputa­ti di mafia</strong>. Tra le persone per le quali si sarebbe speso il sacerdote anche <strong>Epifanio Agate</strong>, condan­nato nel 2002 a 18 anni per traffico di stupefacen­ti, figlio del capomafia trapanese <strong>Mariano Agate.</strong></p>
<p style="text-indent: 0.25cm; margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-size: 12px; text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;"><span style="font-size: x-small;">Tratto da <em><strong>Narcomafie</strong></em><em>, </em>a cura di Marco Nebiolo, Luglio-Agosto 2008, p. 23.</span></span></span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Corporativisti e poco professionali</title>
		<link>http://www.terzoocchio.org/controinformazione/antimafia/corporativisti-e-poco-professionali/2008/08/</link>
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		<pubDate>Sat, 23 Aug 2008 12:34:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>SKA</dc:creator>
				<category><![CDATA[Antimafia]]></category>

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		<description><![CDATA[In questi giorni è balzato fuori dal cilindro berlusconiano il nome di Giovanni Falcone come &#8220;eroe&#8221; ed &#8220;esempio da seguire&#8221;. Falcone è stato ucciso dalla mafia il 23 maggio 1992 nella strage di Capaci. Berlusconi ha avuto decennali rapporti con il boss mafioso Vittorio Mangano e continua ad averne con Marcello Dell&#8217;Utri attualmente condannato dal [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In questi giorni è balzato fuori dal cilindro berlusconiano il nome di Giovanni Falcone come &#8220;eroe&#8221; ed &#8220;esempio da seguire&#8221;. Falcone è stato ucciso dalla mafia il 23 maggio 1992 nella strage di Capaci. Berlusconi ha avuto decennali rapporti con il boss mafioso Vittorio Mangano e continua ad averne con Marcello Dell&#8217;Utri attualmente condannato dal Tribunale di Palermo per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Punto.</p>
<p>Berlusconi e i berluscones dicono che Falcone voleva la <a href="http://chiarelettere.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=1978955">separazione delle carriere</a> tra giudice e pubblico ministero, per cui bisogna seguire quella linea. Chiaramente <strong>è falso</strong>. Non vorrei tralasciare il fatto che la così tanto invocata &#8220;separazione&#8221; era contenuta nel <a href="http://www.terzoocchio.org/documenti/piano_di_rinascita_democratica/">&#8220;Piano di Rinascita democratica&#8221;</a> della Loggia P2 al punto in cui si invocava la:</p>
<p><cite title="Separazione carriere - P2">Riforma dell&#8217;ordinamento giudiziario per ristabilire criteri di selezione          per merito delle promozioni dei magistrati, imporre limiti di età per          le funzioni di accusa, separare le carriere requirente e giudicante, ridurre          a giudicante la funzione pretorile</cite></p>
<p>Che le parole di Falcone siano state completamente inventate lo dice chiaramente la sorella <a href="http://www.corriere.it/politica/08_agosto_22/falcone_sorella_intevista_96ac8e3a-702c-11dd-9278-00144f02aabc.shtml">in questa intervista al Corriere</a>, ma lo spiega compiutamente il magistrato stesso in uno scritto intitolato <strong>&#8220;Siamo corporativisti e poco professionali&#8221;</strong> pubblicato nel Febbraio 2001 da <a href="http://www.antimafiaduemila.com/content/view/8550/78/1/1/">Antimafiaduemila</a> su concessione della &#8220;Fondazione Giovanni e Francesca Falcone&#8221; e che ripubblico integralmente dopo il salto. Si parla si carriere separate all&#8217;interno della magistratura, è vero, ma non della separazione dei poteri. Così come si tiene fermo il punto sull&#8217;indipendenza dalla politica dell&#8217;azione della magistratura. Vi auguro buona lettura, anche se so che non lo farete.</p>
<p><span id="more-655"></span></p>
<p>In un documento del 13 luglio 1988, la giunta esecutiva nazionale di Unicost, nel riconoscere che l&#8217;esercizio della giurisdizione attraversa nel Paese un periodo di straordinaria difficoltà, afferma che il solco profondo creatosi tra magistratura e società civile ha determinato le condizioni per l&#8217;esito del referendum sulla responsabilità del giudice, in cui gli elettori, &#8220;indipendentemente dalle diverse intenzioni dei promotori&#8221;, hanno trovato l&#8217;occasione per esprimere la loro protesta per il pessimo funzionamento del servizio-giustizia. Viene ribadita in quel documento, dunque, la tesi che, attraverso il referendum, alcuni settori politici hanno strumentalizzato lo stato di insoddisfazione esistente nel Paese, per far apparire la magistratura come unica responsabile delle disfunzioni della giustizia.<br />
Se ci si sforza, però, di analizzare la questione con obiettività, e se si abbandona per un attimo quello stato d&#8217;animo che ha indotto non pochi ad affermare che la magistratura è afflitta da una &#8220;sindrome permanente da stato di assedio&#8221;, non può non riconoscersi che il referendum, a prescindere da qualsiasi sua strumentalizzazione, ha consentito di accertare, senza margini di equivoco, un dato estremamente significativo: e cioè che la stragrande maggioranza dell&#8217;elettorato ritiene che la funzione giurisdizionale non sia svolta attualmente con la necessaria professionalità, e che bisogna porre rimedio alla sostanziale irresponsabilità dei magistrati.<br />
Ora, non vi è dubbio che le cause profonde della crisi della giurisdizione sono molteplici e, in buona parte, non addebitabili alla magistratura, investendo lo stesso modello di sviluppo politico e l&#8217;assetto complessivo dei pubblici poteri in Italia; ma ciò non sembra una buona ragione per non tenere conto del chiarissimo risultato referendario, eludendo ulteriormente i problemi e continuando ad addossare al potere politico tutte le responsabilità della crisi, senza nemmeno tentare di individuare e di fronteggiare quelle che sono direttamente riferibili alla magistratura. Occorre, dunque, interrogarsi sul ruolo del giudice nella società attuale con animo sgombro da vecchi preconcetti ed evitando, soprattutto, di crearne nuovi. E frutto di un nuovo preconcetto mi sembra l&#8217;affermazione di un collega che io stimo moltissimo (Elvio Fassone), secondo cui &#8220;le nuove spiagge &#8211; professionalità, terzietà &#8211; lasciano egualmente scontenti; quella, la professionalità, si è logorata prima di venire chiarita (al di là delle connotazioni più ovvie, che non vanno oltre alla competenza tecnica e alla serietà operativa&#8230;); la seconda, la terzietà, ha insegnato che essere Tertius è bello quando Primus e Secundus giocano alla pari, non quando uno stritola l&#8217;altro&#8221;.<br />
A me sembra, invece, che per evitare che il valore della professionalità possa essere ritenuto ormai logorato prima ancora di essere chiarito, sia necessario un fecondo dibattito per individuare quei contenuti che una società civile, sempre più allarmata dalle disfunzioni della giurisdizione, giustamente pretende. E, in proposito, si potrebbe cominciare dal rilievo che le connotazioni ovvie del concetto di professionalità &#8211; e cioè la competenza tecnica e la serietà operativa &#8211; sono appunto quelle di cui, secondo un convincimento largamente diffuso nella società, la magistratura non è attualmente dotata in misura adeguata. E&#8217; vero che, prima, i giudici non sbagliavano meno di adesso e che, per converso, la gravità e complessità dei compiti di cui attualmente è investita la magistratura è incomparabilmente maggiore del passato. Ma ciò significa non altro se non che proprio la professionalità in senso tecnico del giudice è quella di cui la società più acutamente avverte l&#8217;insufficienza. Bisogna riconoscere responsabilmente, in altri termini, che la competenza professionale della magistratura è attualmente assicurata in modo soddisfacente; il che riguarda direttamente gli attuali criteri di reclutamento e quelli riguardanti la progressione nella cosiddetta carriera, l&#8217;aggiornamento professionale ed i relativi controlli, la stessa organizzazione degli uffici e la nomina dei dirigenti.<br />
Una seria riflessione sui motivi dei queste disfunzioni &#8211; che tendono ad allontanare sempre più dalla magistratura il consenso sociale, favorendo così certe manovre dirette al depotenziamento del controllo della legalità &#8211; non può che partire dalla constatazione che si sono attutite quelle spinte ideali che, un tempo, avevano reso l&#8217;azione della magistratura centro di propulsione essenziale per l&#8217;effettiva applicazione dei valori solidaristici indicati dalla Costituzione. Nei tempi, ormai non più recenti, in cui l&#8217;Associazione nazionale dei magistrati conduceva indimenticabili battaglie per eliminare dall&#8217;ordinamento giudiziario forme di progressione in carriera, che si risolvevano in un pesante condizionamento, autoritario e verticistico, dell&#8217;autonomia e dell&#8217;indipendenza della magistratura, era ben chiaro a tutti che la lotta non era diretta a creare inammissibili privilegi, ma a consentire l&#8217;attuazione nell&#8217;ordinamento dei valori di uguaglianza e di solidarietà sanciti dalla Costituzione.<br />
Se questo panorama è radicalmente mutato e se i valori costituzionali dell&#8217;autonomia e dell&#8217;indipendenza sono in crisi, ciò dipende, a mio avviso, in misura non marginale anche dalla crisi che, ormai da tempo, investe l&#8217;Associazione dei giudici, rendendola sempre più un organismo diretto alla tutela di interessi corporativi e sempre meno il luogo di difesa e di affermazione dei valori della giurisdizione nell&#8217;ordinamento democratico. E la crisi profonda dell&#8217;associazionismo dei magistrati ha pesantemente influito sulla stessa funzionalità delle istituzioni; le correnti dell&#8217;Associazione nazionale magistrati &#8211; anche se, per fortuna, non tutte in egual misura &#8211; si sono trasformate in macchine elettorali per il Consiglio superiore della magistratura, e quella occupazione delle istituzioni da parte di partiti politici, che è alla base della questione morale, si è puntualmente presentata anche in seno all&#8217;organo di governo autonomo della magistratura; con note di pesantezza sconosciute anche in sede politica. La caccia esasperata e ricorrente al voto del singolo magistrato e la difesa corporativa della categoria sono divenute, in alcune correnti più delle altre, le attività più significative della vita associativa e, al di là di mere declamazioni di principio, nei fatti il dibattito ideologico è scaduto a livelli intollerabili.<br />
Le conseguenze sono state di enorme portata ed hanno investito direttamente la stessa professionalità del giudice. Era inevitabile, infatti, che correlativamente al progressivo affievolirsi del dibattito culturale ed ideologico, tendesse a prevalere, rispetto alla figura del magistrato-professionista, quella del magistrato-impiegato; e cioè del magistrato-burocrate, il quale, intimidito dagli attacchi esterni alla sua indipendenza ed indifeso per la sostanziale inerzia dei propri organismi rappresentativi si rifugia nelle comode e tranquillanti certezze di una carriera ispirata al criterio dell&#8217;anzianità senza demerito. Bisogna riconoscere che, in presenza di una situazione di sfascio della giustizia, è certamente comodo delegare ad altri le responsabilità derivanti da scelte impegnative, poiché, prima o poi, se si saranno sapute evitare le &#8220;grane&#8221; derivanti da casi giudiziari perigliosi, si riceverà il &#8220;premio&#8221; di un posto semidirettivo e, alla fine, probabilmente, anche del tanto sospirato incarico direttivo.<br />
Il magistrato, attualmente, viene ammesso in carriera sulla base di un bagaglio culturale meramente nozionistico, e ai criteri passati di accertamento della professionalità, certamente censurabili, ne sono stati sostituiti altri del tutto insoddisfacenti. I criteri di accertamento negativo della professionalità non hanno funzionato, se non in casi insignificanti, e l&#8217;affinamento delle qualità professionali, in definitiva, è affidato esclusivamente al senso di responsabilità ed alla buona volontà del singolo. Si aggiunga che i trasferimenti, le assegnazioni di funzioni e le nomine ai posti direttivi sono effettuati con riferimento assolutamente prevalente alle aspettative del magistrato, e solo in minima parte tengono conto delle sue specifiche attitudini e della sua esperienza professionale; non c&#8217;è da sorprendersi, quindi, se l&#8217;organizzazione degli uffici e le esigenze di razionalizzazione del lavoro restano affidate, in modo del tutto casuale, alla buona volontà ed alle eventuali capacità organizzative del dirigente dell&#8217;ufficio, che, ovviamente, non necessariamente coincidono con la sua preparazione professionale.<br />
Ai deprecati fenomeni della carriera e del carrierismo sono subentrate carriere di altro tipo, in funzione di controllo dell&#8217;elettorato, con la conseguenza che, anziché privilegiare le qualità professionali e l&#8217;attitudine specifica a svolgere determinate funzioni, si tende a preferire chi assicura una migliore resa in termini elettorali. Non c&#8217;è da meravigliasi, dunque, se la &#8220;legittimazione consensuale&#8221; della magistratura da parte del corpo sociale sia venuta progressivamente meno, in presenza di atti e comportamenti che appaiono segno inequivoco di quella &#8220;separatezza&#8221; della magistratura che, isolandola, l&#8217;ha esposta sempre più ad attacchi diretti ad indebolirne l&#8217;autonomia e l&#8217;indipendenza. Valori questo, che vengono sempre più interpretati dalla società come inammissibili privilegi di natura corporativa.<br />
In questo clima, la delega di rappresentatività a coloro, sempre gli stessi, che saranno in grado di assicurare queste prospettive rassicuranti, è un passaggio obbligato e naturale; e, di più, è favorito in tutti i modi da quei settori esterni alla magistratura che valutano questa figura di giudice-impiegato come funzionale a certi progetti politici, che non tengono in sufficiente considerazione il valore essenziale per la democrazia di un controllo di legalità efficace e rigoroso nei confronti di chiunque.<br />
Questa analisi comincia a farsi strada in sede associativa. Nel richiamato documento del 13.7.88, la corrente di Unità per la Costituzione afferma: &#8220;Le correnti dell&#8217;Associazione devono saper superare le logiche di schieramento incrementando il confronto di opinioni ideali e culturali, non trasformandosi in apparati di potere che soffocano le voci dissenzienti, trasformano le assemblee in rituali formali e inutili, concentrano quasi tutto il loro impegno nei momenti elettorali, per condizionare totalmente la composizione degli organi rappresentativi, e utilizzano l&#8217;arma del clientelismo&#8221;.<br />
Che fare, allora, per porre rimedio a questa situazione che, oltre a mortificare la professionalità, isterilisce l&#8217;azione della magistratura e la rende non all&#8217;altezza dei gravosi compiti che la competono? Mi sembra da condividere la tesi che la crisi della giurisdizione sia direttamente collegabile alla attuale crisi della politica, e cioè alla incapacità della stessa di dominare una realtà sociale complessa, contraddittoria ed in continua e spesso tumultuosa trasformazione. Ciò determina inevitabilmente, come è stato autorevolmente osservato, la crisi del diritto, e cioè dello stesso concetto di norma giuridica come espressione fondamentale dell&#8217;azione statale, e la sua trasformazione in strumento provvisorio ed incompleto di soluzione dei conflitti, che dovranno poi trovare adeguata e concreta soluzione in sede applicativa.<br />
La scomparsa di una domanda di giustizia omogenea e compatta e la sua trasformazione in una serie di istanze, spesso contraddittorie e confliggenti e, tuttavia, parimenti tutelate dalla Costituzione (ad esempio, tutela dello sviluppo economico e tutela dell&#8217;ambiente; tutela dei lavoratori e tutela della libertà di circolazione), determina necessariamente la trasformazione del ruolo del giudice in garante, puntuale e rigoroso, dei valori solidaristici ed emancipatori della Costituzione. In questa fedeltà alla Costituzione consiste, a mio avviso, al di là delle specifiche professionalità del giudice la vera essenza della professionalità; professionalità che presuppone e si avvale della competenza tecnica, ma che non si esaurisce in essa, e che comporta un continuo e faticoso controllo della legalità, alla luce dei principi costituzionali.<br />
L&#8217;affermazione ricorrente di taluni settori della politica, circa la ormai completa attuazione della Costituzione, deve essere, dunque, nettamente respinta, i valori costituzionali sono quotidianamente posti in discussione, e non è senza significato che queste affermazioni di segno opposto siano divenute più insistenti in un periodo storico in cui è più acuta l&#8217;insofferenza di certi settori dell&#8217;economia e della politica avverso il controllo di legalità, che, pur tra mille contraddizioni ed inesperienze, è portato avanti dalla asfittica macchina giudiziaria. Se tutto ciò è vero, l&#8217;azione puramente difensiva dell&#8217;indipendenza e dell&#8217;autonomia della magistratura, che corre il rischio di scadere in una difesa di privilegi inammissibili per uno Stato democratico, va trasformata in attività propulsiva e dinamica, per riaffermare in concreto il suo valore di strumento indispensabile per la tutela della legalità.<br />
E la professionalità del giudice in questa ottica, costituisce problema fondamentale. Occorre rendersi conto, infatti, che l&#8217;indipendenza e l&#8217;autonomia della magistratura &#8211; come è dimostrato da quanto sta accadendo in questi giorni &#8211; rischia di essere gravemente compromessa se l&#8217;azione dei giudici non è assicurata da una robusta e responsabile professionalità al servizio del cittadino. Ora, certi automatismi di carriera e la pretesa inconfessata di considerare il magistrato &#8211; solo perché ha vinto il concorso di ammissione in carriera &#8211; come idoneo a svolgere qualsiasi funzione (una sorta di superuomo infallibile e incensurabile) sono causa non secondaria della grave situazione in cui versa attualmente la magistratura. La inefficienza dei controlli sulla professionalità, cui dovrebbero provvedere il Consiglio superiore della magistratura ed i Consigli giudiziari, ha prodotto un livellamento dei valori della professionalità dei magistrati verso il basso.<br />
E qui non si tratta di auspicare il ritorno di anacronistici criteri elitari per la formazione professionale della magistratura, ma, molto più semplicemente ed umilmente, riconoscere che, attualmente, nel nostro Paese, in uno dei più difficili mestieri, quello del giudice, la formazione professionale è regolamentata in modo tale da non assicurare in modo efficiente il servizio-giustizia.<br />
In qualsiasi azienda è un criterio addirittura elementare quello secondo cui il personale va adeguatamente selezionato, formato professionalmente e, quindi, destinato a quegli impieghi in cui le sue specifiche attitudini e professionalità possono essere maggiormente utili. Per quanto concerne il servizio-giustizia, invece, questi concetti spesso non vengono tenuti in adeguata considerazione; eppure, se vige anche nella materia il principio della adeguatezza dei mezzi rispetto ai fini perseguiti, non si riesce a comprendere come si possa prescindere dalla idoneità professionale del personale, che è chiamato in concreto ad assicurare il controllo di legalità, nel modo più efficiente e, nel contempo, più rispettoso dei diritti del cittadino.<br />
Al riguardo, un severissimo banco di prova sarà l&#8217;introduzione di quella autentica conquista di civiltà che è il nuovo codice di procedura penale. Si afferma, infatti, fondatamente, che la riforma avrà esito positivo se, oltre alle indispensabili strutture materiali,vi sarà il necessario adeguamento delle &#8220;strutture mentali&#8221; di coloro, principalmente magistrati ed avvocati, che sono chiamati a rendere realtà viva ed operante un modello di processo che appare coerente e convincente soprattutto sotto il profilo della tutela delle libertà del singolo, ma che rappresenta una svolta radicale rispetto ai principi ed alle prassi precedenti della giustizia penale. Per quanto concerne la magistratura, si respira il clima di preoccupazione e, nello stesso tempo, di eccitazione e di tensione morale caratteristico dei momenti più importanti della nostra giovane democrazia. Segno, questo, che, nonostante i guasti provocati dalla degenerazione della vita associativa e dagli attacchi indiscriminati contro di essa, la magistratura è ancora un corposano e autenticamente democratico. E sono sicuro che i magistrati faranno per intero il loro dovere per consentire alla riforma di avere completa e rapida attuazione.<br />
Ma ciò non deve valere a sottovalutare che le strutture organizzative e la stessa formazione professionale dei magistrati necessitano urgentemente di un ripensamento e di una rielaborazione per renderle adeguate alla riforma. E, soprattutto, va tenuto ben presente che la nuova struttura del processo penale, di tipo dispositivo, imporrà sostanziali modifiche nella formazione professionale del pubblico ministero rispetto a quella del giudice. Si ha un bel dire quando si afferma che il nuovo processo penale italiano è un tertium genus rispetto ai modelli di tipo accusatorio ed inquisitorio, e che il nuovo pubblico ministero dovrà, comunque, ispirarsi alla deontologia e alle strutture mentali del magistrato. Se non si terrà conto, infatti, che la connotazione come parte del pubblico ministero e la sua maggiore incisività nella ricerca e nella formazione della prova richiedono inesorabilmente una sua specifica professionalità, che lo differenzia necessariamente dalla figura del giudice (di cui correlativamente è stata accentuata la terzietà), si correrà il rischio concreto di formare dei pubblici ministeri professionalmente poco idonei e, quindi, di non assicurare un efficace funzionamento della giustizia penale. Non si tratta di esprimere preferenze o timori per un pubblico ministero dipendente dall&#8217;esecutivo o per carriere separate all&#8217;interno della magistratura; anche se su questi temi ci si dovrà confrontare al più presto con mente scevra da preconcetti per elaborare e proporre le scelte ritenute più idonee. Si tratta, invece, di prendere atto responsabilmente che le attitudini ed i compiti specifici del pubblico ministero, richiesti dal nuovo modello di processo penale, comportano una sua specifica formazione professionale, che coincide solo in parte con quella del giudice e che anzi, in punti qualificanti, ne diverge nettamente.<br />
Una prima significativa indicazione in questo ordine di idee è data dal nuovo testo dell&#8217;art. 190 dell&#8217;ordinamento giudiziario introdotto dal d.p.r. 22.9.1988 n.449, che, pur ribadendo la unificazione della magistratura nel concorso di ammissione, nel tirocinio e nel ruolo di anzianità, ne stabilisce la distinzione relativamente alle funzioni giudicanti e requirenti, e prevede che, per il passaggio di funzioni, occorre che il Consiglio superiore della magistratura, previo parere del Consiglio giudiziario, abbia accertatola sussistenza di attitudini alle nuove funzioni. Forse sarebbe stato meglio, a mio avviso, prevedere, fin dall&#8217;inizio, anche mantenendo ferma l&#8217;unicità del tirocinio, un meccanismo idoneo, nella scelta della sede, ad assicurare la copertura dei posti senza automatismi e sulla base delle accertate attitudini dei neomagistrati alle specifiche funzioni; ma, probabilmente, l&#8217;introduzione di una siffatta normativa avrebbe ecceduto i limiti della delega. E non si può negare che, attualmente, può essere problematico, in determinati casi, l&#8217;accertamento delle attitudini alle diverse funzioni. Ma è importante che finalmente si cominci a comprendere che il concetto di professionalità non è un criterio astratto, ma un principio che va verificato ed applicato in concreto, sulla base delle specifiche attitudini ed esperienze professionali del magistrato.<br />
Qualcosa, dunque, comincia a muoversi nella direzione di una maggiore razionalità dell&#8217;organizzazione del servizio-giustizia e, com&#8217;era facile prevedere, data la situazione di stallo in cui versa la magistratura associata, l&#8217;iniziativa del potere politico non è stata affiancata da un&#8217;adeguata ed attenta elaborazione in sede associativa. Non ho notizia circa soddisfacenti ed adeguati dibattiti ed elaborazioni in sede associativa dei problemi della professionalità del giudice; ed è singolare che ciò avvenga in un momento in cui in sede legislativa si moltiplicano le iniziative che incidono in modo determinante sulla professionalità. E, al riguardo, mi sembra grave che l&#8217;Associazione nazionale magistrati si stia muovendo con notevole ritardo in ordine ad un disegno di legge, già approvato in sede referente dalla Camera dei deputati, con cui si introducono nuove norme sui consigli giudiziari, sulla temporaneità degli uffici direttivi e monocratici e sulla reversibilità delle funzioni; su ognuno di questi temi di estremo interesse per l&#8217;assetto e per la funzionalità della magistratura, sono state adottate soluzioni di notevole portata, che non hanno ancora ricevuto, per quanto è a mia conoscenza, una presa di posizione ufficiale dell&#8217;Associazione nazionale magistrati, né, tanto meno, sono state adeguatamente vagliate in sede associativa.<br />
Pur essendo impossibile, in questa sede, un esame ex professo del disegno di legge in questione, mi sembra doveroso richiamare l&#8217;attenzione, anzitutto, sulla introduzione nei Consigli giudiziari dei membri laici e, cioè, di avvocati eletti dal foro di appartenenza, e sulla notevole espansione delle attribuzioni di questi organismi. In proposito, mi sembra doveroso di esprimere la mia convinta adesione a questa apertura ai contributi di una categoria, quella degli avvocati, che per la sua specifica professione è posta in grado di valutare, forse meglio di altri, i problemi locali della giustizia e di verificare la laboriosità e la capacità professionale dei giudici. Mi sembra, invece, che si debba nettamente dissentire dalle soluzioni adottate in tema di temporaneità degli incarichi semidirettivi e direttivi e di reversibilità delle funzioni.<br />
Apparentemente, si è dato ingresso al principio della temporaneità degli incarichi direttivi, con ciò esaudendo istanze associative che, per vero, non mi sembra che siano state coltivate con eccessivo impegno né, tanto meno, adeguatamente elaborate. Senonché, il tipo di soluzione scelta, a mio avviso, costituisce l&#8217;ennesima conferma che nel nostro Paese nulla è più definitivo del provvisorio. E&#8217; previsto, infatti (art. 20), che i titolari di incarichi direttivi durino in carica cinque anni, con la previsione del conferimento di un ulteriore incarico direttivo in sedi giudiziarie del medesimo o di altro distretto di Corte di appello; sono previste, inoltre, unzioni di collaborazione direttiva (gli attuali incarichi semidirettivi), conferite anch&#8217;esse per un termine quinquennale e parimenti rinnovabili per un ulteriore quinquennio (artt, 26 e 27). E così, fra incarichi di collaborazione direttiva ed incarichi direttivi veri e propri, il magistrato potrebbe svolgere funzioni, lato sensu, direttive, per un ventennio; considerato, pertanto, che ben difficilmente &#8211; dati gli attuali criteri adottati dal Consiglio superiore della magistratura &#8211; un magistrato può aspirare ad un incarico del genere prima dei cinquant&#8217;anni, non mi sembra che la situazione sia granché diversa rispetto a quella attuale.<br />
Anzi, credo che le cose potrebbero ulteriormente aggravarsi: poiché, infatti, il disegno di legge non introduce alcun elemento di novità sulla valutazione delle attitudini all&#8217;esercizio di tali funzioni, ancora una volta potrebbero prevalere nel conferimento di tali incarichi criteri scarsamente riguardosi delle attitudini e, cioè, della specifica professionalità del candidato rispetto all&#8217;incarico da ricoprire. Se si ritiene veramente che la temporaneità degli incarichi direttivi sia una scelta idonea per indurre spinte corporative ed assicurare una migliore funzionalità del servizio-giustizia, occorre che le scelte siano coerenti rispetto al fine e non perpetuino gli inconvenienti lamentati; e ciò, a mio avviso, è esattamente l&#8217;opposto di quanto avverrebbe sulla base della soluzione legislativa proposta.<br />
Sconcertante, poi, mi sembra l&#8217;art. 29 del disegno di legge. Secondo tale articolo, il magistrato può chiedere l&#8217;assegnazione a diverse funzioni o il trasferimento ad altra sede, dopo un biennio dall&#8217;effettivo esercizio delle precedenti funzioni e, decorso un ulteriore quinquennio, il Consiglio superiore della magistratura, entro 180 giorni, deve assegnarlo ad altra funzione nella stessa sede e, ove ciò non sia possibile, trasferirlo ad altra sede. Non si discute che vi siano casi &#8211; meno infrequenti di quanto si possa pensare &#8211; di magistrati che trascorrono l&#8217;intera carriera, o comunque lunghissimi periodi, nella medesima sede, senza che possa farsi praticamente nulla per ovviare a situazioni che, spesso, producono conseguenze sgradevoli per la stessa immagine della amministrazione della giustizia. E non è parimenti discutibile, a mio avviso, che un ripensamento della inamovibilità dei giudici, al fine di garantire una più efficace e razionale utilizzazione del personale della magistratura, ormai si imponga. Ma la soluzione che si vuole introdurre è assolutamente in contrasto con qualsiasi esigenza di razionalizzazione del lavoro, mortifica la professionalità, costituisce grave gesto di sfiducia nella magistratura nel suo complesso ed è in contrasto con la norma, sopra richiamata, di cui all&#8217;art. 190 dell&#8217;ordinamento giudiziario.<br />
Ancora una volta, si sceglie l&#8217;adozione di misure automatiche, che penalizzano l&#8217;attività della stragrande maggioranza dei magistrati che svolgono il loro difficile lavoro con correttezza e con impegno, per non adottare misure coraggiose che, nel concreto, pongano fine a situazioni inaccettabili o servano ad una migliore funzionalità della giustizia. Mi sembra incredibile che una norma come quella di cui sopra non abbia ancora provocato la forte reazione della magistratura associata e che non siano stati ancora posti in luce, col necessario risalto, i gravissimi pericoli, specie in vista dell&#8217;applicazione del nuovo codice di rito penale, per l&#8217;aggravamento delle disfunzioni della giustizia. Con una norma siffatta &#8211; che, per quanto mi risulta, sarebbe unica nel suo genere per gli impiegati civili dello Stato &#8211; ogni seria programmazione del lavoro giudiziario verrebbe compromessa; e verrebbero definitivamente mortificate quelle esigenze di specifica professionalità che, a parole, tutti affermano di volere perseguire. Il Consiglio superiore della magistratura non sarebbe certamente in grado di far altro che occuparsi dei trasferimenti e delle assegnazioni di funzioni, e le spinte corporative troverebbero ulteriore linfa cui attingere.<br />
Ecco, a mio giudizio, un chiarissimo esempio di come certe riforme, in nome di principi astrattamente condivisibili, se non adeguatamente vagliate, possono produrre danni gravissimi; ed ecco, altresì, la conferma della scarsa incisività dell&#8217;Associazione dei magistrati che, ripiegata su se stessa, non riesce ad elaborare idee e progetti concreti su cui confrontarsi in vista di riforme che rischiano di essere compiute nel peggiore dei modi. Occorre, dunque, che, partendo dal principio-guida che l&#8217;indipendenza e l&#8217;autonomia della magistratura sono il necessario presupposto per una amministrazione della giustizia efficiente, ci si misuri, nel concreto, coi problemi esistenti, abbandonando sterili ed astratte posizioni di principio e, per converso, pretendendo il rispetto effettivo dell&#8217;indipendenza e dell&#8217;autonomia. Bisogna abbandonare principi irreali, come quello della onniscienza del giudice, e rendersi conto che, in una realtà complessa come quella attuale, solo la specializzazione del giudice può consentire di comprenderla e dominarla. Negare la specificità delle conoscenze e delle attitudini richieste per le varie funzioni del giudice, significa favorire la permanenza di situazioni di insoddisfacente professionalità che si risolvono nella attuale scarsa resa del servizio-giustizia. E ciò determinerebbe l&#8217;allargamento ulteriore del solco fra la magistratura e la società; e il pericolo, sempre più immanente, di soluzioni inevitabilmente lesive dell&#8217;indipendenza e dell&#8217;autonomia del giudice.</p>
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